Bagno il Faro: Una Storia di Luce e Guida attraverso i Secoli

Una luce che illumina la notte e guida l’uomo che su una fragile imbarcazione si dirige verso la riva è un’immagine antica, che si perde nella notte dei tempi, è diventata un mito che si è evoluta nel tempo, mentre si evolveva l’arte del navigare.

Superato un primo momento di terrore verso l’elemento sconosciuto, appena costruita la prima zattera, forse fatta di pelli o anche una canoa, ottenuta scavando un tronco d’albero, l’uomo ha scoperto molto presto che poteva muoversi agevolmente sull’acqua, forse scendendo dai fiumi, e poi, attraverso questi, arrivando al mare, dove ha imparato a spostarsi facilmente per raggiungere altre coste trasportando merci e persone.

Si hanno rappresentazioni di barche risalenti all’età del ferro, forse solo piccole imbarcazioni di giunchi, come in Egitto veniva utilizzato il papiro, ma nella piramide di egiziana di Saqqara, costruita tra il 2380-2350 a.C. uno dei bassorilievi rappresenta un tipo di barca in legno con un ingegnoso sistema di alberatura che poggiava sui bordi, così da rendere più leggera l’imbarcazione.

Intorno al 1200 a.C. fecero la loro comparsa nel Mediterraneo i Fenici, gli abitanti di una zona costiera oggi divisa tra Libano, Siria ed Israele, un popolo che fino ad allora era stato suddiviso in diverse tribù, e che, una volta raggiunta un’unità nazionale, cominciarono ad espandersi verso il mare, dimostrandosi i più grandi navigatori dell’antichità e portando avanti un proficuo commercio con tutte le altre popolazioni costiere, arrivando addirittura ad oltrepassare le Colonne d’Ercole, quel limite altre il quale nessuno aveva mai osato avventurarsi, convinti che al di là vortici marini e creature mostruose avrebbero inghiottito navi e uomini, fino ad arrivare a toccare le coste meridionali britanniche.

In realtà non è noto il vero nome di questo misterioso popolo di navigatori, furono i Greci a chiamarli "öïéíßêüò" (phoinikòs), cioè "rossi di porpora" dal colore di quelle rosse stoffe, tinte con una strana conchiglia, che commerciavano, insieme ad olio d’oliva, vino e legno di cedro.

La navigazione all’inizio è comunque prevalentemente costiera e diurna, poi nacque la necessità di navigare anche di notte e l’uomo imparò ad orientarsi con le stelle, ma questo non basta ad evitare scogli affioranti, banchi di sabbia, correnti, ed ecco la necessità di illuminare la notte con i primi "fari", che non erano altro che falò di legna accatastata, situati nei luoghi più pericolosi per segnalare la rotta ai naviganti.

Questi primi fuochi necessitavano di continua cura, dovevano restare accesi tutta la notte, sono vitali, il buio significava pericolo e morte, ci volevano uomini che si alternassero per la ricerca del combustibile e per tenerli accesi. Probabilmente i primi "guardiani del faro" erano schiavi o prigionieri, a cui toccava questo compito così gravoso.

"[Achille] s’imbracciò lo scudo / Che immenso e saldo di lontan splendea / Come luna, o qual fuoco ai naviganti / Sovr’alta apparso solitaria cima / Quando, lontani da’ lor cari, il vento / Li travaglia nel mar ……. "(vv.

Altri poeti classici dell’antichità, da Ovidio a Virgilio, hanno rappresentato il faro come un mito ispirandosi alla leggenda di Ero e Leandro, gli amanti segreti. Ero, la mitica sacerdotessa di Afrodite, aspettava ogni notte Leandro, il suo amante, sulla riva dell’Ellesponto, che lui attraversava a nuoto per raggiungerla, guidandolo con una fiaccola accesa, il faro appunto. Una notte il vento spense la luce e Leandro si perse tra i flutti, così Ero, disperata, seguì la sua sorte.

Molti secoli più tardi Virginia Wolf (1882-1941) nel suo romanzo del 1927 "Gita al Faro" ("To the lighthouse") descrive il faro della sua fanciullezza come" …….una torre argentea, nebulosa, con un occhio giallo che si apriva all’improvviso e dolcemente la sera". Con il passare del tempo il faro non ha perso nulla del suo fascino romantico.

Così dall’antichità ai tempi nostri, tra mito e leggenda, nasce questa guida ai naviganti, e con l’evolversi della navigazione commerciale vengono costruiti i primi porti sulle rotte più trafficate del Mediterraneo che vengono illuminati con i primi rudimentali fari, che spesso non sono altro che piccole torri sulla cui sommità veniva acceso un falò, oppure strutture metalliche sulle quali, per mezzo di carrucole, venivano issati dei bracieri in ferro contenenti il combustibile, composto da fasci di erba secca o legna resinosa.

Ed è proprio in questo momento che, quasi contemporaneamente, fanno la loro apparizione i due fari più conosciuti di tutta l’antichità, due monumenti che non saranno mai più eguagliati.

Uno di questi, inserito intorno al 200 a.C. nell’opera "De septem orbis spectaculis", attribuita a Filone di Bisanzio, tra le sette meraviglie del mondo, è il Colosso di Rodi, un’enorme statua antropomorfa che rappresentava Elios, il dio del sole, con un braciere acceso in una mano, alta almeno 70 cubiti, circa 32 metri, secondo la descrizione di Plinio il Vecchio, il quale, in realtà, non lo aveva mai visto, essendo vissuto secoli più tardi.

Pare che lo studioso romano avesse letto durante la sua vita almeno 2000 volumi, molti dei quali di storia greca, ed è possibile che ne abbia letto la descrizione in qualcuno di essi. La tradizione racconta che fosse costruito a cavallo dei due bracci del porto, con le navi che passavano tra le sue gambe, ma in realtà non si conosce la sua esatta collocazione.

Questa enorme statua era stata eretta da Cario di Lindos intorno al 290 a.C. ; si racconta che fosse costruita in pietra, ricoperta da piastre di bronzo e la leggenda vuole che il suo architetto non ne abbia visto la fine, si suicidò per misteriosi motivi e non si sa chi terminò la statua.

Anche se l’opera fu portata a termine in dodici anni, questo colosso ebbe poi vita breve, crollò in mare a causa di un terremoto 80 anni dopo la sua costruzione e una leggenda racconta che nel VII secolo d.C. i suoi resti vennero recuperati e venduti da un mercante ebreo a dei mercanti arabi e pare che alcune parti, molto tempo dopo, non si sa come, finirono in Italia e furono utilizzate per la costruzione, nel 1600, della famosa statua di San Carlo Borromeo ad Arona, sul Lago Maggiore, chiamata comunemente San Carlone per le sue dimensioni.

Questa rappresentazione antropomorfa di un faro non è rimasta l’unica nella storia. Pochi sanno che la Statua della Libertà, omaggio del Governo Francese a quello Americano, quando fu collocata all’ingresso del porto di New York nel 1886, con i suoi 93 metri di altezza da terra fino alla fiaccola, fu, per ordine del Congresso degli Stati Uniti, definita "Aid to navigation" (Aiuto alla navigazione), cioè un faro a tutti gli effetti, sia pure a luce fissa, era gestita dal Servizio Fari americano ed è stato elettrificato poco tempo dopo la sua collocazione, il primo faro in assoluto ad essere elettrificato negli Stati Uniti.

Questo durò fino al 1902, quando la sua gestione passò al War Department e divenne in seguito il simbolo della Grande Mela.

Quasi contemporaneamente apparve il faro dei fari, il faro per eccellenza, quello che veniva considerato un’ altra delle sette meraviglie del mondo, il Faro di Alessandria, la grande città egiziana sul Mediterraneo fondata da Alessandro Magno nel 332 a.C.

Questo monumento ebbe una vita lunga, ma assai travagliata. E’ stato costruito da Sostrato di Cnido intorno al 280 a.C. sull’isolotto di "ØÜñïò" (Pharos), diventato poi un promontorio, di fronte ad Alessandria, ed in seguito in tutte le lingue di origine greca e latina il nome di quella località è diventato sinonimo della struttura che illumina il mare, mentre nella lingua anglosassone il faro diventa "lighthouse", casa della luce.

La sua costruzione fu iniziata sotto il regno di Tolomeo I° (305-283 a.C.), che era stato un generale di Alessandro Magno, e venne terminata durante il regno di suo figlio Tolomeo II° (285-246 a.c.), i Faraoni di un Egitto ormai ellenizzato, l’ultima dinastia di Faraoni che sarebbe terminata con la morte di Cleopatra nel 30 a.C. e con la dominazione romana.

Era la struttura di segnalazione più famosa al mondo, era alta 120 mt., la torre era rivestita di pietra bianca e il fuoco acceso sulla sua sommità, grazie ad un gioco di specchi, poteva essere visto a più di 30 miglia di distanza.

Era stata costruita in tre parti, una base quadrata alta 71 mt., una parte centrale ottagonale alta 34 metri ed una lanterna cilindrica, sulla cui sommità svettava una statua di Zeus, perché i greci Tolomei avevano portato dalla terra d’origine non solo molte delle loro tradizioni, ma anche i loro dei che avevano affiancato a quelli Egiziani.

All’interno un larga rampa consentiva di portare alla lanterna, per mezzo di muli, il combustibile, composto da legna resinosa, inoltre alloggiava anche una guarnigione di soldati di guardia al porto.

Nel 641 d.C. il faro fu danneggiato dall’assedio posto dagli Arabi che conquistarono Alessandria e cessò di operare, pur rimanendo al suo posto, ma venne in seguito distrutto da una serie di terremoti. Nel 700 d.C. crollò la lanterna, nel 1100 la struttura ottagonale e l’ultimo terremoto, nel 1302, fece crollare in mare anche la base quadrata che, nel frattempo, era diventata una moschea.

Nel 1995 una spedizione di archeologi subacquei francesi, guidati da Jean Yves Empereur, mentre esplorava i fondali del porto di Alessandria alla ricerca di vestigia dell’antica città, si è imbattuta in enormi blocchi di granito che sembrerebbero provenire dalla base del faro. Questo è plausibile in quanto il monumento è crollato nel XIV secolo, e non è escluso che alcune sue parti possano trovarsi ancora in fondo al mare. Comunque questo antico faro ha talmente colpito l’immaginario collettivo che lo si trova spesso rappresentato su stampe. libri e dipinti.

Nel grande atrio dell ‘Empire State Building di New York è situato un pannello che rappresenta il grattacielo che irradia raggi di luce dalla sua sommità, quasi una rappresentazione allegorica del primo grande faro conosciuto dall’umanità.

Dopo questa meraviglia i fari sembrarono sparire, si ritornò ai falò, fino a quando un’altra grande civiltà si affacciò su Mediterraneo : quella dei Romani. E’ con loro che vengono costruite le prime vere torri sulla cui sommità si tiene acceso un fuoco di fascine e di legna, è con i Romani che queste torri escono dal bacino ristretto del Mediterraneo per accendersi sulle coste spagnole e francesi, arrivando fino al Canale della Manica, dovunque arrivasse la conquista romana.

In Italia, a Ostia, venne costruito dall’imperatore Claudio nel 50 d.c. un porto, poi ampliato da Traiano nella forma che ancora oggi conosciamo, come sbocco sul mare della capitale, porto che è diventato presto molto importante per i traffici marittimi. Al suo ingresso fu eretto un faro che emulava quello di Alessandria, almeno nell’aspetto se non nelle dimensioni, e ancora oggi lo si può vedere rappresentato nel pavimento a mosaico del piazzale delle Corporazioni di Ostia Antica.

Altri fari sorgono dovunque vi sia un porto romano, dal Tirreno all’Adriatico, e i fari vennero anche rappresentati su monete e bassorilievi. Altri fari vengono ricordati da Plinio e da Svetonio : quelli di Ravenna, Pozzuoli, Capri e Messina. Prima della caduta dell’Impero Romano 30 torri di segnalazione illuminavano il mare lungo le coste del Mediterraneo e dell’Atlantico.

Un faro costruito dai romani ed ancora in funzione, dopo 2000 anni, è quello di La Coruña, l’antica Brigantium, in Spagna, chiamato Torre de Hèrcules per via delle molte leggende che lo circondano legate al mitico eroe. Fu costruito da Caio Sevio Lupo, proveniente dalla Lusitania, l’odierno Portogallo, intorno al 100 d.C. durante il regno dell’Imperatore Traiano, fu dedicato a Marte e l’architetto pose allora alla sua base una targa con questa iscrizione che è tutt’ora leggibile : MARTI AUG. SACR./ C.

Intorno al 41 d.C. era sorto vicino a Boulogne, sulla costa francese della Manica, un altro faro voluto da Caligola, il primo in quel paese, si trattava di una torre alta 37 metri, ma una volta abbandonata dai Romani aveva iniziato ad andare inesorabilmente in rovina. Sembra che lo stesso Carlomagno avesse ordinato di restaurarlo nell’800 d.C.

Finita la gloria di Roma e caduto l’Impero Romano nel primo Medio Evo, i secoli bui che seguono oscurano anche il mare. La navigazione in questo periodo torna ad essere costiera, lungo le rotte conosciute, sono ancora lontani i tempi delle grandi esplorazioni ed il pericolo di popoli navigatori e guerrieri provenienti dal Nord che potevano arrivare all’improvviso, depredare e fuggire, scoraggiavano l’uso di segnalazioni costiere che potevano piuttosto guidare la loro rotta che aiutare naviganti in difficoltà.

Le torri erette dai romani vanno in rovina così si ritorna ai falò sulle colline nei punti pericolosi per la navigazione o a bracieri a bracci mobili posti soprattutto all’ingresso dei porti.

In Inghilterra e Francia, governate già dalle grandi dinastie, sono soprattutto le torri dei monasteri in riva al mare a svolgere la funzione di fari, sempre alimentati con fascine di legna o semplicemente illuminati da candele, e gestiti da ordini monastici e dai grandi ordini religiosi cavallereschi, come i Templari, gli Ospitalieri ed i Cavalieri di Malta.

In Germania la Lega Anseatica riunisce molte città costiere tedesche e scandinave e qui sorgono fari a protezione delle coste e dei porti per favorire il commercio. Ma ci sono anche dei monaci eremiti che svolgono questo compito, se ne trovano in tutta Europa : in Italia possiamo ricordare il monaco San Raineri che teneva un falò acceso a protezione dello Stretto di Messina, dove, su un vecchio bastione, nel 1857 è stato eretto un faro, ma il più famoso di tutti è certo San Venerio (560 ca. - 630), che viveva da eremita sull’Isola del Tino, nel Golfo di La Spezia e che ogni sera, all’imbrunire, accendeva un fuoco sul punto più alto dell’Isola, forse dove oggi si trovano il Forte Napoleonico ed il faro, per aiutare i naviganti di allora ad attraversare sani e salvi quel tratto di mare.

Le leggende lo vogliono anche uccisore di un mostro marino che infestava la zona, ma questa è un’altra storia.

Comunque San Venerio dal 1961 è diventato il protettore dei Faristi d’Italia ed in ogni faro si trova una piccola pergamena bordata di rosso con una preghiera a lui dedicata.

E’ solo a partire dai secoli XI e XII, con la ripresa dei commerci, soprattutto con l’Oriente, che lungo le coste d’Italia, su cui si affacciano le quattro Repubbliche Marinare, ma pur sempre divisa tra Signorie e Comuni, vengono erette alcune torri sulla cui sommità continuano a bruciare brugo e ginestra secca, il combustibile più comune che nasce appena alle spalle del mare.

Ricordiamo la prima lanterna eretta alla foce del fiume Ausa, vicino a Rimini, sull’Adriatico, e sul Tirreno la torre di Genova, quella di Porto Pisano, che si è insabbiata poco dopo la sua costruzione.

Il Faro Voltiano di Brunate: Un Simbolo del Territorio Comasco

Certamente il Faro di Brunate è uno dei simboli più interessanti del nostro territorio. Il Faro Voltiano è una torre ottagonale alta 29 metri eretta nel 1927 sulla vetta del Monte Tre Croci (località San Maurizio) in occasione del centenario della morte di Alessandro Volta.

Nella volta centrale del faro fu collocato un busto del fisico comasco, rappresentato in età avanzata, donato dai postelegrafonici. Il faro fu inaugurato l'8 settembre 1927 con l'intervento dell'allora Ministro delle Comunicazioni, Costanzo Ciano.

Progettato dall'ingegnere Gabriele Giussani, ha al suo interno una scala a chiocciola di 143 gradini che permette di raggiungere due balconate circolari: la prima poco sopra il portone d'ingresso, la seconda all'esterno della lanterna; da questi punti è possibile vedere panorami che spaziano sull'arco occidentale della catena alpina, fino al Monte Rosa.

Il faro, a partire dal tramonto e fino all'alba, emette alternativamente luce verde, bianca e rossa. Da allora, come detto, il faro si illumina tutte le notti con un fascio rotante tricolore visibile anche a grande distanza.

Un socio del Rotary Club Como, su varie segnalazioni di cattiva manutenzione, degrado della struttura e guasti che interrompono il funzionamento prende in esame dal 2004 la possibilità di rinnovare il sistema di luci rotanti.

Si cercano soluzioni per una riduzione del consumo energetico e una maggiore affidabilità. Quindi luci LED e nuovo sistema di rotazione. Si svolge una tesi di laurea del Politecnico di Milano sul tema luci LED per applicazioni di alta luminosità.

Seguendo quella traccia si forma nel 2012 un gruppo di lavoro, composto da due soci con l’aiuto di un ingegnere esterno esperto in innovazione per esaminare possibili sviluppi e si scopre che un’azienda, Vega, è pioniere nell’utilizzo di luci LED su fari marittimi e che sono in funzione due fari, uno in Giappone e uno alle Canarie. Si prendono contatti, si verificano i costi e le specifiche tecniche e nasce il progetto pluriennale del Rotary Club Como 2012-2016.

Il gruppo di lavoro definitivo è composto da tre soci e un collaboratore esterno. Il progetto comprende tre attività: promozione di un accordo tra i Comuni di Como (proprietario) e di Brunate (dove è posto il faro) per una collaborazione nella valorizzazione e gestione del monumento.

Si arriva a una convenzione approvata dai due Comuni che recepisce i suggerimenti presentati dal Rotary; rimozione delle parti obsolete., dove sorge un serio problema dovuto al fatto che il sistema rotante appoggia su un bagno anulare di 70 kg. di mercurio liquido, ragione per cui si deve perciò trovare chi lo possa estrarre e smaltire con tutte le autorizzazioni.

Il lavoro viene svolto da un’azienda di Gorizia, SPHERAE.

Bagno Il Faro a Castiglione della Pescaia

Lo stabilimento balneare Bagno il Faro si trova a Castiglione della Pescaia, in provincia di Grosseto. Da oltre 20 anni, la struttura permettere di vivere un'esperienza unica ed esclusiva. I proprietari e lo staff accolgono i clienti con gentilezza e cordialità facendoli da subito sentire a casa e parte integrante di una grande famiglia.

Bagno il Faro si trova a Castiglione della Pescaia in provincia di Grosseto. Questa cittadina è una nota località balneare, i paesaggi sono di sublime bellezza, a pochi chilometri dallo stabilimento possiamo visitare numerosissimi parchi, riserve naturali, pinete e isolotti.

Lo stabilimento balneare Bagno il Faro si trova in Via Roma 1, a Castiglione della Pescaia. La nostra location è il luogo perfetto per una vacanza rilassante al mare e per organizzare una cerimonia indimenticabile.

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La vostra giornata ideale parte al mattino presto con un’ottima colazione del nostro Beach Bar, guardando un mare splendido ed una spiaggia ordinata e pulita. I nostri ombrelloni sono disposti in modo da lasciare un ampio spazio per farvi godere il primo sole in tranquillità.

A pranzo e cena il nostro famoso ristorante pizzeria, specializzato in piatti di pesce fresco, allieterà i palati più esigenti, o, se preferite, potete scegliere diversi tipi di insalate e altre prelibatezze da gustare sotto la nostra suggestiva veranda sul mare.

Il ristorante a pochi passi dal mare segue la tradizione culinaria mediterranea, che è ricca, gustosa e variegata. Il nostro menu presenta deliziosi piatti a base di pesce. Presso il nostro beach bar potrete gustare anche un’ottima colazione, il modo perfetto per iniziare la giornata, con una varietà di frutta fresca, dolci e bevande calde.

La Storia di Bagno Il Faro

La storia inizia nel lontano 1969, quando il fondatore, Luigi arrivò sulla pittoresca costa metapontina. Dopo anni dedicati alla gestione di altre strutture, nel 1974 decise di realizzare il suo sogno e aprì lo stabilimento Il Faro. Insieme a sua moglie Tina, Luigi ha cambiato radicalmente la storia del turismo sulla costa metapontina.

La loro visione era chiara: offrire servizi di qualità e professionalità, mettendo sempre al centro le esigenze dei clienti. Oggi, dopo cinquant’anni di successi e soddisfazioni, il testimone è passato ai loro figli, Paola e Alessandro.

Con lo stesso entusiasmo e passione dei loro genitori, continuano a portare avanti questa splendida tradizione. Paola e Alessandro sono determinati a mantenere vivo lo spirito pionieristico dei loro genitori, assicurando che ogni visitatore si senta parte di questa bella storia di famiglia.

Antico Bagno Favorita

L' Antico Bagno Favorita è uno degli stabilimenti più antichi d' Italia: sorse nel 1887 ad Ercolano, allora Resina, cittadina dell' entroterra costiero, rinomata località di villeggiatura tra il Vesuvio e il mare, celebre per gli scavi archeologici e le ville del '700.

Situato al centro del Golfo di Napoli, con vista di un paesaggio che abbraccia in un solo sguardo la penisola sorrentina e la costa napoletana, Capri e le altre isole, l' Antico Bagno Favorita costituiva la pertinenza a mare della Villa Favorita, gioiello dell' architettura settecentesca del Miglio d'oro, alla cui storia è indissolubilmente legato.

Nacque così l' Antico Bagno Favorita, costruito interamente su palafitte in legno, che divenne, soprattutto dal 1893, quando la villa fu acquistata dai principi di Santobuono, soggiorno preferito dell' aristocrazia napoletana che villeggiava nelle residenze di famiglia del Miglio d' oro. Famoso negli anni dopo la I Guerra Mondiale costituiva punto di grande ritrovo tanto che le giornate e le notti Ercolanesi erano ambite da tutti i residenti e non.

Nel tempo l' Antico Bagno Favorita ha conservato la sua originaria conformazione, così come i discendenti del Pignalosa hanno preservato attraverso le successive generazioni, la tradizione familiare di questo piccolo stabilimento.

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