Il Bagno Ebraico di Siracusa: Storia e Architettura di un Miqweh Unico

Siracusa, città straordinariamente importante, racconta la storia millenaria della Sicilia senza soluzione di continuità dalla preistoria sino ad oggi. Grazie a recenti acquisizioni di carattere documentario, archeologico ed epigrafico, si impone anche per periodi storici diversi, come quello genericamente inteso “medievale”. Se in passato studiosi appassionati avevano già evidenziato il suo ruolo primario anche per il periodo cristiano-bizantino, oggi Siracusa può essere definita, nello stesso ambito cronologico, la città della Sicilia seconda solo a Palermo per l’esistenza di una comunità ebraica che, nel medioevo, comprendeva almeno 3000 persone.

Storici ed annalisti locali hanno sempre citato l’esistenza a Siracusa degli ebrei, della sinagoga e di bagni rituali. Tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, le ricerche archeologiche di Paolo Orsi nell’ambito dei complessi catacombali evidenziarono l’esistenza di una comunità ebraica coeva.

Con ogni probabilità gli ebrei si stanziarono in un primo momento nel quartiere di Akradina presso le grotte Pelopie come si evince dall’ Encomio di San Marciano (VII secolo) identificabili con la balza Akradina. In questo quartiere Orsi studiò gli ipogei ebraici dei Cappuccini e rinvenne numerosi manufatti come lucerne, stele sepolcrali, epigrafi con manifesta simbologia ebraica databili già al III-IV secolo. Lancia di Brolo ritiene che la sinagoga di Akradina venne distrutta durante le incursioni arabe nel 651-652.

La Giudecca di Ortigia e il Suo Miqweh

Nessun dubbio, invece, sull’ubicazione del quartiere della Giudecca (chiamato Rabato, cioè sobborgo, rispetto al quartiere del Duomo) in Ortigia: esso si venne ad organizzare lungo la parte orientale dell’isoletta e, fatto assolutamente importante da punto di vista topografico ed urbanistico antico, ricalcò esattamente l’andamento per strigas dell’impianto greco mantenutosi sino ad oggi pressochè inalterato. Non esiste giudecca senza sinagoga e bagno rituale (miqweh): a Siracusa questo complesso ebraico veniva identificato con la chiesa di San Filippo l’Apostolo.

Anche questa parte ipogeica (comprensiva di cripta) non è stata mai scientificamente indagata ed era nota solo per la citazione di storici locali come il Logoteta, il Capodieci e il Privitera i quali, indicando l’esistenza di un singolare pozzo, lo identificavano come bagno di purificazione ebraico legato alla sovrastante sinagoga successivamente chiesa di San Filippo l’Apostolo. Questo binomio Sinagoga - chiesa di San Filippo è stata quasi passivamente sempre accettata dagli studiosi, da quando Brian de Breffny identificò il pozzo come miqweh (in The sinagoghe, 1978) etc; in ambito cristiano il pozzo si connoterebbe meglio come primitivo battistero).

Di recente acquisizione (Trigilia) l’informazione tratta da due documenti d’archivio dell’inizio dei lavori di ricostruzione dopo il terremoto del 1693 della chiesa di San Filippo nel 1706 e non nel 1742. Non deve stupire l’esistenza di una chiesa cristiana nell’ambito della Giudecca, anzi , essa si pone insieme alla chiesa di San Francesco e di San Domenico come uno dei baluardi oltre i quali gli ebrei non potevano estendersi nel periodo medievale.

La teoria della trasformazione da sinagoga a chiesa di San Filippo è stata smentita in base a due importantissime acquisizioni, una di carattere archeologico e l’altra di carattere documentario. La prima è un’iscrizione ebraica incisa su di un concio collocato nella parte alta dell’abside della chiesa di San Giovanni Battista che non si trova, ovviamente, nella collocazione originaria, ma che venne reimpiegato nella ricostruzione della chiesa dopo il terremoto del 1542. Essa è stata integrata da Cesare Colafemmina dal momento che si presenta mutila nella parte iniziale: “[questo è l’ingresso ] alla sinagoga di Siracusa.

La seconda è un atto notarile stipulato presso il notaio Vallone del 22 gennaio 1496 di eccezionale valore ai fini della identificazione della sinagoga perché nel testo, relativo ad una contratto di matrimonio, viene detto in forma esplicita che nella dote è inclusa una casa che “si trova nella giudecca, nella ruga chiamata della plaza vecha e precisamente nel vicolo dietro la chiesa de presenti dedicata a S. Giovanni Battista che prima era la meschita dei giudei”.

Nella memoria collettiva dei siracusani era rimasto il ricordo dell’esistenza di una sinagoga che oggi si può con sicurezza far coincidere con la chiesa comunemente detta di San Giovannello, alla quale si collega il miqweh di Casa Bianca (oggi propietà della signora A. Danieli). Probabilmente abbandonato dagli ebrei dopo il 1492, venne scoperto alla fine del XVIII secolo e descritto ad esempio dal Logoteta nel 1786, dal Capodieci nel 1806 e dal Privitera nel 1879. Cadde poi nell’oblio sino alla riscoperta da parte della signora Danieli.

La Struttura del Miqweh di Casa Bianca

Si tratta di un vano ipogeico ricavato nel vivo della roccia a oltre 10 metri di profondità rispetto al suolo di calpestio servita da una scala rettilinea di 52 gradini a 3 rampe con copertura a botte; lungo le pareti del vano scala sono visibili gli incavi ove si collocavano le torce per l’illuminazione. Al termine della scala venne ricavata una vaschetta lavapiedi della misura dell’ultimo gradino di recente messa a nudo: l’acqua che vi affiora proviene dalla stessa falda che alimenta le vasche rituali. La vaschetta rappresenta il primo atto del complesso rituale di purificazione seguito dai frequentatori del bagno.

La sala ipogeica è di forma quadrata (m 5 per lato) con volta a crociera supportata da quattro pilastri risparmiati nella roccia che supportano anche le volte a botte che rappresentano la copertura dei corridoi che corrono lungo il perimetro della stanza. Lungo le pareti sono visibili i sedili. La volta a crociera sovrasta per un’altezza di m 2,23 tre vasche disposte a trifoglio, ma il progetto originario prevedeva l’escavazione di una quarta vasca, lavoro che non fu mai portato a compimento per motivi al momento sconosciuti.

Sul piano di calpestio, rivestito di cocciopesto, le vasche sono state scavate ad una profondità di c.ca m 1,40 - con una capacità di 250 litri - e sono munite di 6 gradini che facilitavano l’immersione. Altre due vasche precedute da corridoi, furono ricavate forse successivamente in due recessi laterali - ad oriente ed occidente - per garantire un bagno in totale privacy; il lavoro per realizzare un terzo ambiente, venne interrotto perchè fu intercettato un pozzo greco probabilmente ancora in uso.

Prossima alla scala una vasca circolare nella quale dall’alto, attraverso un pozzo scavato per la profondità necessaria, gli ebrei potevano calare le stoviglie che, qualora acquistate dai gentili, dovevano essere purificate per immersione.

Condizione imprescindibile per un miqweh è che esso “deve essere costruito nel terreno o costituire parte integrante di esso, non può essere un recipiente mobile, nè può contenere acqua trasportata ma solo acqua che fluisce da una sorgente e si raccoglie o acqua di fiume che è a sua volta alimentata da una sorgente, o acqua piovana che deve raccogliersi naturalmente senza attraversare tubi di metallo o altro materiale come creta o legno che potrebbero rendere l’acqua impura, tranne che la conduttura non sia da considerare parte integrante del terreno”. Il nostro bagno risponde perfettamente a tutti questi requisiti essendo stato realizzato ove c’erano preesistenze di carattere idraulico del periodo greco che già attingevano ad una delle tante falde freatiche di Ortigia.

Data la perfezione tecnica del manufatto è indubbio che esso nasca da un progetto ben definito e la datazione al periodo bizantino, VII secolo, lo pone tra uno dei più antichi d’Europa. Un’indagine attenta sui segni lasciati lungo le pareti dal lavoro dei lapicidi, potrebbe dirci di più non solo sugli strumenti impiegati ma anche sulle maestranze che vi lavorarono. Ci si auspica un ulteriore indagine archeologica del miqweh che potrebbe portare in luce parti ancora inesplorate; essa dovrebbe rigorosamente essere estesa alla chiesa di San Giovannello che architettonicamente ci riporta alla fase medievale, cosa che, cronologicamente non si accorda con la datazione recenziore del bagno ebraico di sua pertinenza.

Il Significato del Bagno di Purificazione

“Il bagno di purificazione nella religione ebraica rivestiva una funzione determinante ai fini della procreazione che, intesa come atto “divino”, richiedeva la donna libera dalle impurità derivanti dal ciclo mestruale”. Esso poteva essere effettuato ogni qualvolta lo si desiderasse e non solo dalle donne. “La donna deve bagnarsi completamente nuda con una immersione verticale, tenendo le braccia lontano dal corpo immergendo per qualche secondo completamente nell’acqua anche i capelli [..] Chi si converte all’ebraismo, se maschio, deve prima essere circonciso e poi immerso nel bagno, se donna deve solo praticare il rituale dell’immersione.

Che idealmente rivisiti i due percorsi alla sinagoga, si può partire dal n° civico 52 (Casa Bianca) di via Alagona (platea vechia) osservare l’esistenza del ronco Palma (ex vanella porte parve meschite) chiamato così per l’esistenza nel medioevo di una palma, simbolo notoriamente caro agli ebrei, che era stata piantata in quello che doveva essere un cortile antistante l’ingresso dalla porta parva utilizzata, con ogni probabilità, dalle donne per andare in sinagoga; si percorra poi la ex ruga della meschita, oggi via Minniti e, attraversando la via dell’Arco (chiamata così a ricordo di un arco che fu demolito nel XVII secolo, previa autorizzazione del Senato, dal pittore siracusano Mario Minniti il quale aveva ivi acquistato una casa; l’arco era sicuramente uno degli elementi architettonici del quartiere ebraico) si perviene nell’attuale piazzetta del Precursore (platea parva) di fronte al prospetto della chiesa di San Giovanni, già moschea di Siracusa.

Imboccando la via della Giudecca (Platea judaica) si avranno sul lato ad Est l’ex ruga de li bagni, la vanella della porta parva e della porta magna che fiancheggiano i lati lunghi della chiesa di San Filippo l’Apostolo; imboccando la successiva stradetta, l’ex vanella dell’oliva adiacente ai siti del baglio e dell’ospedale ebraico si ritorni sulla via Alagona e, quindi, al punto di partenza per visitare quella stanza ipogeica straordinariamente carica di suggestioni che è il miqwèh. Nella comunità ebraica i rituali di purificazione assumevano un ruolo fondamentale.

Il miqveh di Siracusa, uno dei più importanti d’Europa, è quello di Casa Bianca, scoperto casualmente nel 1989 durante i lavori di ristrutturazione di un palazzo. La falda era già conosciuta nell’antichità per l’esistenza nella zona di due pozzi greci. La stanza è fresca e addolcita da luci tenui e soffuse che creano un’atmosfera suggestiva, capace di suscitare il ricordo di questo luogo quando era ancora al colmo della sua attività.

Secondo le Scritture, l’immersione in acqua era necessaria per riacquistare la purità rituale e dunque poter accedere al luogo di culto. L’elemento dell’acqua nella Giudècca assume il ruolo della purificazione. In tutti i quartieri abitati dagli ebrei sono presenti delle vasche di acqua pura in cui le persone si immergono per eseguire i riti di purificazione.

Una scala di 58 gradini, scavata nella roccia, conduce in una stanza sotterranea: un ambiente simile ad una caverna, con il soffitto sorretto da colonne di pietra, in cui si aprono cinque vasche profonde 140 centimetri. Tre di queste si trovano nella parte centrale della grotta e sono disposte a forma di trifoglio, mentre le altre due sono collocate in due stanze laterali. L’acqua che alimenta le vasche doveva essere assolutamente pura.

C’è un tesoro nascosto sotto la chiesa settecentesca di san Filippo Apostolo, sull’isola di Ortigia a Siracusa. Si tratta di tre livelli sotterranei scavati dai greci antichi: al primo livello si trova la cripta della chiesa con affreschi settecenteschi; al secondo la rete ipogea, affascinante dedalo sotterraneo che collega tutti i luoghi sacri e istituzionali dell'antica di Ortigia e che funse anche da rifugio durante la seconda Guerra Mondiale; e al terzo un pozzo greco intorno al quale, nel tardo quindicesimo secolo, è stata costruita una scala elicoidale che conduce fino alla sorgente di acqua dolce posta a 18 metri di profondità, usata come mikveh, bagno rituale ebraico.

Il sito ipogeo dal 2016 è iniziata la gestione parrocchiale delle visite grazie al giovane don Flavio Cappuccio, parroco di san Giovanni Battista all'Immacolata. Queste sono aperte dal lunedì al sabato, dalle 10 alle 12.30 e dalle 15 alle 17 tutti i giorni al pubblico grazie ai volontari coordinati da Marco Aprile che guidano i turisti in un affascinante viaggio sotterraneo, ricco di storia, cultura e fede.

Il miqweh, situato a 18 metri sotto il livello stradale, e alimentato da acqua pura sorgiva, è fra gli unici bagni rituali in Europa che conservi a tutt’oggi la sua integrità e il suo fascino. L’ingresso conduce direttamente al cunicolo scavato nella roccia che scende in una stanzetta rettangolare presso il cui centro vi sono tre vasche in cui sgorga ancora dell’acqua (proveniente dalla ricca falda acquifera siracusana che dà anche vita alla Fonte di Aretusa).

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