Bagno Tre Pini: Storia e Servizi
Situato a Follonica, una delle destinazioni balneari più suggestive della Maremma Toscana, l'Hotel e Residence I Cinque Pini offre la soluzione ideale per vivere momenti indimenticabili, in un contesto tranquillo e rilassante. Ogni dettaglio è progettato per regalare una vacanza memorabile a Follonica, una località balneare ricca di spiagge e vita nel cuore dell'alta Maremma.
Rallenta... Siamo a soli 250 metri dalle spiagge del Golfo di Follonica e dall'animato lungomare pedonale ricco di bar, ristoranti, pizzerie e gelaterie. La nostra struttura offre suite e appartamenti dal design moderno e curato, con una dimensione doppia rispetto alla media.
Un dolce risveglio ti aspetta all'Hotel e Residence I Cinque Pini grazie alla nostra ricca colazione dolce e salata, da gustare nell'accogliente sala interna o all'aria aperta, grazie ai tavoli circondati dal giardino. Potrai deliziarti con prodotti freschi e genuini, molti dei quali preparati in casa: torte, croissant e altre delizie appena sfornate.
L'Alta Maremma è una terra affascinante, che offre un'ampia varietà di attività ed esperienze. Che tu preferisca rilassarti al mare, esplorare la natura, avventurarti nella storia e nella cultura locale dei borghi, o deliziarti con specialità enogastronomiche, qui troverai qualcosa per tutti i gusti.
Un libro inedito, un dono letterario agli amici, ex colleghi, maestri delle scuole elementari di Sambruson, merita di essere messo a disposizione di chiunque. Chiunque scrive lo fa perché qualcuno legga, altrimenti gli basterebbe pensare.
Una conversazione su temi di pedagogia e di sociologia è diventata, con il trascorrere delle righe, e per precisa, successiva volontà , una parabola, un romanzo breve. L’hanno suggerito i frequenti fatti di cronaca che travolgono ragazzi incerti. Il nostro soggiorno su questo tappeto di terra è breve. Ragazzi, non fatevelo strappare da sotto i piedi. Fatevi largo, difendetevi. Un’altra occasione non c’è.
Scrivo di ragazzi, ma mi rivolgo agli adulti, in particolar modo ai genitori, agli educatori, alle persone sensibili. Sono cambiati i tempi? D’accordo! Racconto il dramma di un bambino che non viene capito. Che vive, per necessità , due esistenze, assume due personalità : una vera e una sognata, ambita. Nessuno se ne accorge, perché tutti, attorno, sono impegnati nella loro storia personale, nel loro lavoro, nelle loro tardive passioni.
Frequenta palestre. Altre discipline. Troppo spesso non ci si preoccupa di ciò che un bambino pensa, desidera, teme. Si crede che il problema non esista. Solo perché non si esprime in parole adatte? Orazio, il piccolo protagonista, si mimetizza, sogna il suo avvenire, in termini adatti all’età . Poi avverte che da solo non ce la può fare. Tenta di aggrapparsi a compagni più anziani. Ma nessuno si rivela in grado di alzarlo dalla posizione di inferiorità in cui brancola.
Il suo status è di uomo dimezzato: occhi a livello di cintura di suo padre. Nessuno lo guarda occhi negli occhi. Chi lo ama gli offre il benessere materiale, ma non sa chi egli è. Non pensa minimamente di aiutarlo ad estrarre “il succo della vita” dalla sua anima, perché ne goda. Altri intuiscono l’esistenza di un dramma interiore, ma non sanno come entrare nella fiducia necessaria.
Finirà male. Lo si avverte, lo si teme, c’è un crescendo allarmante, irresistibile. Nessuno interviene. Succede. I giornali riportano i drammi finali. Ogni persona responsabile chiuda gli occhi, rifletta: per quel sentiero è già passato.
Storia acerba, come il morso ad una mela cotogna. E’ questa la storia che vado a raccontare. A denti stretti. La dedico a Orazio B., bambino.
C’era gente in strada, guardava ammutolita. Vedere qualcuno cadere non è mai bello, quei pioppi poi! Avevano fatto ombra a tutti i padri di quel quartiere, durante i giochi della ricreazione e i corsi estivi di recupero, perché tutti erano andati in quella scuola ad imparare a leggere e a scrivere. Davano una linea al cielo in quella via. Un nonno andò via ingobbito nascondendo al nipotino la maceria. Un pensionato venne a chiedere se li davano via e a quanto. Una ragazza scarmigliata richiamò il cane Buck. «Oh, Buck! Hai visto?» Doveva aver capito perché simulò uno scatto rabbioso, poi invece si acquattò mugolando piano. Tornò indietro trafelata, addolorata. Un angolo di cielo le era stato sconvolto in un attimo e per sempre, lì davanti a casa sua.
Due massaie agitate, con la borsa della spesa in mano, passarono oltre gesticolando sul carovita. Un ragazzino che sapeva del picchio cominciò a sillabare: buck buck buck! La tragedia era globale e pensò che quella doveva essere la parola per dirla. Il labbro gli tremava, intuiva che era successo qualcosa di irrimediabile. Quegli occhi azzurri di donna, sbarrati, come due bottoni serrati a stringere uno squarcio irrimediabile di cielo, non si dimenticano facilmente. Balbettò buck, buck, buck, sempre più piano. Stavano marcendo, i rami cadevano a pezzi. La ragazza con Buck abbandonò al vento un lungo nastro nero di lutto avvinto alla ringhiera.
“Cresceranno” disse sorridendo. “Cresceranno con voi. Che diamine! Un giorno porterete i vostri bambini a scuola e direte… io li ho visti piantare.” All’ultimo istante gli venne un’ispirazione e cambiò la parola «piantare» con «mettere a dimora». Gli parve di avere pronunciato un degno discorso. Non cambiò niente. Accennò un inchino all’insegnante. «Buon anno, figlioli!» Ne accarezzò due, i più vicini. Uno era Orazio B.
La maestra Mori lasciò che il lutto sventolasse a lungo in quell’ottobre indimenticabile. Vennero le nebbie, nessuno uscì più sui prati della scuola, gli alberelli stecchiti, addossati a forti pali tutori ressero l’inverno, se la cavarono. Tutti se la cavarono, compreso un ulivo, perché piantarono pure quello in segno di pace con la natura, con i condomini confinanti, con i cuori teneri impazziti per così poco. Orazio B. alzò la mano e parlò alla maestra Mori, che insegnava poesie e a scrivere le doppie giuste. Non aveva trovato alcuna risposta, così prese tempo. Erano in classe quarta da un mese, da quando era iniziato il nuovo anno scolastico e tutti i giorni, alle dieci in punto, il picchio iniziava la sua processione di colpi secchi sulle scorze in alto.
La maestra Lanza si lagnava, perché disturbava, distraeva, era un’ossessione quel ticchettio. Oh, bè, durava fino a mezzogiorno, se è per questo! Chiese un cambio di turno. La maestra Mori spiegò e invitò ad osservare che non c’era solo quel suono ad entrare in aula dalla finestra aperta. C’erano molti altri suoni e segnali. Il treno dell’alta Italia, Roma-Trieste, le campane di Sambruson, il vento che faceva vibrare i fili dell’alta tensione e cadere una pioggia di foglie dalle acacie, un “nessun dorma” di Pavarotti da una radio oltre il cortile, l’odore marcio dell’ultimo fieno tagliato, il profumo del pane caldo di un forno non molto lontano.
La signora Elvira, grassoccia, e con un vocione da far tremare i vetri, gridava ogni due tre minuti: Antonio, Antonio cosa fai? Orazio B. è un bambino molto sensibile, molto curioso e si chiedeva cosa mai facesse Antonio. Non lo saprà mai perché poi i brontolii si affievolivano. Ecco, se si esclude lui, quello che dice e fa la signora Elvira non interessa a nessuno. E’ antipatica, non saluta, brontola con tutti, non rilancia la palla se piomba tra le sue aiuole, se la ritrovano in cortile il giorno dopo. La maestra Mori ha consigliato di ringraziarla, perché non ha ancora bucato la palla. Orazio B. ci ha provato e si è preso una ramanzina. “Ah, tu sei stato!” gli ha urlato. Anche la maestra ci è rimasta male, per solidarietà con Orazio B., che altrimenti si sarebbe trovato solo in un’incresciosa situazione. Ai suoi compagni non importava niente di quella grassona.
Voleva tenersi il pallone? Che se lo tenesse, ne avrebbero portato un altro. Per Orazio non era questione di palla sì o palla no, era questione del perché, del come mai quella donna se la prendeva con i bambini che giocavano. Giocavano così poco. A casa mai, a scuola a patto di non mettere in agitazione i confinanti. Era opinione diffusa tra le maestre che gli alberi fossero stati abbattuti per l’insistenza dei confinanti, brava gente che s’impegnava molto nel sociale e nel consiglio di quartiere. D’inverno quando soffiava il vento, e le foglie non c’erano, sembravano un bosco, quei rami sferzati dalla bora. La ragazza scarmigliata, a quel suono, leggeva “Cime tempestose” e sognava, altri andavano a protestare in municipio “che non si può più vivere”.
Orazio B., bambino, chiudeva spesso gli occhi ed immaginava. Era innamorato della sua maestra, di lei si fidava, per questo chiese notizie del picchio. Era stato loro amico per tante ore durante le lezioni, gli aveva fatto compagnia, gli aveva fatto immaginare un mondo visto di lassù, bello, libero, diverso insomma. Erano andati spesso a spiare le cime, a capo rovesciato, ma solo qualcuno l’aveva scorto mettendo a fuoco il punto da cui partiva il tocco. Un picchio può andare dove vuole, però alla fine deve possedere una casa. Orazio B. fu contento, quel picchio era lui, e senza casa non ci si vedeva proprio. Tentennò ed abbozzò un sorriso lungo e fermo, scolpito. Immaginò. Sognò. Volava sfiorando le cime e guardando giù. Nessuna paura, nessun effetto strano, tutto normale: era un picchio.
Trovò finalmente un albero, probabilmente un pioppo, ma non ci fece caso, era un bell’albero, oh sì sì! Provò a cinguettare, a muovere le labbra, perché pur essendo un picchio sapeva benissimo che era lui, Orazio B., bambino. Ebbe l’occasione singolare di picchiettare la scorza e provare l’emozione e la bravura del picchio. Gli sembrò di sentire un’eco o forse era l’amico che gli rispondeva. Si eccitò, si agitò, allungò il collo, chiamò come meglio poté: si sta meglio in compagnia. E poi aveva bisogno di capire tante cose, di imparare. Si mise a picchiettare, a muovere il capo avanti e indietro contro la tastiera del letto. Venne sua madre e ne fu impressionata. Chiamò il marito. “Il bambino sta male.” Gli tastarono il polso, la fronte, il respiro. Orazio B. fu lasciato solo. Sentiva che lo stavano ascoltando di là . Provò e riprovò a volare dall’alta cima, a ritrovare le perdute emozioni, a scoprire un mondo sconosciuto, curioso, ma non ci riuscì, quella notte non ci riuscì. La sua giornata era stata molto faticosa.
“La vita è fatta di alti e bassi” soleva dire, suscitando l’ilarità del barbiere, del fornaio, del barista, delle persone che incrociava. Scherzava volentieri sul lavoro e sul suo quotidiano scendere e salire in condomini sempre più elevati dotati di ascensori bisognosi di continua manutenzione. Sua madre era cassiera ai supermercati di generi alimentari della cittadina, studi liceali interrotti. Delusa di quel posto, fisso. Alla sera la sua testa era una tastiera rotta, una cassa rimbombante con numeri e resti, codici, pin, ribassi, buoni sconto, tariffe a memoria. A letto, scherzando, diceva “grazie, arrivederci” al posto di buona notte, lo diceva mille volte al giorno, quasi quasi non sapeva dire altro. Bella donna, ci teneva a ben figurare, gli piacevano i complimenti. Suo marito le diceva “tieniti su”. Lei faceva del suo meglio, i capelli soprattutto, sempre in ordine e la frangetta sugli occhi da scuotere quando sentiva di essere osservata.
Il marito era uno dei tanti anonimi borghesi di quartiere che avevano scoperto il sistema del vivere sotterraneo, non facendosi notare, non impegnandosi in niente, lamentandosi sempre secondo prassi e costume. Faceva parte del folto gruppo di coloro che dicevano “siamo sempre noi a pagare”. Aveva scoperto la grande efficacia dell’invettiva: “Ladri, ci mangiano tutto!”. E’ vero, è vero! Attorno gli davano ragione e guardavano altrove. Detto questo era salvo, era a posto. Si era collocato in quella categoria di persone che hanno la tutela garantita e la possibilità di evadere tranquillamente essendosi autodefinite povere. Di fatto si accodava alla fascia dei veri perdenti. Non conosceva l’iva, faceva lavoretti extra senza fattura, scroccava fin dove poteva, “in fin dei conti non rubo e non ammazzo”, si giustificava, mimetizzandosi in una vasta marea di anonimi e prudenti colleghi. Era affezionato alla sua famiglia e faceva del suo meglio per tirare avanti con dignità , con molti affanni, per non avere altri tipi di affanni; la povertà , ad esempio. Sotto qualunque punto di vista Filippo Braschi era un brav’uomo, non aveva dubbi.
Andava via un ottobre stupendo, giornate solatie, tramonti imbronciati, ma niente pioggia, solo nebbioline al mattino. Nei parchi, aceri indiavolati di rosso sfuocavano lentamente spogliandosi. Coppie di garzette planavano sui pantani del fiume in secca. Non pioveva da mesi. Tanto bastava per lamentarsi delle burrasche che sarebbero venute. “Chissà che invernata avremo!” Parlare del tempo è un diversivo, un argomento di discussione facilissimo, poco impegnativo, puoi dissentire annuendo, puoi dire quello che vuoi, possono risponderti quello che vogliono, nessuno ascolta nessuno, perché non gli interessa. Gli argomenti interessanti del resto erano sempre meno, i silenzi molto eloquenti, anche in casa si parlava poco. Di cosa si dovevano parlare Filippo Braschi e sua moglie? Del lavoro? Eh, no, per favore! Del calcio, pensiero dominante dei più, aveva un’opinione originale di cui si vantava ma solo in casa: è un allevamento di cretini, guarda come se le danno! Guarda che imbrogli! Di politica? Meglio di no, meglio non compromettersi e poi, tanto fanno tutto gli altri, sempre gli stessi.
Il tempo libero lo passava in tuta correndo lungo gli argini, andando a funghi, seguendo un collega che pescava trote addormentate in un laghetto artificiale lungo l’autostrada. “Meglio farsi gli affari suoi!” diceva asciutto con un colpetto affermativo del capo. Gli affari suoi erano musica classica, qualche telefilm, clienti da visitare. Il quotidiano che acquistava all’edicola sottocasa veniva sfogliato alla sera, in fretta. “Tutte notizie superate, a quest’ora” mormorava e piegava il giornale, guardava i titoli in borsa, aveva messo via qualcosa perdendo regolarmente, non sapeva come tirarsi fuori. Ecco, questo era un suo cruccio, e tutto perché aveva ascoltato un esperto, un suo amico della banca popolare. “Senza crucci non s...
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