Idraulica Lagunare: Storia e Problematiche a Venezia
Da alcuni decenni, la laguna di Venezia sta sperimentando gli effetti negativi di intensi processi erosivi e di una perdita netta di sedimenti fini negli scambi laguna-mare.
Le cause dei processi in atto sono solo in minima parte riconducibili ai fenomeni naturali della sommersione, essendo dimostrato il ruolo negativo degli interventi realizzati dall’uomo soprattutto nel corso degli ultimi due secoli.
Eccessiva costruzione, deforestazione, imbrigliamento dei fiumi, surriscaldamento globale, stanno accelerando questi processi, e i periodi di instabilità metereologica stanno imperando sul Mediterraneo.
Il Monito del Passato
Quello che risuona dall’iscrizione su lastra di marmo che era collocata nel Palazzo dei Dieci Savi a Rialto, dove aveva sede il Magistrato alle Acque è un monito potente se guardiamo i gravi danni subiti dalla Città di Venezia nel corso delle ultime maree, e le polemiche che ne son scaturite:
Eppure questa solenne prescrizione, che assegna a sé stessa il nome di editto, non è un documento ufficiale della Repubblica di Venezia, ma l’opera di un umanista, Giovanni Battista Cipelli detto Egnazio (1478-1556).
[Traduzione: “La citta’ dei Veneti per volere della Divina Provvidenza fondata sulle acque, circondata dalle acque e’ protetta da acque in luogo di mura: chiunque pertanto osera’ arrecare nocumento in qualsiasi modo alle acque pubbliche sia condannato come nemico della Patria e sia punito non meno gravemente di colui che abbia violato le sante mura della Patria. Il diritto di questo Editto sia immutabile e perpetuo”.]
Fenomeni Mareali e Sesse
Premesse queste brevi nozioni del Paoletti, scendiamo un poco più nello specifico.La marea astronomica è causata dal moto degli astri, in maggior proporzione dalla forza gravitazionale della Luna e in proporzione minore da quella del Sole e via via da tutti gli altri corpi celesti, e dalla geometria del bacino idrico.
Questo fenomeno può assumere notevoli proporzioni (sono stati registrati movimenti di 150 centimetri) soprattutto in primavera ed in autunno, mentre è raro in estate.
Un analogo fenomeno è presente in Adriatico ed è denominato “sessa” (lat. aquam sessam). La sessa è un movimento periodico originato da un’onda stazionaria in una massa d’acqua chiusa o parzialmente chiusa in conseguenza di improvvisi abbassamenti della pressione atmosferica.
Le onde di sessa ed i fenomeni ad esse correlati sono stati osservati su laghi, bacini, riserve, piscine, baie, porti e mari. L’oscillazione fondamentale della sessa nel Mare Adriatico ha un periodo caratteristico di 21-22 ore circa; ve ne sono poi di secondarie, la più importante delle quali ha un periodo di circa 11 ore.
Nei giorni successivi a una mareggiata, anche quando la pressione atmosferica è in aumento e in assenza di vento, grazie allo sfasamento di quasi 3 ore tra la periodicità astronomica della marea (oltre 24 ore) e la sessa (circa 21-22 ore), spesso l’oscillazione può trovarsi in fase con il massimo di marea astronomica e produrre acqua alta, in alcuni casi con massimi del livello superiori a quello verificatosi durante la mareggiata.
Il fenomeno delle sesse è particolarmente importante nell’analisi del fenomeno dell’acqua alta nell’Adriatico settentrionale. In casi particolari di ampie escursioni di marea (sizigie), onde di sessa e venti di scirocco, nel Nord Adriatico si possono determinare notevoli innalzamenti del livello del mare sotto costa.
Eventi Storici di Acqua Alta
La prima testimonianza la troviamo nella Historia Langobardorum di Paolo Diacono, Liber III. “Eo tempore fuit aquae diluvium […] quale post Noe tempore creditur non fuisse. Factae sunt lavinae possessionum seu villarum, hominumque pariter et animantium magnus interitus.
Per quanto riguarda la città di Venezia, nel 1976 Antonio Giordani Soika (il primo direttore del Servizio Alte Maree a Venezia) ne ha trattato abbondantemente nell’articolo “Venezia e il problema delle acque alte”, che è reperibile nel bollettino del Museo di Storia Naturale di Venezia, Vol. XXVII: la prima descrizione certa è relativa al 782 d.C., seguita dagli episodi dell’840, 885 e del 1102.
E la storia non termina qui. Nel 1240 continua il Giordani: “l’acqua invase le strade più che ad altezza d’uomo”. In una cronaca del 20 dicembre 1283, Venezia risulta “salva per miracolo”.
Il Giordani prosegue nel suo articolo con l’elencazione dei fenomeni del 18 gennaio 1286, e con l’elencazione degli anni 1297 e 1314; e ancora il 15 febbraio 1340 ed il 25 febbraio 1341 per saltare al 18 gennaio 1386; un altro salto temporale ci porta al 31 maggio e al 10 agosto 1410; a questi si aggiungono gli eventi del 1419, del 1423, dell’11 maggio 1428, del 2 marzo 1429 e del 10 ottobre 1430.
Il 10 novembre 1442 “l’acqua crebbe 4 passi sopra l’ordinarietà” cita ancora il Giordani. Seguono le citazioni delle date del 21 dicembre 1727, del 31 dicembre 1728, del 7 ottobre 1729; ancora il 5 e il 28 novembre 1742; il 31 ottobre 1746; il 4 novembre 1748; il 31 ottobre 1749; il 9 ottobre 1750; il 24 dicembre 1792; il 25 dicembre 1794 e il 5 dicembre 1839.
A partire dal 1867, esattamente un anno dopo la soppressione del Magistrato alle Acque da parte del neocostituito governo italiano, fu avviata l’osservazione sistematica delle acque alte secondo metodi scientifici. La schedatura dei dati ebbe inizio nel 1872, a seguito dell’installazione del primo mareografo per il controllo delle maree a Venezia.
Nei giorni precedenti al 12 novembre l’Adriatico venne interessato da una sequenza di veloci perturbazioni atlantiche che normalmente non creano particolari effetti sull’Adriatico. Tuttavia tra il 10 e il 12 novembre 1951 si è formata una depressione sul Mar Ligure di 984 millibar che si è colmata molto lentamente.
Da questa condizione si sono originati forti venti meridionali sull’Adriatico, dovuti al gradiente di pressione elevato sull’Europa orientale, in cui la pressione era tra i 1008 e i 1012 mb. Fortunatamente il picco del contributo meteorologico (109 cm) avvenne alle ore 3:00, con largo anticipo sul massimo astronomico (che era circa 70 cm), se così non fosse stato si sarebbe potuto registrare un valore di marea più elevato di circa trenta centimetri. Il livello di 110 cm venne superato per 9 ore.
Mentre il 4 novembre 1966 si verificarono contemporaneamente una serie di eventi anomali costituiti da alta marea, fiumi gonfi per le abbondanti piogge e un forte vento di scirocco che causarono l’innalzarsi dell’acqua dei canali di Venezia fino ad un’altezza senza precedenti di ben 194 cm sul medio mare. Anche ai tempi la colpa degli eventi fu attribuita a una errata gestione del complesso sistema lagunare.
Dai dati riportati si nota che alcuni di questi eventi che coprono un arco di circa 1500 anni, non furono meno catastrofici di quello del 4 novembre 1966 o dei fatti di questi giorni scorsi.
Va tenuto infatti presente che le cronache passate ricordano quasi sempre solo gli eventi più imponenti ponendo l’enfasi più sull’impressione destata o su dettagli sensazionali sulle distruzioni subite, che non sull’altezza effettiva della marea, mentre i fenomeni minori, calcolabili su una media alta marea al di sotto dei +120 cm, probabilmente non furono considerati degni di menzione.
È comunque difficile confrontare fenomeni così remoti con quelli attuali non solo perché nelle cronache non si hanno osservazioni sistematiche certe, ma soprattutto a causa dei radicali mutamenti intervenuti nella Laguna di Venezia quali la deviazione dei fiumi da parte della Repubblica Serenissima, le sistemazioni delle bocche di porto, la realizzazione di isole artificiali, e ultimo in ordine di cronologico la costruzione di Porto Marghera e del MO.S.E.
Subsidenza ed Eustatismo
A questi si devono aggiungere e tenere in considerazione anche la subsidenza e l’eustatismo, sia naturale che artificiale, dovuto alle trivellazioni petrolifere in Adriatico, in cui sono attivi impianti per l’estrazione di gas, con 39 concessioni attive da cui si produce il 70% del metano estratto dal mare italiano.
Un’area già oggi sottoposta a forti rischi ambientali, a partire dalla subsidenza, ossia il fenomeno di abbassamento del terreno e conseguente erosione della costa. Le maggiori criticità si registrano in alcune aree della costa emiliano-romagnola, dove questa raggiunge un abbassamento fino a 20 mm/anno, su una media di 5 mm/anno circa.
Proprio per questi effetti nell’area dell’Alto Adriatico con l’articolo 8 del Dl 112/2008 si ha “Il divieto di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi nelle acque del golfo di Venezia, di cui all’articolo 4 della legge 9 gennaio 1991, n. 9, come modificata dall’articolo 26 della legge 31 luglio 2002, n.
Numeri destinati ad aumentare, considerando la nuova corsa all’oro nero partita nel 2014 lungo le coste Croate. La prima città a rischio sarebbe proprio Venezia.
Deviazione dei Fiumi e Trasformazioni Lagunari
La naturale evoluzione dell’ambiente lagunare prevede il suo interramento a causa dell’apporto di sedimenti dagli affluenti, apporto non compensato dall’effetto erosivo delle correnti di marea. Gli architetti della Serenissima, ben consci degli effetti erosivi della marea, pensarono di sfruttarli per escavare naturalmente la laguna.
A partire dal secolo XII furono avviati i primi interventi di rettifica sui corsi d’acqua, che vennero arginati nell’entroterra per limitare trasporto di sedimenti in laguna. L’operazione non ebbe il risultato sperato, e la laguna continuava a interrarsi, sino a compromettere la navigabilità delle bocche di porto e dei canali interni che conducevano in città.
Il primo fiume ad essere deviato fu il Brenta. Il 16 febbraio 1330 con un decreto del Consiglio dei Pregadi e l’avvio della costruzione delle opere idrauliche necessarie a preservare la città dalla mala visinìa[4] del Brenta il cui corso fu spostato dalla foce di Fusina fino al mare nel 1548.
Tra il 1488 e 1507 la Repubblica effettuò un’ulteriore modifica al corso del Brenta: il fiume venne sbarrato con chiuse artificiali nei pressi di Dolo e deviato in un nuovo canale, detto Brentone, sino a Codevigo, a sud della laguna.
Negli stessi anni venne deviato anche il corso del Marzenego, che intercettato immediatamente a valle di Mestre dal canale Fossanuova, venne portato a confluire nella foce del Dese, all’estremità settentrionale della laguna, poco distante dall’attuale pista dell’Aeroporto Internazionale di Tessera.
La già citata grande alluvione del 1533, obbligò la Serenissima ad un nuovo piano di difesa della gronda lagunare, quando il Piave esondò dal suo argine destro, irrompendo nel letto del Sile e provocando vasti interramenti nel canale Silone, ex foce del fiume Sile, nei pressi delle isole di Torcello, Burano e Mazzorbo.
Tra il 1565 e il 1579 venne realizzata nella odierna località di Fossalta la Tajada de Re per deviare a nord il corso del Piave, che fu deviato dalla originale foce del Cavallino sino a Cortellazzo, poi a S.
Impatto delle Opere Moderne
Dalla seconda metà del XIX sec. la Laguna veneta risente, sul versante costiero, di uno squilibrio fra i processi di sedimentazione e quelli erosivi, con una prevalenza di questi ultimi dovuta al minore apporto solido dei fiumi, a causa del totale abbandono delle chiuse di regimentazione e deviazione dei fiumi, e della più totale perdita della memoria storica ed ingegneristica delle stesse chiuse, della perdita di coscienza dell’appartenenza sociale dei veneziani, che chiamiamo identità collettiva, e che si basa sulla partecipazione a un sapere e a una memoria comuni, trasmessa in virtù del fatto di parlare una lingua comune o più generalmente, attraverso l’impiego di un sistema simbolico comune.
Infatti non si tratta qui solo di parole, frasi e testi, ma antropologicamente parlando, anche di riti, musiche, edilizia, costruzioni, del mangiare e del bere, di monumenti, immagini, paesaggi e… della delicata ingegneria idraulica che ha tenuto in piedi la città.
Un’evoluzione che non è un semplice «progresso tecnico-scientifico», ma “ecologia” della società umana. Cultura, spiega Lotman, è “quell’atmosfera che l’umanità crea attorno a sé per continuare a esistere, ovvero per sopravvivere.
In questo senso, la cultura è una nozione spirituale” e, al tempo stesso, una tensione etica ‒ fra sé e il mondo ‒ ineludibile per l’intellettuale. La cultura sopravvive solo grazie a una mite intransigenza, eppure oggi sentiamo sempre più spesso dire “per colpa del maltempo” oppure “la natura si ribella” “la natura sistema tutto da sé” “Perché il MO.S.E.
Analisi di Luigi D'Alpaos
Luigi D’AlpaosOrdinario di Idraulica - Università di Padova Molti credono che l’unico problema che colpisce la laguna di Venezia, oggi sia quello della difesa dalle acque alte. In realtà questo è uno dei problemi da considerare e forse neanche il più difficile da risolvere perché il vero problema da affrontare è quello che riguarda la conservazione dell’ambiente lagunare.
L’ambiente lagunare si sta, soprattutto in questi ultimi decenni, radicalmente modificando e siamo in presenza di fenomeni che stanno lentamente ma inesorabilmente trasformando la laguna, da laguna in braccio di mare. Questa è quindi la questione vera da porsi e da affrontare con più decisione rispetto a quanto fino ad oggi non si sia fatto.
Io credo che, da questo punto di vista, siano significativi sia i molti risultati ottenuti in questi anni con l’ausilio di sofisticati modelli matematici, sia l’esame, come dire, sperimentale, cartografico, di come la laguna sia andata evolvendo in questi ultimi 200 anni.
La laguna del Danaix nel 1811 aveva ancora grandi fasce di barene e fondali relativamente profondi. Nella parte centrale la profondità dei fondali misurava circa 50 cm. Oggi quello stesso fondale è profondo 1 metro e 50 cm e questo metro di variazione è un’entità decisamente superiore a quella che eustatismo e subsidenza, nel frattempo sopravvenuti, possono aver prodotto (Magistrato alle Acque, 1970).
La causa vera sono le opere che l’uomo ha realizzato all’interno della laguna di Venezia a partire dall’’800. Prima la costruzione dei moli alle bocche di porto, poi la costruzione delle dighe alle bocche di porto, poi la costruzione dei canali navigabili e soprattutto del canale Malamocco-Marghera. In particolare la costruzione delle dighe alle bocche di porto ha determinato un funzionamento asimmetrico delle bocche della laguna durante la fase di flusso e reflusso.
Durante il riflusso grandi quantità di materiale fine sono espulsi dalla laguna, allontanati verso il mare e definitivamente sottratti al bilancio nello scambio di sedimenti tra mare e laguna. I meccanismi che contribuiscono a questa perdita di sedimenti, così imponente, sono fondamentalmente questi: è il moto ondoso che risospende i sedimenti fini nelle parti centrali della laguna.
Questi sedimenti fini risospesi sono lentamente portati verso i canali dalle correnti di marea e dai canali portati verso le bocche e quindi espulsi in mare. Se perciò si vuole tentare di mitigare questo fenomeno, le strade da percorrere sono sostanzialmente due: la prima è quella di reintrodurre sedimenti fini all’interno della laguna di Venezia in modo da bilanciare una situazione che oggi vede, in buona sostanza, quantità praticamente nulle di sedimenti introdotti dai fiumi, la seconda però è quella di mitigare il moto ondoso.
Il moto ondoso è dovuto al vento, fenomeno del fetch, ai battelli in navigazione, all’attività dei pescatori, i vongolari.
Interventi e Soluzioni Proposte
Tentare una sintesi, anche se estrema, della plurisecolare azione perseguìta dai Veneziani, in ordine alla tutela della loro laguna, sarebbe del tutto fuori luogo; nel rinviare, per l’epoca tardo antica e alto medioevale, al primo volume di questa stessa Storia (1) e, più in generale, ad una nota bibliografica essenziale (2), in questa sede abbiamo preferito focalizzare l’attenzione su un arco cronologico più circoscritto e, a tutt’oggi, ancora relativamente poco indagato: il Seicento, secolo per molti aspetti contraddittorio, dominato da ricorrenti polemiche e inconclusi progetti l’un l’altro contrapposti.
Un secolo che tuttavia vedrà perfezionarsi quel prolungato processo di «regimazione» idraulica che, avviato almeno dal tardo Duecento, verrà finalmente concluso con l’estromissione di gran parte dei corsi d’acqua che nell’invaso lagunare ancora sfociavano. Alla fine del Seicento la laguna di Venezia è ormai un ambiente che potremmo definire, usando un termine forse improprio, totalmente artificiale.
In altri termini un «territorio storicizzato», pesantemente modellato dall’uomo per bloccarne la naturale evoluzione. La costruzione di argini perimetrali lungo gran parte della gronda di terraferma, il generalizzato marginamento di isole e «sacche» all’interno dell’estuario, il rafforzamento delle difese a mare lungo i litorali, l’otturazione (già avviata in epoche remote) di canali e bocche portuali e la realizzazione di palade, moli guardiani ed altri manufatti a protezione delle tre bocche superstiti (i porti di San Nicolò di Lido, Malamocco e Chioggia), avevano infatti cristallizzato i naturali processi involutivi che avrebbero altrimenti inevitabilmente trasformato la laguna in un braccio di mare aperto, ovvero in terraferma.
Lo sviluppo superficiale dell’invaso salmastro, alla fine del Settecento, era di circa 57.000 ettari, progressivamente ridottosi a causa delle bonifiche, colmate e costruzioni effettuate in più riprese all’interno dell’originaria conterminazione: basti citare, a mo’ d’esempio, la realizzazione - sulle barene dei Bottenighi - della prima e seconda Zona industriale di Marghera (circa 1.000 ettari), dell’areoporto di Tessera sulle omonime barene a nord di Venezia, delle bonifiche agricole estese per quasi 2.500 ettari lungo la sinistra idrografica del Taglio novissimo verso Chioggia.
E ancora la creazione ex novo del «quartiere urbano» di Sant’Elena, delle isole di Sacca Sessola e Sacca Fisola, di varie altre «sacche» ai margini delle isole di Murano, Mazzorbo e della stessa Venezia, nonché lungo i versanti interni dei litorali di Malamocco, Pellestrina e Chioggia; la costruzione del ponte ferroviario translagunare fra Mestre-Marghera e Venezia, inaugurato nel 1846 e raddoppiato in larghezza pochi anni or sono, del parallelo ponte automobilistico aperto nel 1933, della strada su terrapieno che unisce Chioggia alla vicina terraferma, l’escavo di canali di navigazione d’inedita larghezza e profondità, atti a consentire il transito di navi da crociera e petroliere con pescaggio sempre maggiore, la chiusura non più con sbarramenti stagionali, bensì con arginature permanenti di vasti specchi d’acqua destinati alla «coltivazione» del pesce, sono alcune, fra le tante concause che hanno contribuito ad alterare radicalmente le caratteristiche fisiche, morfologiche e idrauliche dell’ambiente lagunare.
Tentare la ricerca di facili paralleli con il passato, o impietosi paragoni fra tecnici e amministratori antichi, recenti e contemporanei, può essere esercizio quanto mai rischioso e fuorviante. La tutela oggi esercitata dagli organi periferici dello Stato, pur fra perduranti incertezze e con gravissimi ritardi, si rivolge ad una laguna intesa quale «ecosistema» da preservare, in primis, per i valori storico-paesaggistici e naturalistici che le sono propri; ma anche per essere la laguna cornice e sfondo dai quali la città che essa ingloba non può prescindere.
Il Ruolo del Magistrato alle Acque
Erano ben diverse le motivazioni della «tutela» in un passato meno recente, quando la «conservazione» era condizione essenziale per la stessa sopravvivenza, per garantire perpetuo e sicuro rifugio ad una comunità indipendente e sovrana. Quando la laguna era baluardo invalicabile e «spazio vitale», cui le esigenze e gli interessi dei singoli, ma anche delle vicine comunità di terraferma, per quanto legittimi andavano sempre e comunque subordinati.
Venezia, anche dopo l’espansione del suo dominio nell’entroterra padano, non esitò mai ad agire in tal senso, senza troppo curarsi degli squilibri idraulico-ambientali che le opere di regimazione fluviale a protezione della laguna avrebbero potuto causare: si pensi, tra tutti, al rapido degrado e generalizzato impaludamento che subì la bassa pianura, fra Livenza e Piave, quando il corso di quest’ultimo fiume venne deviato verso nord-est, al fine di allontanarne la foce dalle bocche portuali di Lido e Treporti.
Dio perdoni, et illumini, chi pretende dar ad intendere come li tagli Garzoni già habbino fatto il male che potevano fare, non avedendosi che ‚remota causa removetur effectus’. La scrittura del Contarini rappresenta forse uno dei momenti conclusivi di quella tendenza che si potrebbe definire «anti-sabbadiniana» e che, nel progredire del XVII secolo, prese piede con crescente vigore tra savii ed esecutori, ma anche tra proti e ingegneri alle acque.
Lasciare libero sfogo al salso, anche nei frastagliati recessi paludosi che contornavano il bacino lagunare propriamente detto, veniva infatti ritenuto esiziale; da molti era anzi valutato la causa primaria del progressivo e generalizzato interrarsi di canali e bassifondali che le replicate campagne d’escavo (con «zappa e badil» prima, poi con «macchine cavafango» sempre più perfezionate) non erano state in grado di eliminare con accettabile efficacia.
In aperta polemica con i periti del magistrato alle acque, ch’egli invita a contraddittorio («che mi daranno occasione d’imparar qualche cosa dalla loro virtù»), Ferigo Contarini ribadisce l’urgenza di provvedere al ripristino ed al prolungamento delle antiche arginature di Fusina e di eliminare nel contempo, con l’otturazione dei tagli Garzoni, ogni inutile e dannosa commistione tra laguna «viva» e «morta».
Precisa infine, in un’altra sua coeva scrittura, che le acque della «laguna morta» andavano mantenute negli alvei naturali dei canali, al fine di garantirne il più rapido corso, soprattutto nelle fasi di riflusso.
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