Il Dialetto Milanese e i Mestieri di un Tempo

Quando si sente parlare dialetto milanese parte un moto di nostalgia, indistintamente, anche per chi l’epoca d’oro del milanese non l’ha mai vissuta. Questo non accade per gli altri dialetti.

Il dialetto milanese descrive un mondo recente, fisico ma anche morale sociale e culturale, durato fino a cinquanta anni fa, ma che pare già sepolto. Ma quando senti parlare Paola Cavanna la nostalgia resta sullo sfondo, in primo piano il garbo, l’ironia e la preparazione di una signora milanese che non rinuncia alla sua lingua madre: il dialetto milanese.

Il dialetto, espressione di un popolo, è come un abito su misura: rappresenta l’etichetta, le radici, la carta d’identità di chi lo parla. È come una spugna che assorbe fatti, episodi, luoghi, persone e che restituisce fatti, episodi, luoghi, persone con profilo e identità precisi, ma soprattutto con un’anima. La sua incredibile forza espressiva e descrittiva scaturisce dall’essere vicinissimo alla quotidianità della gente, dando nuova forma alle parole e riuscendo spesso con un solo termine, ad esprimere idee che sarebbe difficile tradurre in italiano con la stessa immediatezza e incisività.

Abituati come siamo alla Milano di oggi, città così frenetica ed industriosa, sembra quasi impossibile che fino a pochi decenni fa, la vita della gente della metropoli fosse così diversa, sicuramente meno stressante! Imperava “l’arte del sapersi arrangiare”, in cui noi italiani siamo davvero maestri. Lo testimoniano vecchie foto, preziosi documenti di un’epoca passata, senza le quali, oggi, faremmo davvero fatica a credere come la gente riusciva a sbarcare il lunario.

I Mestieri Scomparsi della Milano di un Tempo

Quali erano queste attività della Milano dell’Ottocento o del Novecento, oggi definitivamente scomparse o comunque pesantemente trasformate? A parte alcuni tipi di competenze dal cui nome era abbastanza semplice comprendere il significato, sfido chiunque, che non sia un milanese doc, a capire dal nome, il mestiere che certi soggetti praticavano. Non per tutti i lavori era stato “coniato” un nome preciso.

Per buona parte, i lavori scomparsi erano tipici mestieri da ambulanti, tutta gente che, mediamente, viveva con poco. Le loro attività abbracciavano vari aspetti della vita sociale. C’erano quelli che si occupavano del settore alimentare e usavano venire quotidianamente in città per vendere i prodotti della propria zona, e quelli che arrivavano dal circondario restando a Milano per periodi più o meno lunghi, in funzione della richiesta, per offrire la loro collaborazione e professionalità in lavori manuali. Non erano tutti autoctoni e, spesso, venivano dalle regioni vicine.

Chi, con qualche annetto sulle spalle come il sottoscritto, può avere dimenticato il calore di quelle voci squillanti, stridule, quella gara di strilli nei cortili delle case di ringhiera della vecchia Milano? Erano proprio gli ambulanti a richiamare le massaie con le loro espressioni spesso curiose. Giravano a piedi di quartiere in quartiere, portando con sé dei cesti a mano con i prodotti che speravano di vendere, oppure spingendo un carrettino o un triciclo con i ferri del mestiere.

Era un modo di vivere totalmente diverso, nel quale difficilmente potremmo riconoscerci, sicuramente più genuino e paesano. I loro mestieri erano spesso legati ad antiche feste e tradizioni. Tante di queste attività si sono trasformate nel corso degli anni, altre sono sparite del tutto e ne troviamo memoria solo in qualche preziosa foto dell’epoca oppure nella testimonianza dei nonni o dei loro amici lombardi o meneghini doc.

Viste con gli occhi di oggi, certe vecchie foto ingiallite dei mestieri della Milano di ieri, fanno davvero sorridere, risultando spesso anacronistiche, per non dire patetiche: sembra quasi di calarsi in un mondo irreale. Eppure era veramente così fino a nemmeno tanti anni fa! Fanno riaffiorare alla memoria le storie, che i nonni raccontavano a noi bambini, dipingendoci ora questo soggetto, ora quello, come delle autentiche “macchiette”. Ogni rione aveva naturalmente le sue.

Era tutta gente che veniva dai comuni limitrofi o si calava in città dalle valli del varesotto, del comasco o del lecchese. Non essendo tantissimi, girando ovunque, finivano per essere conosciuti in tutte le contrade della città, soprattutto per il loro modo folcloristico di annunciarsi, urlando per strada le frasi più strane ed improbabili.

Alcuni Esempi di Mestieri Milanesi

E’ questa, una carrellata davvero curiosa di mestieri (in ordine alfabetico) espressi col loro nome dialettale. Oltre al tentativo di capire, tramite ricerca etimologica, il perché di certi nomi, voci che spesso fanno sorridere per la giustificazione disarmante che le accompagnano, a volte si scoprono inattesi riferimenti storici, a volte aneddoti simpatici che ci portano a spasso nel tempo, fra i lavori più comuni nella Milano di ieri.

  • El Cadreghée: Era il riparatore di cadreghe, cioè delle sedie impagliate. Proveniva soprattutto dai paesi del Veneto attorno a Belluno e dal Friuli. Girava per le strade in bicicletta portando con sé, in un sacco, gli attrezzi del mestiere come la pialla, il martello, i chiodi, la sega e la paglia. Si fermava su richiesta e si dedicava alla riparazione delle sedie usurate o rotte. A dire il vero, questo è un mestiere non ancora del tutto scomparso. A dispetto del consumismo (rotta una sedia, se ne acquista una nuova), impavido, el cadreghée non rinuncia ad abbandonare la sua attività. Ogni tanto infatti, girando per le periferie, capita di trovarne qualcuno ancora oggi, seduto tutto solo su uno sgabello, contornato da sedie rotte, tutto intento ad intrecciare paglia all’angolo di un portone.
  • El Cafettee del cafè del genoeucc: Tra i venditori più curiosi della Milano di ieri, c’era “el cafettee del cafè del genoeucc”. La tradizione risale all’Ottocento ed è proseguita fino a poco dopo la conclusione della prima Guerra Mondiale. Soprattutto in centro, non mancavano allora, bar e locali rinomati, eppure, proprio in piazza del Duomo e lungo le strade che portavano alle porte della città, si poteva vedere una specie di trespolo su ruote gestito da un ambulante, che vendeva soprattutto nelle ore notturne e fino all’alba, del caffè caldo destinato agli operai che rientravano a casa tardi alla sera o che andavano presto al lavoro al mattino e non potevano permettersi il lusso di gustare quello “vero” dei pochi bar ancora aperti a quelle ore. La bevanda che vendeva l’ambulante, costava certamente meno che al bar, ma poco anche valeva e, nonostante ciò, andava a ruba. Era ricavata dai fondi di café recuperati dall’ambulante stesso nei bar limitrofi, scaldata in un recipiente di rame e spillata alla base da un apposito rubinetto. Perché lo chiamavano “café del genoeucc”? Per alcuni, l’avventore, per spillare da solo la bevanda dal recipiente, a volte doveva persino inginocchiarsi, tanto era sistemato in basso il rubinetto della cuccuma; per altri, tale nomignolo deriva invece dal fatto che per gustare meglio il caffè, i clienti, seduti su un qualunque gradino, poggiavano la tazzina direttamente sul ginocchio. A puro titolo di cronaca, pare che l’ultimo cafettee del genoeucc in Piazza Duomo, fosse una donna, che tutti chiamavano affettuosamente Mammetta. Prima del 1915, al posto suo, el scior Liber e la sciora Nazzarela, assieme al café del genoeucc vendevano, nello stesso posto, pure la staffètta, cioè dei grappini corroboranti molto apprezzati.
  • El cavallant: Il suo compito consisteva nell’indirizzare i cavalli lungo le Alzaie dei Navigli, badando che il trascinamento dei barconi contro corrente lungo i canale avvenisse senza toccare le sponde. I barconi trasportavano non solo merci ma spesso anche persone. Visto che, data la bassa velocità di esercizio, la durata del tragitto era significativa anche per brevi distanze, era abbastanza comune, intrattenere i trasportati, organizzando a bordo varie forme di “spettacolo”.
  • El Fironàtt o Firunàtt: Per chi non conosca il dialetto milanese, il mestiere del Fironàtt o Firunàtt, non è molto intuitivo. Il nome deriva da firon (filo) e quindi fironi (collane di castagne infilate su più fili). Fare el Fironatt, significava lavorare per le strade in autunno, vendendo le collane di castagne. Questo tipo di attività, allora molto diffusa in città, è praticamente sparita quasi del tutto a Milano, rimanendo forse ancora confinata solo alla fiera degli “Oh bej Oh bej” durante il periodo natalizio. Erano piemontesi, di solito “quell di Cuni”, cioè ambulanti che provenivano dalla zona del cuneense, Mondovì in particolare. Le castagne fresche di quella zona, una volta raccolte, vengono essiccate sul posto stesso, su apposite griglie sopra una brace di legna di castagno, quindi, portate a valle, e messe a bagno per poterle infilare in lunghe collane, con degli aghi da materassaio, usando la medesima tecnica dello scoubidou. Le collane di castagne vengono quindi cotte al forno, prima di essere pronte per la vendita al pubblico. A Milano i Fironàtt si riconoscevano facilmente perchè, portando le collane di castagne appese al collo, giravano dalle parti di Piazza Duomo particolarmente il sabato, la domenica e nei giorni di festa, girando fra la gente a caccia di possibili clienti. Ndr. - Da non confondere i Fironàtt con i Maronatt, che, provenienti dal Lago Maggiore. Particolarità dei Fironàtt, era quella di andare in giro con un sacchetto nel quale erano contenuti i 90 numeri della tombola, numeri che loro usavano per fare una specie di lotteria, per attirare la gente. A chi aveva già acquistato una loro collana, facevano scegliere un gruppo di numeri (da 1 a 30, da 31 a 60 e da 61 a 90): estraevano quindi un numero. Se questo era compreso nella serie indicata, il fortunato compratore vinceva un’altra fila di castagne! A chi viceversa, non aveva acquistato ancora nulla, per cinque soldi, loro offrivano la possibilità di estrarre tre numeri. Se il fortunato indovinava il numero della collana, quella diventava sua. Infatti il loro grido di battaglia era: Ghhemm i cuni de Cuneo! Cinqu ghei trii numer! Trii ballett cinqu ghej! Bèi fironni! (Abbiamo le castagne di Cuneo! Cinque soldi tre numeri! Tre palline cinque soldi!
  • El gamberee: Si annunciava al grido “L’e’ quell di gamber salad e boni “oppure “L’è quell di gamber pescaa in del Lamber.“. Una vera leccornia i gamberi!. Andava a catturarli direttamente nel Lambro, e finché il fiume non era inquinato come oggi, ne raccoglieva in poco tempo, grandi quantità. Bastava infilare una mano in ogni cavità dell’argine per tirarne fuori alcuni esemplari. Poteva capitare però che all’interno, invece del gambero si trovasse qualche topo d’acqua, oppure peggio, delle bisce d’acqua, che rendevano sgradevolissima l’esplorazione e, per questo, era prerogativa solo dei più coraggiosi. Se si era fortunati, e capaci di catturarla con le sole mani, poteva pure capitare d’incappare in qualche anguilla, molto più combattiva della biscia, che avrebbe reso prezioso il bottino.
  • El Giazzee: Fra i grossi elettrodomestici, il frigorifero ha fatto la sua comparsa in Italia attorno al 1950. E prima di allora? Per poter conservare i cibi al fresco d’estate, esistevano le ghiacciaie, cioè dei mobiletti internamente rivestiti di zinco, della dimensione di un piccolo frigorifero, divisi verticalmente in due parti: la prima era un vano atto ad ospitare degli ingombranti blocchi di ghiaccio, che venivano inseriti dall’alto e cambiati periodicamente, la seconda parte era destinata alla funzione di frigorifero, cioè alla conservazione del cibo. Naturalmente, col passare del tempo il ghiaccio sciogliendosi, diventava acqua che poteva essere scaricata all’esterno della ghiacciaia, tramite l’apposito rubinetto sito alla base del vano ghiaccio. C’era quindi el Giazzee, il venditore di ghiaccio che, girando con un carretto pieno di pani di ghiaccio, lunghi quasi un metro, faceva, su richiesta, servizio a domicilio.
  • El Lattèe: Prima dell’avvento dei frigoriferi e del latte a lunga conservazione, il latte andava consegnato fresco, alla porta del cliente. Al grido di “Lattèe! Lattèe! El lacc pènna mongiuu!” (Lattaio! Lattaio! Il latte appena munto!), quell’omone, con tanto di caratteristico cappello, richiamava l’attenzione delle massaie, passando di cortile in cortile, e di strada in strada nei quartieri di competenza, fino all’esaurimento del suo prezioso carico. Era tutto un accorrere nei cortili delle donne che scendevano con i loro bricchi per accaparrarsi el latt. [Ndr. - lacc è il termine volgare di latt]. Dopo aver munto all’alba le mucche nelle stalle dai cascinali dei Corpi Santi, arrivava a piedi a Milano, fin dalle prime ore del mattino, portando con sé in spalla, due contenitori di alluminio pieni di latte, appesi alle estremità di un bastone (per bilanciare il carico), oppure trainando un carretto, su cui era sistemato un grosso tino di alluminio pieno di latte fresco, appena munto.
  • El Magnàn: Fino a mezzo secolo fa, era molto comune sentire il suo grido per le strade ed i cortili delle case di ringhiera milanesi: “donne gh’è chì el magnàn”, simbolo di un tempo in cui le pentole di rame o di ferro si tramandavano di madre in figlia, continuamente rattoppate. Era lo stagnino (dal latino “manianus”) colui che, per pochi soldi, riparava le pentole con un po’ di stagno o ricopriva internamente i recipienti di rame con uno strato di stagno per evitare che ossidandosi, rendessero tossiche le pietanze. L’operazione doveva naturalmente ripetersi ogni qual volta lo stagno si consumava. Tutti questi oggetti facevano parte del corredo domestico e le pentole si usavano appendere ai chiodi di una tavola di legno sistemata alla parete della cucina. Normalmente circolavano in coppia, “tutt e du, negher de fuliggine”, come si diceva in dialetto;
  • El mena frecc: Giravano per le strade dei quartieri, strillando “mena frecc!”. Nei mesi autunnali ed invernali calavano in città dalla Val d’Ossola, dalla Val d’Intragna e dalla Valtellina, andando ad alloggiare in città, in qualche gelida stamberga di periferia. Erano lo spazzacamino e il suo aiutante che, muniti di spazzole di fe...
  • El trumbèer: L'idraulico.

Questi sono solo alcuni esempi dei tanti mestieri che animavano la Milano di un tempo, ognuno con il suo nome dialettale e la sua storia da raccontare.

Il Valore del Dialetto Milanese

Il dialetto ci rimanda a un’epoca passata, sepolta, ma è la lingua di un mondo che è durato fino a 50 anni fa. In milanese lo sarebbe, forse perché Milano da oltre cent’anni vive e celebra il mito dell’andare di corsa, orgogliosamente precorre le mode e i fenomeni.

Paola Cavanna (PC): Sono nata a Milano nel 1951 da una famiglia operaia. Era il dopoguerra e c’era un’aria di rinnovamento e felicità per non essere rimasti sotto le bombe. I nonni parlavano in milanese. Fin da subito ho respirato il mio dialetto, pur avendo il divieto di parlarlo perché a quei tempi si raccomandava che i bambini parlassero bene l’italiano.

PC: Assolutamente sì. Questa lingua mista italiano-dialetto milanese forse da bambina non aiutava il mio italiano, però mi ha consentito di tenere vivo il dialetto, che ho sempre vissuto come una lingua spiccia, immediata che in più aveva quel sapore gustoso della disobbedienza. Ed era la lingua della vecchia Milano delle botteghe dei mestieri tradizionali come il ciclista (chi ripara le biciclette), poi gh’era el trombee, che è l’idraulico, il matarazzee che è il materassaio. E quindi, a dispetto di quello che volevano i nostri genitori, noi bambini, volere o volare, vivevamo in un microcosmo che parlava milanese, e anche se non potevi parlarlo lo sentivi...

PC: Certo bisogna usare dei neologismi perché una lingua viva si modifica. Va modernizzato e ampliato con il computer, il telefonino, il cellulare. Ma non tollero e non mi piace che lo si scriva secondo la fonetica, come lo si ascolta, perché in questo modo sarebbe comprensibile solo da chi è milanese e soprattutto le parole che ci sono non vanno storpiate né basta usare l’intonazione milanese per trasformare una parola da italiano in dialetto. Più vai a sfoltire la lingua più la impoverisci e più la perdi.

PC: Dobbiamo andare più indietro. Il primo colpo glielo ha dato il fascismo, che è stato il primo potere che non voleva che lo si parlasse, aveva chiuso persino i teatri e le compagnie dialettali. Poi, durissimo, l’atteggiamento di molti genitori che non volevano si parlasse il dialetto. Però il messaggio che era passato con forza era che chi parlava in dialetto era comunque gente del popolo, gente che non avrebbe mai avuto un futuro brillante.

Il parlato era circoscritto in ambienti poco acculturati dove la trasmissione diventava esclusivamente verbale, e così si è impoverito. Se andiamo a leggere qualcosa di Carlo Porta, ci sono ancora tracce del passato remoto, mentre era scomparso dal vernacolo.

PC: Agli inizi degli anni Cinquanta l’immigrazione era ancora contenuta e non c’era alternativa al dialetto. Perché pur essendo una lingua bassa, era comunque la lingua del popolo, quella più immediata per inserirsi e integrarsi, dalla fabbrica all’officina dal negozio al ristorante, che erano le osterie, dovevi sapere quel dialetto, perché a Milano si parlava il milanese, adesso è fantascienza... E il colpo di grazia glielo ha dato la televisione, che mirava a uniformare.

PC: Guardi, c’era questa abitudine milanese di raccontare una storia e immediatamente tradurla in italiano quasi a giustificarsi di non farsi bene intendere. Abbiamo come quasi un pudore a chiedere: forse non mi sono fatto capire? E allora la traducono in contemporanea. C’è una cosa che non potevano però tradurre: il fischio. C’era anche un fischio di famiglia. Dato che non c’era il citofono, quando l’uomo tornava a casa da bottega, avvertiva la sposa che stava arrivando a casa e poteva buttare la pasta o la pastina la sera, perché da noi una volta faceva sempre freddo. Era un sibilo particolare e ogni famiglia aveva il suo fischio... el ziffol de famiglia.

PC: Non esiste. Me fa rescià i busecch (mi si arricciano i visceri) ma il dialetto lombardo non esiste. E Monza? Facendo un esempio semplice, da noi si dice "el papà", lì "ul pà"... È una cosa orrenda!! Insomma, al più, c’è una cadenza lombarda.

PC: Il napoletano è un dialetto puro, ha grammatica, letteratura e scrittura. È un dialetto dotto, scritto da gente preparata; un esempio sono le commedie di De Filippo. E poi loro hanno avuto la grande intuizione di usarlo nella musica: quando tu aggiungi la musica al testo lo mantieni per molto più tempo di quando è solamente scritto. Il poeta classico milanese non ha scritto per la canzone, ha scritto poesie. Con la musica molto hanno fatto Jannacci, Nino Rossi e Bracchi. O Vanoni e Strehler.

PC: Vernacolo. Il milanese è una lingua dialettale vera e propria perché ha una grammatica, dei vocabolari e tanta letteratura scritta. Il vernacolo è invece la lingua del popolo, che si trasmette solo oralmente e non ha cultura e testi scritti come coadiuvanti, veniva parlato nelle osterie, nei mercati e negli ambienti più poveri. Dialetto e vernacolo milanese si sono distanziati.

PC: Sono convinta di questo, però c’è un però! E la mia parte è una scuola, ho una ventina di allievi bravissimi, vincono anche dei premi. Non sono giovanissimi.

PC: Beh sono milanesi. In passato ho avuto anche un’allieva americana, che mi faceva impazzire dal ridere perché parlava bene milanese però con un accento americano... E quindi era buffissima... allora mì disi che se gh’ha de fà... era molto divertente... Ho insegnato a siciliani e campani che riuscivano a scrivere bene, ma a parlarlo no. E tutti e due i miei ragazzi leggono perfettamente il milanese, leggono il Porta, il Tessa, gliel’ho insegnato fin da piccini. A lezione propongo con parsimonia i classici, troppe parole desuete anche in italiano. Facciamo delle cose più semplici, come improvvisazioni e scenette di vita quotidiana per allenarsi nella conversazione in milanese.

PC: Sì, ricordo bene quando ai bambini dalla seconda in su davo un foglietto scritto in milanese, non fonetico. Ai bimbi, che sono dei libri bianchi, spiegavi tre cose e capivano tutto subito, io mi rifiutavo di usare il dialetto fonetico, proprio non mi va. E dal francese, come gli articiòcch, cioè i carciofi che troviamo anche in inglese. Il milanese è una lingua calderone di altre lingue, dal francese allo spagnolo, al celtico al latino, che poi abbiamo addomesticato e modificato, però secondo me c’è un’ironia che è tutta milanese...

PC: Il monumento di Leonardo da Vinci in piazza della Scala attorniato dai quattro discepoli l’è On litter in quatter... Come se ci fosse un bottiglione con quattro bicchieri.

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