Sclafani Bagni: Storia e Informazioni su un Borgo Termale Siciliano
Sclafani Bagni è un piccolo borgo di circa 420 anime situato sulle Madonie, nella Città Metropolitana di Palermo. È il comune più piccolo della città metropolitana e il terzo più piccolo di tutta la Sicilia, estendendosi su un territorio di circa 14.000 ettari, testimonianza del suo glorioso passato feudale. Le origini di Sclafani Bagni sono molto antiche e incerte, risalendo al IV secolo a.C.
Le Origini e la Storia Antica
Alcuni storici hanno identificato l’odierno centro abitato con il sito dell’antica Ambica, citata da Diodoro Siculo nel contesto di episodi bellici avvenuti nel IV secolo a.C. Il sito di Sclafani fu probabilmente fondato ai tempi della colonizzazione dei Greci in Sicilia (metà del VII secolo a.C.-V secolo a.C.): Diodoro Siculo (I secolo a. C.), infatti, parlando delle guerre tra Agatocle e Dinocrate (III secolo a.C.), citava il paese con il nome di Ambica, insieme a Gorgium (attuale Caltavuturo) come difesa “da terra” dell’antica Himera (fondata da gruppi di Dori provenienti da Zancle nel 650 a.C.
Il primo riferimento certo a Sclafani risale alla "Cronaca di Cambridge", nella quale si cita un episodio del 938 nel quale, nel contesto delle lotte fra varie fazioni musulmane per il controllo della Sicilia, Halil (uno dei signori della guerra) riuscì a sottomettere le rocche di Caltavuturo, Collesano e Sclafani. Alcuni labili indizi permettono tuttavia di supporre l'esistenza anche di una precedente fase bizantina. Successivamente Sclafani conosce le varie dominazioni avvicendatesi in Sicilia: Normanni, Svevi, Angioini.
Nei documenti medievali il toponimo è documentato come Scafa e Scafana/Sclafana. Dall'epoca normanna a quella aragonese il territorio di Sclafani appare punteggiato di "casali" (piccoli agglomerati rurali), caratterizzati da insediamenti aperti, privi di mura, abitati da poche decine di persone, il cui ricordo si trova nella toponomastica di alcune contrade.
Matteo Sclafani, vissuto a cavallo dei secoli XIII e XIV, è stato l’artefice della chiusura del paese entro le mura. Egli si adoperò con tutte le sue forze e le sue finanze per realizzare, tra il 1296 e il 1333, delle opere di ristrutturazione e consolidamento del nucleo urbano, fortificando la sommità della rocca, edificando la chiesa Madre all’interno della cinta muraria; ottenne, così, la concessione del titolo di Conte del territorio di Sclafani da Federico III d’Aragona nel 1330.
Nella prima metà del XIV secolo il feudo è in possesso di Matteo Sclafani, che detiene uno dei domini economicamente e strategicamente più importanti di tutta la Sicilia. Il centro abitato di Sclafani si amplia e viene costruita la cinta muraria e rimaneggiato il castello. Nel Cinquecento e Seicento la contea di Sclafani viene lentamente smembrata attraverso le vendite di fondi e terreni.
Il Patrimonio Storico e Artistico
Al visitatore che giunge a Sclafani Bagni si presenta un paesaggio parecchio variegato che offre colline e montagne, che diradano ora dolcemente ora con veri e propri dirupi, valli e pendii… e grotte sconosciute. Fanno da cornice al paese da un lato il Bosco di Bomes e il suo lago, la Riserva del Bosco della Favara e gli uliveti di Granza, e dall’altro un’ampia e spettacolare veduta delle cime delle Madonie. Percorrendo con lo sguardo il corso sinuoso e vario del Torrente Salito, fino a Piano Lungo, s’intravede anche il mare.
Del Castello Grande rimangono solo i resti di una parete in cui si aprono una monofora ed alcune feritoie, facente parte di una torre a pianta probabilmente rettangolare che si erge al centro di alcune strutture murarie.
La Chiesa Madre di Santa Maria Assunta
La chiesa di Santa Maria Assunta è la chiesa madre di Sclafani Bagni. Dedicata all’Assunta, come gran parte delle Chiese Madri delle Madonie, è il monumento più importante del paese. Posta in prossimità della cinta urbica e dei resti del castello, in origine cappella palatina dei conti di Sclafani, è stata modificata e ingrandita nel corso dei secoli.
In una prima fase la chiesa, situata a ridosso dell'area del castello, fu probabilmente fondata come chiesa palatina al servizio dei signori di Sclafani, con dimensioni notevolmente più ridotte di quelle odierne. Oggi la chiesa presenta un impianto a tre navate, separate da arcate, ampio e profondo presbiterio ed una seconda porta d’ingresso mentre gli altari laterali, noti dalla documentazione, sono stati soppressi o ampiamente modificati. La torre campanaria, massiccia, serra il prospetto principale come una torre fortificata.
Agli inizi del Seicento la chiesa subì importanti modifiche, connesse ad un generale rinnovamento delle chiese madri di vari centri della diocesi di Cefalù: un documento 4 dicembre 1611 ci informa della commissione del rinnovamento della navata ad opera di Giovanni Antonio De Maria, di Polizzi. Al suo interno si conserva un Ecce Homo, opera seicentesca di frate Umile Pintorno da Petralia.
I documenti di archivio ci forniscono sulla chiesa numerose altre informazioni: nel 1574 era già stato realizzato un nuovo fonte battesimale, opera di Francesco Seminara di Troina (autore anche del portale di palazzo La Farina (oggi Gagliardo) di Polizzi, in stile plateresco) e nel 1608 venne installato un orologio sulla torre campanaria. Diverse campane furono realizzate dai maestri fonditori della regione (in particolare dei paesi di Tortorici e di Castelbuono) tra il 1628 e il 1667.
La cappella principale della chiesa viene decorata per volere di don Sebastiano La Chiana: nel 1623 viene eseguito un altare di legno intagliato e dorato e nel 1630 viene affidato un ciclo decorativo di tele e affreschi al pittore Matteo Sammarco (autore anche della tela con “La messa di San Gregorio” nella chiesa di Santa Maria Maggiore d’Isnello e attivo nelle Madonie fino al 1654), di cui attualmente resta solo la tela con l'”Ultima Cena”.
Al suo interno si conserva un sarcofago romano con scene dionisiache, reimpiegato per la sepoltura dei conti di Sclafani e proveniente dal castello. Il suo arredo si caratterizza per la presenza di uno splendido sarcofago greco-romano di età traianea con scene baccanali, figure muliebri e virili. Nel Settecento proprio il sarcofago indusse Jean Houel ad includere Sclafani nel suo Grand Tour.
Tra le sculture marmoree si segnalano un notevole San Pietro di ignoto cinquecentesco, vicino alla bottega dei Gagini, e una Madonna con Bambino all’altare maggiore. Tra le tele, la più importante è una interessante Madonna degli Agonizzanti della metà del Seicento di autore ignoto che, pur memore della pittura manieristica siciliana, si apre a influenze novelle-sche. Più attardata è invece una Ultima Cena del polizzano Matteo Sammarco (1632).
Altre Chiese di Sclafani Bagni
Nel ricco patrimonio storico-artistico di Sclafani Bagni rientrano anche la Chiesa di S. Filippo, una delle più antiche, e quella di S. Giacomo, impreziosita al suo interno da pregevoli stucchi di scuola serpottiana.
Quattro pannelli dalla chiesa di San Giacomo, con “San Giacomo”, “San Giovanni”, “San Gregorio” e “Santo Stefano”, di ignoto autore del XVI secolo. I santi sono ripresi in atteggiamento statuario da un punto di vista molto ravvicinato: in posizione frontale Santo Stefano, appena mosso, e San Gregorio e di tre quarti gli altri due. Si tratta probabilmente dei pannelli superstiti di un perduto polittico o delle ante di un organo.
Tela, attualmente nel presbiterio e proveniente dalla chiesa di San Giacomo, raffigurante “Santa Maria degli Agonizzanti” o “La morte del giusto”, attribuita a Giuseppe Salerno (morto prima del 1634), ma secondo documenti di archivio eseguita invece nel 1648. La tela raffigura il giusto morente assistito nel trapasso dall’angelo custode, da San Giacomo e dalla Madonna degli Agonizzanti la quale schiaccia sotto i suoi piedi il demonio in forma di bestia orrenda. Nella parte superiore del quadro abbiamo la colomba, simbolo dello Spirito Santo, il Padre Eterno ed un coro angelico.
Nella chiesa si conserva infine una statua lignea di San Rocco del 1604 di Cosimo La Russa, un intagliatore poco noto attivo anche in altri centri vicini e autore anche di una cancellata lignea nella chiesa di San Filippo.
La chiesa, di ignota origine, è menzionata per la prima volta in un documento del 1573, relativo alla riparazione del portale. Altri lavori in pietra sono documentati nel 1596. Negli stessi anni viene ricostruito il campanile e la campana viene ordinata da un maestro fonditore di Tortorici. Sono documentati inoltre restauri agli archi della chiesa nel 1620 e nel 1628 il rifacimento della volta. Nel 1648 viene rifatto dal “maiolicaro” Vincenzo Cellino di Collesano il pavimento, un brano del quale si conserva tuttora in un angolo dell’edificio. Il pavimento si presenta in mattonelle maiolicate bipartite in bianco e verde, con una decorazione a campanule (definita nelle descrizioni “ad occhio di bue”).
Per una statua lignea di San Filippo, anteriore al 1578, siamo informati di numerosi restauri e dorature avvenute a più riprese. La statua era in origine dotata di uno sgabello e di una “vara” per le processioni (con pitture di Antonio Fazzuni, di Palermo). Nel 1584 viene realizzato un Crocifisso intagliato da Domenico Coniglio. Nel 1609 Cosimo La Russa, l’autore della statua di San Rocco attualmente nella chiesa matrice, realizzò una cancellata lignea con statue a chiusura di una cappella, non più conservata. Nel 1625 fu realizzata una statua di Sant’Orsola, probabilmente per questa chiesa, oggi scomparsa.
La chiesa inoltre conserva la piccola "vara" del Crocefisso, uno dei pochi esempi superstiti di questo apparato per le processioni, in genere destinato, a causa dell'uso, a venire spesso rinnovato. Nel corso del Cinquecento e del Seicento le "vare", che ospitavano statue o gruppi scultorei, avevano infatti sostituito i gonfaloni lignei che servivano da insegna alle numerose confraternite.
Chiusa al culto e in precarie condizioni, la chiesa, di ignote origini, è ricordata la prima volta in un documento del 1573, relativo alla realizzazione di affreschi. Il culto del santo titolare, patrono delle milizie aragonesi, era stato probabilmente introdotto nel Quattrocento.
Una riqualificazione dell’interno, con il rifacimento degli archi delle navate, con colonne e capitelli risale all 1628. Il portale fu forse iniziato nel 1663 dal lapicida Antonio Barchi, che doveva prendere a modello quello “dell’oratorio delle Anime del Purgatorio in S. Tra questi interventi è documentata na “Assunzione della Beata Vergine”, che si deve nel 1613 al maestro Jacopo Frignoni. Nello stesso anno, il figlio, il pittore Francesco Frignoni, decora la cappella di San Giacomo con un ciclo di affreschi, comprendenti quattro storie del santo (il pannello meglio conservato raffigura l’episodio di “Gesù che cammina sulle acque”) e altre figure, tra cui forse è tuttora leggibile un San Giacomo “matamoros” (il santo che secondo la leggenda scende dal cielo ad aiutare i cristiani nella battaglia di Clavijo contro gli infedeli).
Certamente esistente nel ‘500, presenta impianto basilicale a tre navate con prospetto che si affaccia su un’ariosa piazzetta. Il bel portale lapideo risale alla metà del ‘600, così come la facciata principale. Essa custodisce un interessante gruppo ligneo con il Crocifisso tra la Madonna e San Giovanni Evangelista (probabilmente antecedente) che anticamente veniva portata in processione per le strade del paese.
L'Organo di Antonino La Valle
Tra le opere d'arte conservate a Sclafani Bagni, spicca un prezioso organo a canne del 1615, originariamente fabbricato dal maestro organaro palermitano Antonino La Valle e modificato nei secoli successivi.
Nella gloriosa storia della Chiesa Madre di Sclafani Bagni entra dunque uno degli organari siciliani più illustri: Antonino La Valle. Questi, figlio del celebre Raffaele La Valle, fu uno dei più rinomati organari di Sicilia del XVII ed autore di un buon numero di organi fra cui quello in cornu evangelii della Cattedrale di Cefalù (1614), della Chiesa di Caltavuturo (1619) e della Chiesa Madre di Collesano (1626).
Il La Valle doveva essere fortemente desiderato dal Rev. Don Sebastiano La Chiana per accettare quest'ultimo un clausola di contratto estremamente rischiosa: " ... Processit ex parto che detto rev. Vicario a suo risico e lariana et a sai spiri si debiti far portare detto organo dalla detta città di Palermo in questa terra et non altrimenti... ". Il trasporto dell'organo da Palermo a Sclafani, quindi, fu a rischio e, pericolo del committente e, a quei tempi, i viaggi erano tutt'altro che sicuri. In più "...esso rev.do Vicario ci debbia dare gratis al detto mastro Antonino cavalcatura dalla detta città di Palermo in questa terra e da questa terra in detta città et domentre stana in questa terra per spedire detto organo bene assettarlo ci debbia pure dare vitto cui posata gratis et non aliter ... . Le richieste del La Valle sembrano da "prima donna" ma vennero comunque accettate. Ne venne fuori un organo straordinario: innanzitutto per la bellezza della cassa, per la purezza sonora e per l'equilibrio fonico tra strumento ed ambiente che lo ospita.
Nell'atto si stabilisce che l'organo deve essere di dieci palmi (la canna più grande, cioè, deve corrispondere al moderno 8 piedi) con le canne di facciata di stagno e tutte le altre di piombo; la cassa deve essere conformata "cum archis, pilastri et pilagustis et coni tilaris et partir de lignamine" e con "la forma prout ad presens est organus venerabilis ecclesie santi Nicolai della causa de urbis panhormi". Il costo dello strumento è fissato nella notevole cifra di centoquindici onze con pagamento in tre rate.
Il 6 maggio 1620, il pittore Antonio Salamone da Nicosia si impegna a decorare tutto l'organo ed a dipingere quattro figure in olio negli spor-telli della cassa: nella parte interna L’Annunciazione, all'esterno gli Apostoli Pietro e Paolo, "sopra li tastami la Imagini del profeta Re David".
Come diversi altri strumenti di Sicilia, l'organo di Antonino La Valle venne sottoposto a manutenzione straordinaria nel 1772 da Giacomo Andronico, uno dei massimi originari del suo tempo, particolarmente esperto degli strumenti del La Val¬le. I nomi di Giacomo Andronico e di Raffaele ed Antonino La Valle si incrociano spesso nella storia organaria siciliana: molti strumenti dei La Valle sono stati re¬staurati ed ampliati da Giacomo Andronico al punto che quest'ultimo può essere oggi considerato uno degli "interpreti" migliori dell'arte dei La Valle, esperienza poi con¬fluita negli organi costruiti di sana pianta dall'Andronico stesso.
Tutti gli studiosi degli organi storici italiani concordano nel ritenere l’arte organaria siciliana estremamente conservatrice rispetto alle altre regioni italiane. Ciò è di grande interesse per gli organisti e gli studiosi perché alcuni organi seicenteschi. fra cui proprio questo di Sclafani, hanno caratteristiche molto arcaiche e affascinanti ed è ancora più incredibile constatare come gli interventi settecenteschi non hanno modificato la qualità del suono originale. La sonorità dell’organo di Sclafani è un “tuffo” nel passato, quando le sonorità erano molto austere, a volte diafane, molto lontane dall’enfasi degli organi costruiti a partire dal XIX secolo.
Dettagli Tecnici dell'Organo
| Caratteristica | Descrizione |
|---|---|
| Cassa e prospetto | Cassa lignea indipendente dalla parete, collegata soltanto da travetti murati nella parete. |
| Canne di Facciata | 33 canne in stagno al 99% disposte in 5 campate a cuspide (5+7+9+7+5). Le bocche sono allineate ed i labbri superiori sono a perdere, cioè senza tracciatura. |
| Tastiera | Una tastiera di 45 note (Do 1 - Do 5) scavezza, ricostruita secondo i modelli La Valle rilevati dall’organo del 1614 del Duomo di Cefalù. Tasti diatonici in ebano e cromatico in bosso nostrano. |
| Pedaliera | Ricostruita alla spagnola/siciliana con pedali sporgenti in noce. |
| Ubicazione comandi | A destra della tastiera su due colonne di tiranti a pomelli. |
| Manticeria | Due mantici a cuneo azionabili tramite stanghe, ricostruiti secondo modelli La Vallee ricollocati a destra della cassa. L’organo è stato anche dotato di elettroventilatore. |
Le Terme di Sclafani Bagni
A caratterizzare il territorio sclafanese sono le acque termali, note sin dall’antichità. L’acqua calda che scorre a Sclafani ha proprietà benefiche note sin dall’antichità, tant’è che la sorgente è dedicata al dio della medicina Esculapio, da cui alcuni studiosi hanno pensato derivi il nome del borgo. Le acque solfo-bromo-jodiche sgorgano a una temperatura di 37 gradi centigradi e sono totalmente prive di ammoniaca, nitriti, nitrati e fosfati, denotando la negatività degli indici chimici di inquinamento.
Lo stabilimento termale un tempo era al centro di una fiorente attività terapeutica. Attorno al suo grande atrio centrale, si affacciavano le camere che ospitavano i bagnanti. In un’altra ala dell’edificio si trovavano le stanze da bagno, dove arrivava l’acqua direttamente dalla sorgente calda e con il contenuto integrale di sali minerali di cui è composta. Da più di trent’anni i bagni di Sclafani non esistono più. Lo stabilimento sta crollando e nulla attualmente sembra poter fermare l’agonia.
Nonostante la chiusura del vecchio stabilimento termale, fare il bagno in queste acqua è ancora possibile, in una pozza naturale situata a poche centinaia di metri dall’antico stabilimento. La sola attività termale ancora presente nella zona, si manifesta in una pozza che si trova a due passi dallo stabilimento, dove viene convogliata l’acqua sulfurea e in cui è possibile immergersi. Questa pozza termale è una sorta di “spa per viandanti” lungo la via Palermo-Messina, una variante della via Francigena siciliana, dove i pellegrini possono rilassarsi prima di affrontare gli ultimi chilometri verso il paese.
Come Raggiungere Sclafani Bagni
Per raggiungere Sclafani Bagni, si può prendere l’autostrada A19 Palermo-Catania e uscire a Scillato o Tremonzelli. Da lì, proseguire per Caltavuturo e poi per Sclafani Bagni. Una volta arrivati in paese, è possibile proseguire a piedi attraverso un sentiero panoramico che rappresenta l’ultimo tratto della via Francigena, oppure continuare in auto in direzione Cerda. Dopo qualche chilometro, una deviazione segnalata da un cartello turistico conduce alle terme.
Sclafani Bagni, incastonato nel Parco delle Madonie, merita una visita non solo per le sue terme, ma anche per i suoi tesori storici e culturali. La Chiesa di Maria SS.
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