Il Filatoio Idraulico: Storia e Funzionamento nella Rivoluzione Industriale
Il tessile fu uno dei settori maggiormente coinvolti nella Rivoluzione Industriale inglese del XVII secolo, che trasformò radicalmente la produzione migliorandone la qualità. Le successive innovazioni nel processo di filatura portarono gradualmente alla sua meccanizzazione, conseguendo un incremento della produttività.
Le Invenzioni Chiave nella Filatura
In quegli anni, infatti, fu inventata la “spinning jenny”, la filatrice meccanica brevettata nel 1764-70 da James Hargreaves. Nel 1769 Richard Arkwright brevettò una macchina per la filatura ancora più rivoluzionaria, azionata dall’acqua (filatoio idraulico, water frame) e, successivamente, dal vapore, destinata quindi all’impiego in fabbrica. In questa corsa all’evoluzione tecnologica si inserì nel 1779 Samuel Crompton, inventore del filatoio automatico “mule-jenny”, mosso dall’energia idraulica, che garantiva un prodotto di ottima resistenza e qualità.
Il 1785 fu un anno di svolta, poiché venne introdotta nelle fabbriche tessili la macchina a vapore di Matthew Boulton e James Watt. Il vapore si sostituiva all’acqua come forza motrice, consentendo di impiantare la produzione tessile anche laddove non vi erano corsi d’acqua nelle vicinanze. Per effetto della meccanizzazione e della nuova organizzazione di fabbrica, verso la fine del secolo un singolo filatore era in grado di produrre, nello stesso tempo, ciò che prima producevano 200 filatori.
Il Processo di Filatura e Tessitura
La filatura consiste in una serie di operazioni mediante le quali la massa di fibra naturale (lana) viene trasformata in un filo continuo, avvolto su un apposito sostegno. La tessitura consiste nell’intrecciare (ordito e trama) il filato in modo da realizzare un tessuto (tela o panno), che sarà poi soggetto ad altre operazioni di trasformazione, finitura e colorazione.
La Tradizione Tessile a Prato
Nel XIII secolo, il territorio pratese era attraversato dal fiume Bisenzio, che per la sua particolare pendenza naturale permise l’installazione di un ampio sistema di mulini già nel Medioevo. Attorno ai canali del fiume si sviluppò l’industria medievale tessile e molitoria pratese e, successivamente, la produzione della lana. Fu però Francesco di Marco Datini (1335-1410) che dette un grande impulso commerciale all’attività tessile della città: attraverso la rete dei suoi fondaci (magazzini), i pannilani raggiunsero vari paesi dell’Europa, mentre a Prato arrivarono, sempre a mezzo della mercatura datiniana, lane pregiate e coloranti. Grazie a Francesco Datini e alla consolidata perizia nella fabbricazione dei tessuti, Prato riuscì a godere di un periodo fiorente e tranquillo.
La presenza sul piccolo territorio di più di cento mulini ad acqua, di una complessa struttura idraulica e di un contesto mercantile imprenditoriale favorirono un particolare background alla città, che nel XIX secolo fece scaturire la risposta alla sfida dello sviluppo industriale.
Nel XIX secolo, mentre in Inghilterra iniziò la Rivoluzione Industriale, Giovan Battista Mazzoni, studioso e tecnico meccanico di grande valore, perfezionò le macchine di filatura e ne progettò di nuove per il cardato. Grazie anche alla sua opera, tra il 1850-60 venne già utilizzato il procedimento di rigenerazione dei ritagli di tessuti di sartoria, delle maglie e di indumenti usati (gli stracci). Questo materiale che proveniva da varie parti del mondo, veniva selezionato con cura e trasformato meccanicamente nella cosiddetta lana rigenerata che consentiva di produrre, anche miscelata con lana vergine, tessuti cardati di ogni tipo a prezzi competitivi.
Nonostante le difficoltà della politica autarchica fascista e del periodo bellico, dagli anni ’60 in poi si assistette ad un sostanziale rinnovamento dei macchinari e delle tecnologie. L’impiego di materie prime rigenerate si indirizzò su materiali qualitativamente superiori, provenienti dal recupero di ritagli nuovi di confezionatura. C’era una maggiore tendenza alla produzione di articoli di alta qualità, che prevedevano l’impiego di fibre pregiate (lane vergini, cachemire, seta, lino, cotone, viscosa, microfibre ecc.). Anche nel campo della maglieria, Prato ha conquistato una posizione leader a livello mondiale, da diversi anni infatti i prodotti tessili pratesi vengono scelti dai grandi stilisti del “Made in Italy”.
Il Filatoio Idraulico per la Seta: Il Caso di Caraglio
Ad avviare la costruzione nel 1676 fu infatti la famiglia di filatori bolognesi Galleani, chiamati nel 1667 dai Savoia per impiantare il primo torcitoio idraulico e sviluppare una tecnologia capace di rivoluzionare i sistemi di lavorazione. Banco di prova per lo sviluppo di un sistema proto-industriale oltre un secolo prima della Rivoluzione Industriale, il Filatoio è indissolubilmente legata alla politica economica di casa Savoia che seppe cogliere la crescente domanda di filo di seta di qualità, in particolare da parte della corte francese. Le valenze storico-architettoniche del Filatoio sono state recuperate e valorizzate dagli imponenti interventi di restauro avviati nel 1999.
Il Processo di Lavorazione della Seta
Le fibre tessili - canapa, lino, seta e lana - prima di essere messe al telaio devono essere o filate o ritorte per aumentarne la resistenza. Questa operazione si faceva tradizionalmente a mano, o con l'aiuto di piccoli strumenti domestici, come il filarino. Nella provincia di Bologna, fin dal secolo XIV, venne utilizzata per la torcitura della seta una macchina complessa di origine lucchese - il filatoio rotondo - che metteva in movimento decine o centinaia di fili. L'aumento della loro capacità produttiva creò una strozzatura nel ciclo di lavorazione. I filatoi potevano lavorare solo fili avvolti in rocchetti, ma la seta usciva dalle filande (dopo la trattura dei bozzoli) in matasse e il trasferimento sui rocchetti (incannatura) era condizionato dai ritmo produttivi delle operaie che nelle loro case svolgevano a mano questo lavoro. A Bologna il problema fu risolto nel secolo XVI con l'introduzione dell'incannatoio meccanico collegato agli stessi organi di trasmissione del filatoio. I mulini da seta alla bolognese (con ruota idraulica e incannatoio) riducevano contemporaneamente i tempi di produzione dei filati e miglioravano la qualità del prodotto. Erano già il "sistema fabbrica".
Il filo di seta è una fibra naturale prodotta dal baco nella forma del bozzolo. Fin dall'antichità questo filo lungo alcune centinaia di metri veniva svolto dal bozzolo attraverso una prima lavorazione detta trattura che utilizzava una bacinella e un aspo. Dalla bacinella che conteneva i bozzoli a bagno nell'acqua calda, una lavorante formava con una decina di capi un unico filo che un'altra donna avvolgeva sull'aspo formando una matassa. Quando la trattura si concentrò in grandi filande decine di operaie eseguivano il lavoro con macchine più perfezionate. Questi filati prima della tessitura subivano ulteriori lavorazioni: torciture e binature che consentivano al filo di acquistare solidità, compattezza e lucentezza. Il mulino da seta rotondo è stato per secoli nell'area dell'Europa Occidentale la macchina che serviva a questo scopo.
Ma il torcitoio poteva lavorare solo fili avvolti in rocchetti. L'incannatura era la lavorazione che dopo la trattura trasferiva a mano i fili sui rocchetti. Dal secolo XVI questa operazione fu meccanizzata collegando l'incannatoio agli ingranaggi che muovevano il torcitoio. In tal modo centinaia di matasse erano contemporaneamente svolte e direttamente trasferite su altrettanti rocchetti pronti per essere messi sul torcitoio. Nel torcitoio ogni rocchetto di filo di seta è montato sul proprio fuso e ciascun capofilo passando per una serie di guidafili viene fissato all'aspo e alla rocchella. L'albero centrale mosso da una ruota idraulica gira a circa 4-5 giri al minuto e sostiene strofinacci e cinghie che per frizione determinano uno svolgimento molto veloce del filo dei rocchetti. Questo filo attraverso particolari meccanismi detti “va e vieni” si distribuisce e si raccoglie sulle rocchelle e sugli aspi mossi più lentamente da bozzoniere azionate da serpi che portano la giostra. Col mulino da seta si preparavano vari tipi di filati per trame e orditi.
La storia del mulino da seta comincia a Lucca nel XII secolo dove compare il primo tipo di filatoio a braccia di forma rotonda, ma è a Bologna che tra il XIV e XVI secolo la macchina si perfeziona con l'aggiunta della ruota idraulica e dell'incannatoio meccanico. Nel 1341 a Bologna venne edificato il primo filatoio idraulico per seta.
Nelle case-opificio che contenevano i mulini da seta di questa città, accanto ai locali destinati all'abitazione, le parti meccaniche dei filatoi, dei torcitoi e degli incannatoi occupavano interi piani degli edifici e le ruote idrauliche situate nelle cantine erano mosse dall'acqua derivata dai canali mediante condotte sotterranee dette chiaviche. Gli storici della Rivoluzione Industriale descrivono questa macchina come quella che per prima ha realizzato il "sistema di fabbrica" perché ha meccanizzato la produzione e subordinato il lavoro a compiti di alimentazione, sorveglianza, controllo. La manodopera degli incannatoi era costituita da bambini, pochi operai adulti erano alle macchine per annodare i fili quando si rompevano e le donne eseguivano la doppiatura dei fili di prima torsione effettuata a mano o con strumenti semplici per preparare i filati alla torsione successiva. I silk-mills inglesi del XVIII secolo che anticipavano le fabbriche tessili del secolo successivo erano copiati dai grandi mulini da seta diffusi soprattutto nell'Italia centro-settentrionale.
Alla fine del Seicento (XVII secolo) si esportavano circa 200.000 libbre di orsogli e velami. I signori dell´industria erano allora gli Zangoli, i Salaroli, i Bonaccorsi, i Pedini. Ma la città vecchia della seta, chiusa nella difesa dei propri segreti industriali, non riuscì a far fronte ai drastici mutamenti che si delinearono dalla fine del secolo XVII quando la costruzione di grandi e perfezionati mulini si diffuse nelle campagne del Piemonte e in seguito (secolo XVIII) in quelle del Veneto e della Lombardia. Il declino economico dell'antico setificio bolognese fu connesso al consolidarsi di questo nuovo sistema regionale.
Il Mulino Pedini era uno dei 74 filatoi ancora attivi a Bologna alla metà del secolo XVIII. Questo mulino prendeva il nome dal primo proprietario e sorgeva in via Azzogardino nel cuore protoindustriale della città. Nella stessa area funzionavano altri 13 opifici idraulici con diverse destinazioni produttive: cartiere, mangani e macine. Come mostrano le antiche mappe catastali il mulino riuniva funzioni abitative (la casa) e produttive (l'opificio). Lo spazio di lavoro era organizzato in senso verticale secondo la struttura dei filatoi e dei torcitoi. I motori idraulici, collocati nelle cantine, davano movimento alle macchine per torcere i fili di seta nel corpo centrale dell'edificio e agli incannatoi meccanici presenti nei solai. Lo spazio-casa e lo spazio-opificio erano regolati diversamente. Da una parte la luce, il fuoco, l'acqua bianca del pozzo; dall'altra il buio, il freddo, il rumore e le acque nere di uso industriale. In mezzo una loggia di ingresso che univa ed insieme separava la vita familiare dal lavoro organizzato sulla base del modello del sistema di fabbrica.
Produzione di Seta a Bologna (1687 e 1704)
Ecco una tabella che illustra la produzione di seta a Bologna in due anni significativi:
| Anno | Produzione (libbre) | Produzione (tonnellate) |
|---|---|---|
| 1687 (Migliore) | 1.306.073 | 472,67 |
| 1704 (Peggiore) | 98.985 | 35,82 |
tag: #Idraulico
