Idraulico Napoletano: Storia e Significato di un Termine Ricco di Tradizioni
Idraulica: un termine che affonda le sue radici nell'antichità, derivato dal greco "hydraulicus", che significa "idraulico". Sino dalla più remota antichità l'uomo si è trovato di fronte a problemi pratici d'idraulica, intimamente connessi con le esigenze della vita e della progrediente civiltà. L'esperienza e l'intuizione furono di guida nella risoluzione di tali problemi, come nella concezione e nell'attuazione di opere idrauliche numerose, talune grandiose e ancora oggi in efficienza.
Le Origini Scientifiche dell'Idraulica
Per quanto si sa, il primo che si occupò sotto un aspetto scientifico d'idraulica fu il siracusano Archimede, il quale scrisse sui corpi galleggianti, pervenendo all'enunciazione di quella proprietà cui si dà il nome appunto di principio di Archimede. Poi la letteratura nulla presenta di veramente importante nel campo dell'idraulica fino alla Architectura di Marco Vitruvio Pollione, vissuto al tempo di Giulio Cesare e di Augusto, e all'opera De Aqueductibus urbis Romae commentarium scritta fra il 97 e il 100 d. C. da Sesto Giulio Frontino.Questi sono lavori molto notevoli d'ingegneria; e quello di Frontino contiene anche accenni interessanti, se pure non precisi, sulla dipendenza della portata di tubi dal carico. Ma non si deve dimenticare che, molto tempo prima, Leonardo da Vinci aveva inserito fra le tante attività anche quella d'ingegnere di acque valentissimo e aveva lasciato molti manoscritti su argomenti d'idraulica, fra cui uno intitolato De la natura de l'acqua. Questi manoscritti non furono conosciuti da tecnici e da dotti. Un riordinamento di essi, e forse anche una rielaborazione in talune parti, fu fatto nel 1643 dal frate domenicano Luigi Maria Arconati, il quale mise insieme un trattato in nove libri Del moto et misura dell'aqua.L'Evoluzione degli Studi Idraulici
Uomini grandi, fra la fine del sec. XVI e il principio del sec. XVIII, tracciarono una via lenta e faticosa, che certo sarebbe stata ben più rapidamente aperta e percorsa, se l'opera di genio di Leonardo fosse stata da essi conosciuta. Il faentino Evangelista Torricelli, scolaro di Galileo, indicava nel 1644 la legge di dipendenza fra il carico e la velocità di deflusso dell'acqua da una luce; il monaco Benedetto Castelli da Brescia (1577-1643) e il bolognese Gian Domenico Guglielmini (1655-1710) ponevano le basi dell'idraulica fluviale; Giovanni Poleni (1683-1761) da Venezia formulava la legge di deflusso della luce a stramazzo, e sulla fine dello stesso secolo segnava chiare orme nella foronomia G. B.Mentre questa ripresa dello studio dell'idraulica pratica si svolgeva qui in Italia, dove, come si è detto, gli studî d'idraulica con Archimede avevano avuto la culla, fuori d'Italia è da porre in evidenza l'opera che, anche in questo campo, fu dovuta a Isacco Nevton relativamente al moto di corpi immersi, getti d'acqua, moto ondoso, coefficiente di viscosità; ed è da ricordare l'enunciazione di quel teorema, fondamentale in sé e per le estensioni a cui si è prestato, che porta il nome di Daniel Bernoulli. Esso teorema fu esposto nel 1726 nella Theoria nova de motu aquarum per canales quoscumque fluentium: teorema che amplia l'enunciato torricelliano.Devono inoltre tenersi presenti Edme Mariotte (1620-1684) col trattato che fu pubblicato nel 1686, la già citata opera di Stevin e di Pascal, Henry Pitot (1695-1771) che nel 1732 propose il noto tubo misuratore di velocità, A. Brahms che nel 1753 pubblicò quell'Anfangs-Grunde der Deich-u. Il sec. XVIII, nel quale continuò per gli studî pratici d'idraulica l'attività iniziatasi nel secolo precedente, presentò gl'inizî degli studî teorici d'idrodinamica con Leonardo Eulero, il quale nel 1775 pubblicò l'opera Principes généraux du mouvement des fluides, ponendo le tre equazioni del moto e l'equazione di continuità. E nella via aperta da Eulero e da Giuseppe Luigi Lagrange da Torino ha proceduto nei secoli XVIII e XIX una schiera di scienziati illustri, con lo studio della teoria delle onde, dei moti irrotazionali, della viscosità e dei vortici.L'Approccio Pratico all'Idraulica
Ma se le trattazioni matematiche hanno potuto affrontare, con risultati notevoli ed eleganti, problemi in cui l'acqua si consideri fluido perfetto e anche problemi di moti irrotazionali di liquidi vischiosi, non altrettanto può affermarsi per l'aspetto vorticoso, sotto il quale nella maggior parte dei casi si presentano a noi i moti dell'acqua. In questo campo si deve riconoscere che solo con l'osservazione e con l'esperienza l'idraulica pratica ha conseguito gli ulteriori progressi dalla fine del sec. XVIII ad oggi.Così hanno segnato contributi di esperienza in diversi campi dell'idraulica pratica Borda, Poiseuille, Prony, Darcy, Dupuit, Ganguillet, Bazin, Flamant, J. Thompson, Rankine, W. Froude, Reynolds, Eytelwein, Weisbach, Kutter, Hagen, Smreker, Thiem, Lang, Humphreys, Abbot, Francis, Smith; in Italia Bidone, Tadini, Razzaboni, G. Torricelli, Masoni.Quando la massa liquida non presenta spostamenti reciproci dei punti che la costituiscono, si è nel campo dell'idrostatica. Quando invece la massa liquida si muove deformandosi, si hanno di fronte problemi d'idrodinamica, per l'esame dei quali, allo stato attuale della scienza, giova lo strumento matematico, ma serve ancor più l'osservazione dei fatti e la riproduzione di essi a mezzo di esperienze.Mentre la parte più strettamente matematica ha trattazione alla voce idrodinamica, vengono riassunte qui le nozioni pratiche più importanti a cui si è pervenuti nello studio del moto dell'acqua, in talune circostanze che hanno per la tecnica sistematico interesse. Queste circostanze possono raggrupparsi nei seguenti capitoli:1. Foronomia;2. Correnti di acqua a superficie libera;3. Correnti di acqua in pressione;4. Moti di acque filtranti.Foronomia: Lo Studio del Deflusso dell'Acqua
Alla parola foronomia si dà il significato ristretto di studio delle leggi di deflusso dell'acqua da luci praticate nelle pareti di recipienti. Lo studio delle circostanze meccaniche del deflusso e delle entità più caratteristiche di esso, prima fra tutte, per interesse pratico, la portata, viene attuato considerando l'acqua come un fluido perfetto, cioè privo del tutto di resistenze tanto interne quanto al contatto con le pareti.Ciò è lecito in quanto i fatti della foronomia presentano, in brevi percorsi di spazio e in brevi intervalli di tempo, trasformazioni di così notevoli quantità di energia meccanica potenziale in energia meccanica cinetica che di fronte a esse è ben piccola, trascurabile cosa, almeno in prima approssimazione, la quantità di energia che le resistenze passive assorbono trasformandola in calore. Coefficienti empirici consentono di correggere piccoli errori che così s'introducono.Luci a Battente
Se la parete o il fondo del recipiente in cui è scolpita una luce a battente è tagliata a spigolo vivo verso la faccia interna, per modo che la vena fluente non si adagi sullo spessore della parete, allora la luce si dice praticata in parete sottile. Una luce a battente è libera, quando la vena defluente è in tutto il suo contorno a contatto con l'aria atmosferica; in tal caso, se la luce versa in altro recipiente che contenga acqua, in esso il livello è più basso del punto più basso del contorno della luce.La luce è parzialmente rigurgitata, se il livello dell'acqua nel recipiente a valle è più alto del punto più basso e più basso del punto più alto del contorno della luce. La formula (1) è ottenuta facendo particolare riferimento a una sezione di vena defluente, a cui si dà il nome di sezione contratta, nella quale si ritiene che i punti in moto abbiano velocità eguali e parallele tra loro: sezione ben poco distante dal piano della luce: p. es., se la luce è circolare, la distanza della sezione contratta è uguale al raggio.Il Teorema di Bernoulli e il Coefficiente di Contrazione
La stessa formula (1) viene usata anche quando non tutte le condizioni che sono state premesse sono verificate. Se, ad es., l'area della luce non sia molto piccola rispetto all'area dello specchio d'acqua nel recipiente, sicché alla velocità di deflusso nella luce contribuisca anche la velocità di arrivo dell'acqua nel recipiente, o il contorno della luce sia vicino assai o anche in parte giacente su parete del recipiente contigua a quella in cui la luce è praticata, sicché la contrazione avvenga in modo attenuato o anche sia soppressa su parte del contorno, la formula (1) viene usata con lo stesso significato dei simboli, salvo variazioni empiriche del coefficiente μ, conosciute specialmente per esperienze del Bidone, del Lesbros, del Weisbach, del Gibson.Una particolarità del deflusso che si rileva per luce a contorno poligonale è quella cosiddetta dell'inversione di forma della vena: p. es. Qualora la luce in parete sottile sia completamente rigurgitata, allora, agli effetti della valutazione della portata, si tiene conto del fatto che la vena defluente subisce una contrazione, anziché nell'ambiente aria come per la luce libera, nell'ambiente acqua del recipiente a valle.Con tubi addizionali cilindrici interni si può usare ancora la formula (1), tenendo conto tuttavia, nei riguardi del coefficiente riduttore μ, che il coefficiente di contrazione ha valore di poco superiore a 0,50. Ricerche sperimentali hanno fatto ritenere che il valore 0,50 del coefficiente di contrazione sia un limite inferiore non raggiungibile, pur adoperando, in luogo del tubo cilindrico, tubi conici divergenti verso l'interno del recipiente, e che anzi nei casi reali non si possa scendere sotto a valori da 0,52 a 0,51 del coefficiente di contrazione.È assai interessante il comportamento dei tubi cilindrici esterni di sezione circolare, di lunghezza qualche diametro, e la corrente che segue occupante tutta la sezione del tubo. Tutto ciò naturalmente ha preciso riscontro fino a che sia h 〈 m. In tubi addizionali esterni conici divergenti, il Venturi trovò che un massimo di portata si ha, a parità delle altre circostanze, per θ = 5°,5′; il Razzaboni indicò la seguente formula empirica per la portata.Nel caso di un tubo conico convergente applicato esternamente alla parete di un recipiente, si hanno da considerare due sezioni contratte, una all'imbocco entro il tubo, l'altra esterna al tubo. Aumentando l'angolo di convergenza aumenta la contrazione allo sbocco, diminuisce quella all'imbocco. Tale angolo è stato empiricamente ritrovato in poco più che 13° e il coefficiente corrispondente nel valore 0,946.La vena defluente da una luce raggiunge altezze ben minori del carico che alimenta la luce per la presenza di un complesso di resistenze.Luci a Stramazzo
Una luce a stramazzo si dice in parete sottile, quando è praticata in una parete tagliata a spigolo vivo verso l'interno del recipiente, per modo che la vena defluente non si adagi sullo spessore della parete; si dice rigurgitata, quando il livello dell'acqua a valle è più alto del punto più basso del contorno della luce, non rigurgitata se il livello dell'acqua a valle è più basso di tutto il detto contorno.Se i fianchi della luce sono sulle pareti stesse del recipiente o canale a monte e tali pareti sono normali al piano della luce, non si ha contrazione della vena in corrispondenza dei fianchi. Si ha invece contrazione dal basso verso l'alto in corrispondenza della soglia, con efficienza più o meno grande a seconda dell'altezza p della traversa.La contrazione dal basso raggiunge certamente il massimo possibile valore ove sia p > 3 h. Le due formule dànno risultati alquanto diversi fra loro, con differenze che possono raggiungere qualche unità per cento.Quando in una luce come quella sopra descritta venga meno una delle circostanze accennate, quella di luce libera, cioè di libera comunicazione con l'atmosfera per lo spazio sottostante alla lama stramazzante, le circostanze del deflusso si modificano notevolmente: si hanno le situazioni di lama depressa, cioè di lama meno protesa a valle che non quando l'aria acceda liberamente sotto di essa; di lama aderente, cioè di lama che tocca la faccia a valle della traversa, mentre la superficie esterna della lama scende verticale solcata da scanalature simili alle pieghe di un drappo; di lama soffolta o annegata, cioè nuovamente protesa verso valle ma con lo spazio tra traversa e lama occupato non da aria, bensì da acqua in istato di violenta agitazione.Ove in una luce libera si abbia, oltre che contrazione dal basso, anche contrazione laterale, questa può ritenersi completa, se la distanza dei fianchi della luce dalle pareti del recipiente o canale a monte sia almeno due volte il carico e la lunghezza della soglia sia almeno tre volte il carico (Cipolletti). Allora, per carichi fra 8 cm. È stato proposto di utilizzare la formula (2) senza riduzione della lunghezza l anche in presenza di contrazione laterale completa, se i fianchi dello stramazzo, anziché verticali, siano inclinati verso l'esterno dal basso in alto nella misura di uno di base per quattro di altezza, a costituire la luce trapezia che porta il nome del Cipolletti.Uno stramazzo trapezio con fianchi inclinati, anziché verso l'esterno, verso l'interno, con lunghezza della soglia m. Sono pure stati studiati stramazzi circolari, triangolari con vertice in basso, trapezî di varî tipi. Lo stramazzo in parete sottile rigurgitato è considerato, in via di approssimazione, come la sovrapposizione di due luci indipendenti, una a stramazzo libera di carico h1 − h2, l'altra a battente completamente rigurgitata di altezza h2 e di differenza di carico fra monte e valle h1 − h2.Le traverse dei corsi d'acqua hanno di regola paramenti a monte e a valle inclinati raccordati al ciglio della diga. L'inclinazione del paramento a monte tende a diminuire la contrazione dal basso, l'inclinazione del paramento a valle a determinare stabilmente il deflusso in forma di lama aderente.Nei corsi a pelo libero artificiali (canali) e naturali (fiumi, torrenti) l'acqua si muove in regime cosiddetto turbolento; cioè ogni punto, oltre il moto di trasporto lungo il corso, possiede un moto vibratorio, o stato di agitazione vorticosa: del quale l'aspetto stesso della superficie dell'acqua dimostra palesemente l'esistenza, mentre non si hanno sull'entità di esso ragguagli tali da poterlo considerare in uno studio teorico sistematico e...Il Saponaro Napoletano: Un Mestiere Antico
Nel dialetto napoletano si utilizza il termine “saponaro” per indicare un soggetto sciatto, negligente e che fa cose malvolentieri ma, in passato, questa figura popolare rappresentava un ambulante molto conosciuto in città. Quella del saponaro era una professione molto popolare a Napoli nella prima metà del Novecento. Uomini che attraversavano le vie della città, bussando ad ogni porta, per recuperare cianfrusaglie, oggetti di cui le persone non avevano più bisogno e vecchi mobili sgangherati dando in cambio pezzi di sapone e detergenti. Sarà proprio su questo peculiare “baratto” che si fonderà l’etimologia della parola saponaro.L’Origine Storica del Saponaro a Napoli
Nel Quattrocento, i frati del Monastero della Chiesa di Santa Maria di Oliveto, oggi meglio conosciuta come Complesso Monumentale Sant’Anna dei Lombardi nei pressi di Piazza del Gesù, erano specializzati nella produzione di detergenti e il loro prodotto era di grande qualità, estremamente profumato e simile al più famoso “collega” marsigliese. Veniva adoperato per gli usi più disparati, dalla pulizia del corpo o della casa al lavaggio degli indumenti. Ebbene, nel primo decennio del Quindicesimo secolo, quando i lavori di costruzione della chiesa di Sant’Anna furono pressoché ultimati, i monaci napoletani decisero di iniziare a scambiare il loro pregiato sapone con i mobili e le componenti d’arredo necessari per il loro nuovo Convento in via Monteoliveto.Un affare che però, ad occhio e croce, sembrava convenire di più ai falegnami, i quali, una volta ricevuta in cambio la saponetta, la rivendevano e ne ricavavano un doppio guadagno. Da questa antica permuta nacque e si diffuse in tutta la città di Napoli il folkloristico personaggio del saponaro.Il Saponaro: Un Maestro del Baratto e dell’Igiene
Il saponaro, da abile commerciante qual era e accettando ogni tipo di scambio, seppe sfruttare la meticolosa attenzione delle casalinghe napoletane per l’igiene domestica, vendeva loro i suoi detergenti - che, a dirla tutta, erano di mediocre qualità e venivano trasportati nella scafarèa, un recipiente conico di terracotta: in cambio, si proponeva di aiutare le massaie a disfarsi di tutto ciò che creava solo ingombro in casa. Da qui nacque la famosissima espressione “ccà ‘e pezze e ‘ccà ‘o sapone” (tradotto come “Qua le pezze, qui il sapone“), usata per auspicare uno scambio corretto e immediato tra le parti.Bisogna sottolineare, inoltre, che Napoli fu, stando a quanto segnalano alcune fonti, la prima città d’Europa a dotarsi di un avanguardistico sistema idraulico capace di portare l’acqua corrente nelle abitazioni dei cittadini già agli inizi del ‘600. Durante l’Ottocento, poi, i saponari consegnavano gli abiti usati rimediati alle donne del Lavinaio, un ruscello che scorreva lungo le mura difensive di Napoli in epoca angioina, le quali si occupavano di lavarli utilizzando il sapone fornito.Un Lavoro tra Necessità e Ingegno
Fino a non molti anni fa, il saponaro percorreva le strade e i vicoli di Napoli indossando gli stracci che vendeva, dai colori variopinti, con un sacco di juta sulle spalle contenente la merce da barattare o un carrettino trainato da una bestia da soma. Era solito annunciare il suo passaggio nei quartieri e nei rioni popolari urlando frasi come “Robba ausata, scarpe vecchie, simme lente, stamme ccà! Bona gente, arapite ‘e recchie: sapunare, sapunà!”.Il saponaro divenne un mestiere praticato da chi era privo di abilità particolari e per questo veniva schernito dagli altri artigiani che, invece, possedevano competenze specifiche acquisite con anni di studio ed esperienza. Ancora oggi, infatti, il termine “saponaro” o “sapunariello” viene usato per indicare chi è considerato un incompetente o un incapace.Il saponaro, quindi, rappresentava la crasi tutta napoletana tra l’indigenza e l’arte di arrangiarsi con un pizzico di ars oratoria.Altre Espressioni e Termini Napoletani
* Ammaccapanza: Caratteristica delle persone grasse e dei bambini ben nutriti.* Pazziare: Sfotttere chi, quando mangia, si sbrodola.* Scurrata: colpo inferto con forza.* Tuosto: (anche uaglione) ragazzo. Femm. (anche uagliona).| Termine | Significato |
|---|---|
| Saponaro | Figura che scambia oggetti usati con sapone |
| Ammaccapanza | Persona grassa o bambino ben nutrito |
| Pazziare | Sfottere chi si sbrodola mangiando |
| Scurrata | Colpo inferto con forza |
| Tuosto | Ragazzo (anche "uaglione") |
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