Bagno degli Americani a Tirrenia: Una Storia Unica

Il Bagno degli Americani a Tirrenia è un luogo con una storia affascinante e un'evoluzione unica. Adesso è chiamato il Bagno Degli Americani, anche se per tutti resta l’American Beach. Un piccolo lembo di spiaggia sul litorale, dove una schiera di bandiere a stelle e strisce sventolano alte, issando i valori della speranza e perseveranza.

Un luogo esclusivo in Italia, in cui ancora oggi è possibile, grazie alla perseveranza di Davide il suo gestore, celebrare il 4 luglio godendo di un magnifico spettacolo pirotecnico. Dopo alcune vicissitudini, ma non la perdita indiscussa del fascino che fu, lo stabilimento, seppure reso più informale è adesso accessibile anche ai civili, non risulta essere omologato a tutti gli altri presenti sulla marina.

Le Origini Militari e la Base di Camp Darby

Il governo italiano a seguito di un accordo internazionale consegnò mille ettari di terreno all’esercito USA e così, nella macchia mediterranea che si estende fra Pisa e Livorno, nacque nel 1952 la base americana di Camp Darby, dedicata al generale William O. Darby. La base, quando è sorta, vantava circa 8000 unità che potevano variare nel tempo in relazione alle esigenze. In passato la base disponeva anche di un’area ricreativa molto vasta e di una spiaggia, dove i militari si dirigevano da tutto il Vecchio continente per trascorrervi le ferie.

Molte volte siamo transitati avanti la grande base americana di Pisa lungo l’Aurelia denominata “Camp Darby”; nell’immaginario collettivo della gente è la base americana di Tombolo; ha vari nomi, alterazioni, un sacco di luoghi comuni; in realtà al momento è di fatto una grande base logistica. Camp Darby è una lunga striscia di pineta mediterranea, lungo la SS 1 Aurelia, che parte dalla strada detta “Pisorno” e termina poco prima di Livorno, a Tombolo.

William O. Darby: Un Eroe Americano

All’Imperiale di Tirrenia, tra il Grand Uff Livio Annesi in rappresentanza del Direttore Generale del Demanio Italiano, avv. Dante Crudele, incaricato dal Ministero delle Finanze e il Sig. Colonnello Normand H. William Darby è stato l’unico colonnello dell’esercito americano ad essere promosso “postumo” al grado di Generale durante la Seconda Guerra Mondiale; c’è un film del 1958, Darby’s Rangers che ne ha tracciato il profilo, con una splendida interpretazione di James Garner.

William Darby stimato dai colleghi e dai militari a lui subordinati, rispettato e temuto dagli avversari, uscì nel 1933 dall’Accademia Militare di West Point, mostrando fin da subito eccellenti doti di comando e di iniziativa. I Rangers di Darby subirono successivamente una forte sconfitta nell’attacco a Cisterna di Latina del 30 gennaio 1944; due interi reparti di Ranger furono annientati dalle forze tedesche. Questo attacco frontale era stato disapprovato espressamente dallo stesso Darby.

William Darby nell’aprile 1944 fu promosso al grado di Colonnello, ma non prese parte al D Day, essendo stato destinato alla 45a Divisione di Fanteria, dove svolgeva incarichi di comando presso il quartier generale delle operazioni di guerra a Washington. Assieme alla 5a Armata del Generale Clark prese parte alle operazioni finali per il passaggio del Fiume Po, giungendo alla testa del suo reparto fin sul Lago di Garda, nei pressi di Torbole.

La resa tedesca, firmata il 29 aprile 1945, avrebbe avuto effetto dal 2 maggio successivo; il 30 aprile, mentre si trovava nel piazzale della Colonia Pavese, il colonnello William Darby venne raggiunto da una scheggia di un colpo di artiglieria, sparato vigliaccamente dalle truppe tedesche in ritirata, che lo colpì in pieno petto, uccidendolo all’istante. Ironia della sorte, il dispaccio di nomina a Generale era in viaggio verso il suo Comando, e per questo motivo gli vennero messi i gradi di Generale sulla divisa.

Tirrenia: Dalla "Perla del Tirreno" alla Città del Cinema

La frazione venne fondata il 3 novembre del 1932 (cioè anno X dell'Era fascista, secondo la numerazione degli anni in uso all'epoca), e fu una delle città di nuova fondazione volute dal regime. Fino ad allora paludosa, l'area venne riqualificata con l'aspirazione di farne la "Perla del Mediterraneo" (o detta anche "Perla del Tirreno") e la capitale cinematografica d'Italia. Vennero chiamati architetti da tutta Italia, come Adolfo Coppedè, Federico Severini e Antonio Valente, che dettero all'abitato una tipica impronta razionalista.

Furono inoltre edificate strutture alberghiere per i giovani, in particolare numerose colonie estive nella parte più meridionale dell'abitato, al confine con la frazione di Calambrone. Notevole fu anche lo sviluppo dell'edilizia privata, con l'edificazione di ville residenziali per i ricchi che dovevano essere attratti dalla località come meta di villeggiatura estiva. Come contrappunto all'eleganza delle spiagge, alle spalle del centro abitato si estendeva la vasta tenuta agricola denominata Fattoria di Tirrenia, proprietà dei conti Gabrielli di Quercita, esempio di architettura razionalista e considerata un'azienda modello per il suo contributo alla Battaglia del grano (vi furono introdotte le prime falciatrici trainate in Italia).

Come accennato, Tirrenia fu lanciata come città del cinema. Al fine di promuovere l'ideale del Fascismo in Italia e per fare propaganda politica, vennero quindi costruiti, sull'esempio di quelli statunitensi, i primi studi cinematografici su larga scala d'Italia. Contemporaneamente venne fondata la relativa casa di produzione (stabilimenti "Tirrenia Film Studios" inaugurati nel 1933, rilevati poi nel 1934 da Giovacchino Forzano con il nome Pisorno).

Il sogno del cinema però durò poco. Durante la seconda guerra mondiale i teatri di posa furono requisiti prima dai tedeschi in ritirata e in seguito dagli americani, che ne fecero fino al 1948 un deposito di materiale strategico, ciò che contribuì alla loro decadenza. L'attività cinematografica riprese nel dopoguerra e conobbe una certa vivacità negli anni cinquanta e sessanta, in concomitanza con la stagione d'oro del cinema italiano. Nel 1961 gli stabilimenti furono rilevati da Carlo Ponti con il nome di Cosmopolitan Film; non si trattò tuttavia che del canto del cigno in quanto gli stabilimenti cinematografici di Tirrenia chiusero nel 1969. Da allora essi furono utilizzati solo in maniera sporadica.

Il Tombolo e l'Occupazione Americana

L'epoca dell'occupazione americana data un'altra pagina della storia di Tirrenia, quella della famigerata pineta di Tombolo, popolata da sbandati, contrabbandieri, ladri, prostitute (chiamate dagli americani "segnorine") e disertori americani in maggioranza di colore. Erano loro che controllavano l'intero territorio alle spalle della cittadina, tra la "Fattoria di Tirrenia" e la via Aurelia, che fu trasformato in un luogo senza leggi e senza bandiere la cui restituzione alla piena legalità avvenne solo alla fine del 1947.

Tombolo divenne dopo il ’45 una terra di nessuno, senza regole, senza legge. Un posto dove non entravano né le forze di polizia americane o alleate (la Military Police, MP) né, tantomeno, quelle italiane. Nell’estate 1948 - si legge qui - un delegato della Santa Sede in visita alla città la descriveva come «una piccola Napoli» e «sotto alcuni punti di vista, peggio di Napoli», denunciando specialmente le conseguenze che la realtà di Tombolo provocava sull’infanzia.

«Le truppe alleate (bianchi e neri) soltanto da pochi mesi hanno lasciato la zona! E i giovani, i ragazzi, i bimbi? Hanno formato la legione degli sciuscià. Nel novembre 1946 La Domenica del Corriere uscì con la prima pagina dedicata ad una retata fatta a Tombolo, disegnata da Walter Molino.

Il Bagno degli Americani Oggi: Inclusività e Solidarietà

Oggi, il Bagno degli Americani è gestito da una cooperativa che ha portato sulla spiaggia il proprio modo di vedere il mondo e le proprie proposte culturali. "Tra di noi qualcuno ha ritenuto questa iniziativa una “pericolosa deviazione”. Abbiamo “fatto il salto” e abbiamo portato sulla spiaggia il nostro modo di vedere il mondo, le nostre proposte culturali. Quest’anno abbiamo fatto 42 proiezioni cinematografiche al centro della spiaggia su un maxischermo gonfiabile. Abbiamo montato un ledwall che consente di proiettare anche durante il giorno."

L’altro elemento che distingue l’attività del Bagno degli americani è l’accessibilità. «Dare la possibilità di fruire della spiaggia e il mare il disabile, la mamma con la carrozzina, chi si è fratturato la gamba, l’anziano… sono cose per noi essenziali. Sono tutte persone che hanno gli stessi problemi. Se fossero servizi da proporre solamente per i disabili sarebbero già fondamentali perché stiamo parlando di diritti, non di concessioni.

Il Bagno degli Americani di Tirrenia non è solo una spiaggia, ma un luogo di inclusione e solidarietà. Durante la lunga giornata al Bagno degli Americani di Tirrenia c’è stato spazio anche per la solidarietà e la beneficenza, tra momenti di musica, risate e Bolle di sapone. Al calar del sole i presenti sono stati intrattenuti dalla creazione di enormi bolle di sapone e dopo i fuochi tutti sotto l’Hangar dove la musica di Valerio Gigo Sereni Dj Resident al Borderline Club e al Corsaro Rosso, ha intrattenuto i molti presenti a ritmo di disco dance. Dal punto di vista organizzativo, tutto è filato liscio senza nessun problema.

Surf4all e Massimiliano Mattei

Il Bagno degli Americani collabora con Surf4all, un progetto che permette anche a persone con disabilità di praticare surf. «Noi li abbiamo ospitati» spiega Davide Bani, uno dei gestori del bagno. «Abbiamo dato loro uno spazio, quattro-cinque cabine a disposizione, abbiamo predisposto le passerelle, le sedie job, un altro tipo di sedie ancora… Per chi fatica a muoversi ci sono piccole cose che diventano dei grandi problemi. Ad esempio il momento dell’entrata in acqua dalla carrozzella, l’uscita. A volte queste persone ci riescono da sole, altre volte c’è bisogno di un aiuto e i bambini che frequentano il bagno si sono rivelati molto importanti nell’agevolare la soluzione di questi problemi.

Sono arrivati ragazzi e ragazze a cui mancavano gli arti, altri con problemi alla vista. Percepire la loro gioia e l’emozione di fare per la prima volta un bagno in mare è stato per noi davvero bello. Non nego che all’inizio ci fosse qualche dubbio, le persone normali a volte possono essere spietate, e invece questa si è rivelata un’esperienza importante per tutti. Quando in un ambiente ci sono persone allegre tutto diventa migliore. Non stiamo parlando di grandi numeri (soprattutto negli ultimi due anni), ma di una presenza costante di poche decine di persone.

Mattei spiega che «il progetto prevedeva delle lezioni teoriche, ma soprattutto delle sessioni dimostrative pratiche, l’organizzazione di eventi dedicati a chi voleva vivere senza barriere il mare e lo sport. Ma soprattutto per insegnare il surf tra le persone con disabilità per dare a tutti la possibilità di fruire dei vantaggi psicofisici che la pratica di questo sport regala ai suoi praticanti. Mattei è molto orgoglioso quando sottolinea che quella è stata la prima attività didattica che ha fatto del surf un’attività inclusiva.

Oggi Massimiliano Mattei abita in Andalusia: anche se da quelle parti ci sono poche onde, lui continua a fare surf. «Non è un buon periodo. Non pensavo di farmi male anche alle braccia. Sono reduce da due infortuni ad entrambe. Nei tre mondiali di Adaptive Surf a cui ha partecipato, Mattei ha ottenuto risultati sempre migliori, tanto che nel 2018 in California si è classificato terzo nella categoria AS4, vale a dire “prono non assistito”.

La Vita nella Comunità Militare

Attraverso questa inchiesta stiamo cercando di indagare quale sia il ruolo della famiglia all’interno di questa comunità allargata. Come il binomio fra famiglia e militari possa essere coniugato attraverso diverse forme, rappresentando un fenomeno sociale specifico. Si tratta infatti di una relazione fra due istituzioni fondamentali, le famiglie luogo e fulcro della centralità dell’uomo, che confluiscono e interagiscono l’una all’interno dell’altra.

Quanto dover vivere e soprattutto crescere, in una base militare, possa determinare il ruolo di ogni suo membro, quanto la logica di rigore, di disciplina, il continuo trasferirsi possa implicare trasformazioni e cambiamenti al suo interno. Il vostro lavoro porta a una forma di nuovo nomadismo. Un aspetto positivo è quello di poter entrare in contatto con altre culture. Non mi ero mai spostata dagli Stati Uniti e quando ci hanno trasferiti in Corea ero molto giovane ma questa esperienza mi è stata utile, ho iniziato a capire e accettare aspetti di vita che non conoscevo.

Amo l’Italia, ha una storia bellissima, amo la sua cultura, il suo cibo anche se è tanto diversa dagli Stati Uniti. Ho imparato l’aspetto “easy going” degli italiani. La rilassatezza, la fluidità, la tranquillità, lo stile che avete in tutto quello che fate. Mio figlio è nato in Italia, vorrei capisse bene da dove proviene, che ne facesse esperienza. Occorre tempo per riuscire a trovare un equilibrio tra la vita militare e la vita familiare.

Cerchiamo di dividere queste due realtà, dedicandoci distintamente a seconda delle situazioni o all’una, o all’altra. Dipende molto dalla posizione ricoperta. Mio marito, si deve spostare ogni due anni. Ci sono invece alcuni militari che stanno in un luogo anche per nove anni, dipende da quello di cui l’esercito necessita e il ruolo che riveste. I tre comandanti che sono in questa installazione, sono molto aperti cercano di confrontarsi con tutti, sia all’interno dell’unità che fuori da essa, cercando di costruire relazioni tra i militari e le famiglie.

I nuclei familiari sono sempre una priorità, perché il principio è che se le famiglie stanno bene, stanno bene anche i soldati. In Paesi come l’Italia le missioni sono civili, ma i militari sì possono anche andare al fronte, in un teatro di guerra. La differenza è rappresentata dalla sua pericolosità, se mio marito fosse sulla linea frontale sarei sicuramente spaventata, sapendolo costantemente in pericolo. Ci affidiamo molto ai comandanti di unità, per ricavare le informazioni necessarie. Molte giungono dai leader di SFRG (service family readiness group), di cui di solito è responsabile la moglie del comandante.

Se c’è uno scenario di guerra con problemi di comunicazione, le informazioni saranno trasmesse a loro e diffuse ai diretti interessati. Spesso entrambi i genitori sono militari, in questo caso come viene gestita la quotidianità familiare? Sì assolutamente. Mio marito ha 39 anni, e la sua missione è quella di viaggiare molto. Quest’anno è stato a casa solo 7 settimane e quando era distante il nostro comandante si è presentato più volte per assicurarsi che tutto stesse andando bene. Quando ricorrono le festività americane come il Ringraziamento, mio marito che ha molti locali nella sua unità li invita a casa e festeggiamo tutti assieme.

Facciamo un grande pranzo, per noi è davvero un’immensa famiglia. É una straordinaria esperienza vivere qua, e sono davvero dispiaciuta al pensiero di dover ripartire per un’altra destinazione a giugno. Come sono i vostri rapporti con le comunità che vi ospitano? I nostri rapporti sono ottimi. Abbiamo dei vicini italiani fantastici. Una sera stavo cercando di tagliare il prato da sola, mio marito non c’era e i bambini non collaboravano, quindi il vicino si è offerto di falciare l’erba al posto mio. Addirittura dopo un paio di settimane rientrando ho trovato l’erba già tagliata. É un tale privilegio e onore far parte di questo “Bene più grande”.

Ho incontrato mio marito che già stava percorrendo questa carriera, sapevo che questo sarebbe stato il tipo di vita che avrei avuto con lui, è stato un processo di apprendimento e di crescita, non avrei potuto definire la vita militare prima, è stato come miscelare la mia precedente esistenza con la sua. Per mio marito è sempre stato un sogno far parte dell’aeronautica fin da quando ne ha avuto memoria, per lui è la vita, è la sua passione. È stato un tale viaggio, mi ha aperto la mente, è stato bello, è stato difficile, è stato fantastico. Per me ripeto è semplicemente un privilegio farne parte, lo è ogni giorno, tuttora.

Abitiamo a 20/30 minuti dalla base, in campagna, ci siamo trasferiti nel 2020 durante la pandemia, volevamo più spazio, abbiamo una figlia di 5 anni ed un cane che ne ha 13. La mia giornata inizia alle 5:30/6 del mattino. Alle 7:45 lascio la bambina a scuola sempre in base, dove rimarrà fino alle 4/4:30. La mia giornata lavorativa prevede un’immersione nella comunità, dovendomi assicurare che tutti abbiano gli aiuti di cui necessitano. Verso le 5/5:15 rientriamo a casa, mi sembra di avere una famiglia dentro una famiglia, che a sua volta è dentro a un’altra.

Il nostro nucleo che è dentro il 731° squadrone, il quale è dentro la base, la chiamiamo addirittura “FAMMUNlY” a causa delle munizioni (“family” e “ammunition”). Quindi quando noi parliamo di famiglia, ci riferiamo a tutto questo che convoglia nella nostra routine quotidiana. La nostra giornata inizia presto e finisce molto presto. Cerchiamo sempre di creare spazi assicurandoci di aver del tempo libero, poiché come “famiglia militare” in generale abbiamo diversi obblighi e responsabilità, ma abbiamo delle responsabilità anche nei confronti della nostra piccola unità familiare: dobbiamo trovare del tempo di qualità da investire al di fuori dell’installazione.

Siamo riusciti anche a costruire rapporti di buon vicinato con la comunità che ci ospita. Ci piace inoltre viaggiare, esplorare la Toscana, non abbiamo più lasciato l’Italia da quando siamo arrivati. Non è molto difficile per me perché io amo le persone, ne ho bisogno, ho bisogno di questa interazione. Fondere la vita familiare con quella comunitaria per me è un adattamento naturale, ne sono una grande sostenitrice. Ero una persona molto indipendente, incentrata soprattutto su me stessa poi mi sono ritrovata sposata e dipendente dalla vita militare per la prima volta da quando avevo 15 anni.

Non avevo un lavoro e non conoscevo nessuno, perché ci siamo sposati e immediatamente trasferiti nel Regno Unito, quindi la mia prima esperienza di servizio è stata in un paese straniero. Il suo primo trasferimento è avvenuto quando aveva 15 mesi, ma ovviamente non lo può ricordare, il secondo quando stava per compiere 4 anni. Ci dicono che sui bambini non si hanno effetti importanti, ma da madre posso dedurre che non è così, li affrontano con modalità diverse e forse riusciranno anche a dimenticare, ma quando noi ci siamo trasferiti qui per lei è stata dura e la situazione è diventata più dura anche per me perché quando tornava da scuola, scoppiava in lacrime.

Non voleva lasciare i suoi amici. Psicologicamente un trasferimento può avere molteplici significati: una benedizione o una maledizione, dipende molto da come viene vissuto e raccontato, da come spieghi questa che può senz’altro essere un’opportunità, una nuova avventura. Dall’Army community service che essenzialmente è come un’agenzia si sviluppano vari programmi, il suo focus è principalmente mettere in connessione la comunità e i nostri militari. Quindi c’è un intero plateau di possibilità per gestire i servizi più ampi. Qui a Camp Darby ACS il programma principale è quello dei volontari.

Il più vasto è quello chiamato “Benvenuti in Italia”. Quest’ultimo porta alla scoperta per chi è appena arrivato, dei servizi essenziali e del territorio circostante. Inoltre esiste un programma anche sulla gestione di prestiti di oggetti per quelle famiglie che al loro arrivo ne sono sprovviste. Ne esiste anche uno di preparazione al trasferimento e uno di preparazione all’impiego. Le opportunità dettate dal SOFA in Italia permettono alle mogli dei militari di lavorare solo all’interno della base.

Il suo significato risiede in quanto meravigliosi e resilienti siano i figli dei militari. Io vado in pezzi solo a parlarne, noi abbiamo scelto questa vita, ma nostra figlia non ne ha avuto la possibilità. La vita militare presenta situazioni e opportunità fantastiche, ma presenta anche momenti di sfida e il mese del figlio militare sottolinea quanto stupendi siano questi bambini, poiché mettono in valigia le loro vite, e lo fanno così tante volte, per seguire la loro famiglia, ricominciando di nuovo ogni volta.

Il simbolo del figlio militare è il dente di leone. I loro semi trascinati dal vento crescono di continuo ovunque, sono veramente un simbolo di forza e tenacia. La regola morale delle forze armate USA si riassume nel motto “dovere, onore, patria”. Credo che i bambini dei militari vedano il mondo in modo diverso dagli altri, sono abituati a viaggiare fin da piccoli a spostarsi in tante realtà diverse. Iniziano a avere una visione globale, rendendosi presto conto che la loro famiglia ha uno scopo più grande e che questo riguarda anche loro.

Alla fine della giornata lavorativa in base risuona l’inno nazionale, non dimenticherò mai quando mia figlia che aveva tre anni, mise la sua mano sul cuore rimanendo in piedi concentrata, in silenzio come tutti gli altri.

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