Il Bagno del Passatore: Storia e Leggenda

La 100 km del Passatore è una gara che affascina sempre di più, al punto che si fa avanti la voglia di provarci. Tutto pronto per la 50esima edizione della 100 km del Passatore che scatterà sabato 24 maggio da Piazza del Duomo a Firenze alle 15 per arrivare in piazza del Popolo di Faenza.

Tra gli iscritti alla Cento numero 50 spiccano Massimo Giacopuzzi (vincitore dell’edizione 2024 e 2° al ‘Passatore’ ‘22), David Colgan (1° alla 6 ore della Maremma, 2° alla Cento del 2024), Manuel Duarte Oliveira (6° al ‘Passatore’ 2024 e vincitore della Boa Vista Ultra Marathon 2023) e Luigi Pecora (4 Cento consecutive dal 2016 al 2019 e 7° lo scorso anno). In ambito femminile Federica Moroni cercherà di difendere la corona dopo il successo del 2024. A contendersi il primato femminile tra le runner troviamo la statunitense Camille Herron e Ilaria Bergaglio (2^ alla 6 Ore di Pistoia ‘24).

Come sempre sono numerosi i premi che saranno assegnati in occasione della Firenze-Faenza. Per quanto riguarda l’edizione numero 50 il primo classificato riceverà la Targa del Tribunato di Romagna. Al primo uomo e alla prima donna che transiteranno al traguardo sarà consegnato inoltre un piatto di ceramica in ricordo di Pietro “Pirì” Crementi, venuto a mancare nel dicembre ‘21. Alla 50esima edizione sono previsti riconoscimenti sia alle società sportive che avranno il maggior numero di atleti giunti a Faenza, sia a quelle di cui i primi sei atleti al traguardo otterranno i migliori tempi complessivi.

Come noto in occasione della ‘Cento’ viene assegnato anche il Gran Premio della Montagna: il primo uomo a transitare sul Passo della Colla di Casaglia (913 metri slm, al 48° km) riceve il premio intitolato a Francesco Calderoni mentre la prima donna quello dedicato ad Angela Bettoli. Sarà inoltre conferito il premio alla memoria del maratoneta Simone Grassi al miglior esordiente giunto al traguardo.

Nel weekend di gara, la città di Faenza intratterrà i tanti appassionati e la cittadinanza attraverso eventi collaterali di spessore che si terranno in un allestimento più ampio con tanto di palco, passerella centrale e sedute per il pubblico. Ci saranno due appuntamenti speciali “Avventure Estreme Stories” e “Sport Performance e Salute” dedicati alle scuole e agli sportivi: sportivi estremi e viaggiatori porteranno la loro esperienza motivazionale e tecnica parlando anche di mindfullnes e salute.

Ci sarà una serata Gala’ dei Cinquant’anni della 100km del Passatore con ospiti speciali e leggende per raccontare una storia mitica della città di Faenza dagli anni 70 ad oggi.

Il Percorso e le Difficoltà

Il caldo e l’afa creano un clima infernale. Uscire da Firenze e salire a Fiesole è una tortura, si corre cercando l’ombra, bevendo e bagnandosi appena possibile. Si scende verso Borgo San Lorenzo prima in una valle ombreggiata (un po’ di fresco) e poi di nuovo tra sole ed afa. Si arriva a Borgo S.L. (32k) e qui comincia l’ascesa vs la Colla (48k) prima dolce e, poi, abbastanza impegnativa da Ronta (39k). Si prosegue con passo spedito ma senza mai spingere al massimo e si arriva in cima con mal di schiena ed un lieve fastidio alla caviglia sinistra. Dopo i 60k la situazione comincia a degenerare: cresce la stanchezza e la caviglia fa sempre più male e, soprattutto, non regge in fase d’appoggio. Si rallenta e si raggiunge Marradi (km65) in 8h20′.

Dopo i 60k la situazione comincia a degenerare: cresce la stanchezza e la caviglia fa sempre più male e, soprattutto, non regge in fase d'appoggio. Si rallenta e si raggiunge Marradi (km65) in 8h20'. Ci si ferma e ci si siede per fare un primo check del proprio stato. Si riparte, con minor smalto, e ci si difende per una decina di km ma si arriva al ristoro dei 75k veramente in sofferenza. Non resta che camminare. Il ritmo è decisamente lento, i chilometri sembrano non passare mai. Cammini, cammini, cammini, poi guardi il GPS e hai fatto 300 metri. E’ il momento mentalmente più difficile.

Si comincia a rinsavire dopo i 90k per l’effetto count down, l’orgoglio e l’arrivo funzionano da anestetico e, dopo i 95k, si comincia almeno a camminare a passo rapidissimo, quasi corricchiando.

Esperienze e Testimonianze

Questa è la storia di una coppia nella vita e ora anche nella corsa. Di due amici che un giorno hanno chiesto una cosa pazzesca e a cui normalmente si sarebbe detto no, se non si sapesse che l’avrebbero fatta comunque e che avevano abbastanza testa (con tutte le loro paturnie) per riuscirci. Forse (anzi sicuro) non è un modello da seguire, ne come scelta strategica ne sulla gradualità che tanto predico, perché per fare la 100 km ci vogliono anni di corsa nelle gambe. Però è una vera emozione.

Quando qualcuno viene a sapere che io e mio marito abbiamo affrontato la 100 km del Passatore solitamente, se ci conosce pensa che abbiamo perso la testa e poi ci chiede perché abbiamo deciso di farlo.

Non sono originaria di Faenza, ma vivendo qui da diversi anni ormai ho potuto ascoltare storie “epiche” di amici e amici di amici che si erano lanciati in questa avventura: alcuni preparati e pronti a combattere con i denti anche “solo” per guadagnare qualche minuto sul tempo dell’edizione precedente, altri partiti totalmente impreparati e arrivati strisciando, ma da “eroi”. Per me erano soltanto dei folli, tutti, ma in un certo senso la loro follia mi affascinava.

Iniziano mesi in cui la settimana è scandita dagli allenamenti, tra corsa e palestra. Ogni volta che guardo cosa mi aspetta per quell’allenamento mi dico che non ce la farò mai, ma poi ce la faccio ed è una soddisfazione immensa. Mia figlia più grande ormai al rientro da scuola non mi chiede più cosa c’è per cena ma soltanto se quella sera andrò a correre o in palestra.

Dopo un mese riesco davvero a correre per 30 minuti di seguito e già questo a me sembra un traguardo incredibile, irraggiungibile e impensabile fino a un mese prima. Passano i minuti e le ore di corsa, passano i giorni e i mesi, passano gli allenamenti, i kg sulla bilancia sono sempre meno e ci avviciniamo alla mia prima grande sfida: la mezza maratona di Ravenna a inizio novembre.

La mia reazione a questa sua risposta è stata ancora una volta scettica, ma ovviamente, come sempre, aveva ragione lui. La mezza maratona di Ravenna è stata la prima gara corsa insieme a mio marito e incredibilmente è andato tutto per il meglio.

Le ore di allenamento aumentavano, uscire la sera a ora di cena per allenarsi, quando fuori ormai il termometro era già sotto lo zero era durissima e le nostre domeniche mattina erano scandite dai lunghi. Ma maggio era ancora lontano e io non ci pensavo, pensavo piuttosto alla valanga di dolorini e doloretti che stavano facendo capolino, a come risolverli e a come gestire la mia vita tra casa, lavoro, marito, due figlie e allenamenti.

I km scorrono, noi stiamo bene, stiamo gestendo la gara come ci eravamo promessi senza strafare nella prima parte, affrontando le salite più dure di passo perché comunque una volta arrivati nel punto più alto, alla Colla, si è solo a metà percorso. Iniziamo l’ultima salita, la più dura, quando la luce sta scendendo. Davanti a noi un lungo serpentone di lucine rosse e dietro altrettante lucine bianche.

Forse la nostra tecnica sta funzionando. Non siamo freschi, ma non siamo neppure stanchi, abbiamo voglia di correre e le gambe girano, abbiamo già fatto 50 km e stiamo bene. In realtà io sto realizzando tutto questo soltanto adesso perché mentre ero lì la mia mente era come in stand-by: avevo un obiettivo, dovevo raggiungerlo e cercavo di non pensare, di rimanere concentrata e attenta, di non farmi distrarre.

Quando mancano circa 18 km a Faenza io inizio a finire le forze, la stanchezza si fa sentire, faccio fatica a mangiare e riprendere a correre è sempre più dura. Arriviamo finalmente a Brisighella.

A Brisighella troviamo l’ultimo dei nostri amici che ha deciso di unirsi al gruppo per correre insieme a noi. Si è alzato per noi alle 5 di mattina, non possiamo non correre con lui. Ripartiamo.

I nostri amici aggiornano Simone, sappiamo che sta arrivando in piazza per aspettarci. Siamo a Faenza, mancano un paio di km all’arrivo, sono tutti luoghi più che conosciuti, che abbiamo corso centinaia di volte ormai, iniziamo a incontrare facce e persone conosciute.

Vediamo la piazza, il traguardo, lo attraversiamo, ci abbracciamo e piangiamo, vediamo Simone, corriamo verso di lui e piangiamo ancora di più, tutti e tre abbracciati. Cosa mi ha insegnato questa esperienza? Che la nostra mente può fare grandi cose e che se lo vogliamo davvero niente è impossibile. È una frase fatta, lo so, ma è davvero così.

Il Vino della Romagna e il Passatore

L'epopea del vino di Romagna:..."E' bé" ha accompagnato la vita dei romagnoli da alcuni millenni, come hanno scritto autori latini sottolineando la grande produttività delle terre di Romagna. Tra il ‘700 e la metà del ‘900 infatti l’interesse dei romagnoli è stato rivolto principalmente a produrre quanto più uve e vino possibile. Ciò per far fronte alla pessima qualità dell’acqua: in pianura dai pozzi artesiani saliva acqua e sabbia; in collina il pozzo e la buca del letame si trovavano spesso a poca distanza l'uno dall'altra con conseguenti infiltrazioni.

Per questo attorno al 1880, in Romagna il consumo medio annuale per abitante era di 149 litri di vino contro un consumo medio nazionale di 95 litri: e così si spiega perché in Romagna e’ bè, il bere, identifica tout court il vino. E’ un sistema di vita che ha creato uno stretto intreccio tra gli uomini e il vino, visto come alimento ed apportatore di forza e di calore, insieme al piacere che sa dare al palato e all’animo, facendo dimenticare fatica e amarezze. Era tale l’importanza del vino nella cultura e nella civiltà contadina che lo ritroviamo in moltissimi proverbi, modi dire e tradizioni.

Negli ultimi trent’anni c’è stato in Romagna un rinnovamento generazionale dei produttori che ha favorito l’introduzione di nuove e moderne tecniche di coltivazione della vite e di vinificazione. L’Albana è il vino della festa e dei riti . E’ il vino che si offre all’ospite e quando nasceva una bambina se ne preparavano sei bottiglie da aprire il giorno del suo matrimonio. E forse per questo la storia bimillenaria di questo vino - prodotto solo in Romagna nelle tipologie secco, amabile, dolce e passito con marchio Docg - si intreccia spesso con quella delle donne.

Cominciando dalla leggenda sull’origine del toponimo Bertinoro. Si narra che la principessa ravennate Galla Placidia sostasse con il suo seguito sul colle di Bertinoro, i cui abitanti le offrirono in una ciotola di terracotta il biondo vino del posto, l’Albana. A proposito di Bertinoro si ricorda che Giosué Carducci, quando era ospite della contessa Silvia Pasolini-Zanelli nella sua villa di Lizzano di Cesena, si faceva spesso portare in carrozza nella piazzetta di Bertinoro dove, senza scendere, amava centellinare con grandissimo piacere un bicchiere l’Albana che gli porgeva la solerte contessa. Un assaggio che lo deliziava e gratificava a tal punto che lui, anticlericale, magnificò in versi la vicina chiesa di Polenta.

Sembra proprio che l’Albana abbia il pregio di colpire poeti e letterati. Il vino romagnolo per eccellenza è il Sangiovese di Romagna nel quale si riflette la forza ed il calore dei romagnoli ed anche, in certe note di morbidezza e nel sottile profumo di viole, la tenerezza dei loro sentimenti. Per questo lo consumavano in grande quantità, anche accompagnando il pesce, come ricorda un amico di Giovanni Pascoli in occasione di un incontro conviviale: “A Bellaria ci attendeva un risotto coi fiocchi e pesce sapientemente cotto sulla graticola dalla formosa e buona Zaira della trattoria ‘La Speranza’.

L’origine del Sangiovese è incerta, controversa e contesa tra Romagna e Toscana. I romagnoli avanzano un’ipotesi tanto suggestiva per quanto ammantata di leggenda. Anche se a proporla è stato un glottologo serio come Friedrich Schürr che studiò a lungo il dialetto romagnolo. Secondo Schürr la denominazione del vitigno del Sangiovese deriverebbe da Monte Giove, o Collis Jovis, un'altura che si trova nei pressi di Santarcangelo, in provincia di Rimini. Collina sulla quale esisteva un convento di frati che coltivavano anche la vite. Nel corso di un banchetto, un ospite di riguardo al quale i monaci avevano servito il loro miglior vino rosso chiese come si chiamasse quel delizioso nettare.

Gli ampelografi sono tuttavia abbastanza d'accordo nell'affermare che il Sangiovese abbia avuto origine in Toscana e tra il XV e XVI secolo abbia fatto la sua comparsa in Romagna in seguito all’espansione di Firenze al di qua dell'Appennino. Una conquista che per alcuni secoli influenzò tutte le attività umane, compresa l'agricoltura, nell’area conosciuta come la Romagna Toscana dalla forma triangolare con la base formata dal crinale dell’Appennino e i lati che partono da Firenzuola e da Verghereto per incontrarsi a pochi chilometri da Forlì, nel vertice di Terra del Sole, la città ideale creata nel 1564 dagli architetti dei Medici “a misura d’uomo” con un sapiente rapporto tra spazi e volumi basato sui principi leonardeschi che stabilivano “sia la larghezza delle strade pari alla universale altezza delle case”.

Qualunque sia l’origine del vitigno Sangiovese è in questa area che ha trovato un terreno ideale di sviluppo per poi diffondersi a tutta la fascia della collina romagnola con risultati ottimi ed originali tanto che un grappolo di Sangiovese campeggia nello stemma del Comune di Predappio. Ed è tale la sua bontà che, secondo Dario Zanasi "Il Sangiovese romagnolo è un vino che meriterebbe un saluto militare. Alla diffusione si è accompagnata la presenza, via via sempre più netta, di caratteri propri derivanti dal tipo di terreno, dal sistema di coltivazione, dal clima e dall’insolazione. Così che il Sangiovese romagnolo e quello toscano , pur restando imparentati, hanno percorso strade proprie.

Più famosa quella toscana, più in ombra quella romagnola, ma con uno straordinario recupero negli ultimi decenni, come ha riconosciuto il giornalista enogastronomo Andreas Marz: “Mi sembra di poter notare come, in confronto ai toscani, questi vini romagnoli siano leggermente più rotondi, più pieni. Forse possiedono un’acidità più bassa e dei tannini più dolci.

tag: #Bagno

Leggi anche: