La Conquista della Dacia da Parte dell'Impero Romano

La conquista della Dacia da parte dell'Impero romano si realizzò negli anni compresi tra il 101 ed il 106, attraverso lo scontro tra l'esercito romano, guidato dall'imperatore Traiano, e i Daci del re Decebalo.

Prima Campagna (101-102 d.C.)

Il 25 marzo 101, Traiano in persona lasciò l'Italia, per dirigersi verso la provincia di Mesia superiore. Conosciamo il piano strategico generale della prima campagna dalle parole di Traiano stesso: Inde Berzobim, deinde Aizi processimus. Queste due località si trovavano lungo la più occidentale fra le strade che si dirigevano in Dacia; essa, partendo da Lederata sul Danubio in prossimità di Viminacium, portava a Tibiscum e da lì, con un breve percorso, a Tapae ed al passo delle cosiddette Porte di ferro (presso l'attuale località di Otelu Rost), per entrare poi nella Dacia vera e propria.

Ancor oggi è incerto se Traiano fosse stato affiancato da una seconda colonna, che da Dierna avrebbe attraversato il passo noto come Chiavi di Teregova per riunirsi con la prima colonna a Tibiscum. L'ipotesi è stata formulata dopo un'attenta analisi della Colonna Traiana dove, nelle scene 4 e 5, sono raffigurati due ponti di barche paralleli sul Danubio, uno attraversato dai legionari e l'altro dai pretoriani.

I due ponti costituirebbero un mezzo espressivo naturale mediante il quale lo scultore avrebbe voluto indicare il passaggio simultaneo di un esercito diviso in due differenti "colonne di marcia". L'uso di "colonne" separate serviva evidentemente a dividere le forze nemiche nei punti strategici, con una manovra tattica di aggiramento che sarà peraltro utilizzata da Traiano anche nel corso della campagna partica del 115, con un'avanzata simultanea lungo il Tigri e l'Eufrate.

Attraversato il Danubio, forse su due diverse colonne, l'esercito romano avanzò senza incontrare grandi resistenze. Il nemico adottò infatti la tattica di ritirarsi verso l'interno, ripetendo quanto aveva già sperimentato con successo nell'86 contro Cornelio Fusco e l'esercito di Domiziano; la speranza era di costringere il nemico romano ad abbandonare le linee di comunicazione ed approvvigionamento, oltre ad isolarlo nel cuore delle montagne della Transilvania.

Le sculture della Colonna, infatti, mostrano fortezze deserte, greggi distrutte, colline abbandonate, e qualche spia dacica in attesa delle future mosse dell'esercito romano. Durante la marcia di avvicinamento viene segnalato da Cassio Dione un solo attacco delle avanguardie del popolo germanico dei Buri, alleati dei Daci.

Traiano, pur non avendo incontrato una seria resistenza, continuò a procedere verso l'interno con la massima cautela, preoccupandosi che la sua avanzata fosse al riparo da possibili imboscate, costruendo strade, ponti e forti lungo il suo cammino. Dopo aver raggiunto Tibiscum (moderna Timişoara), in apparenza senza aver sostenuto scontri importanti, vi si accampò in attesa di attaccare le fortezze daciche presso l'imboccatura delle Porte di ferro.

Lo scontro, come anche illustrato sulla Colonna, fu favorevole ai Romani ma a costo di un grande spargimento di sangue, pur non risultando decisivo ai fini della guerra giacché Decebalo poté attestarsi all'interno delle sue fortezze della zona di Orăştie, pronto a sbarrare l'accesso alla capitale Sarmizegetusa Regia.

Contrattacco di Decebalo

Nell'inverno del 101/102, Decebalo, ormai bloccato ad occidente, decise di passare al contrattacco, mirando soprattutto ad aprire un secondo fronte per dividere così le forze dell'esercito romano. Come era già successo nell'85, il re dace scelse di assalire la Mesia Inferiore, insieme agli alleati Sarmati, Roxolani (anch'essi rappresentati sulla Colonna), il cui re era un certo Susago.

Le due armate passarono il fiume ma, pur riportando qualche successo iniziale, vennero tenute a bada dall'allora governatore, e abile generale, Manio Laberio Massimo, il quale riuscì anche a catturare la sorella del re dei Daci, come ben illustra la Colonna. Solo con l'arrivo dei rinforzi, capeggiati dallo stesso imperatore Traiano (rappresentato sulla Colonna nell'atto di raggiungere il fronte mesico su imbarcazioni della Classis moesica), le forze dei Daci e dei Roxolani furono fermate, e anzi subirono una pesante sconfitta, forse separatamente: i Daci in una località forse posta in relazione con il grande trofeo, eretto nel 107/108 ad Adamclisi nella Dobrugia; i Roxolani presso la futura città di Nicopolis ad Istrum, fondata successivamente da Traiano per onorarne la vittoria.

Traiano, infatti, memore dell'azione analoga avvenuta oltre quindici anni prima durante le campagne daciche di Domiziano, si era ben preparato a una simile mossa strategica da parte dei Daci.

La prima "colonna", attraversato il Danubio forse nei pressi di Oescus, proseguì lungo la valle dell'Aluta fino a raggiungere il passo sufficientemente ampio ed accessibile della Torre Rossa. L'avanzata delle altre due colonne avvenne in parallelo, probabilmente lungo le stesse direttrici seguite l'anno precedente (ossia attraverso le "Porte di ferro" e il passo delle Chiavi di Teregova).

Decebalo, scosso dalla seconda sconfitta subita e soprattutto dall'avanzata contemporanea lungo tre fronti in una "manovra a tenaglia", inviò all'imperatore romano due ambascerie, ognuna con una richiesta dipace. da numerosi nobili daci; in seguito all'incontro, il capo dello stato maggiore dell'imperatore, Licinio Sura, fu inviato insieme al prefetto del pretorio, Tiberio Claudio Liviano, per discutere i termini del possibile trattato di pace.

Le condizioni offerte dai Romani, che miravano alla resa incondizionata di Decebalo, furono tuttavia durissime, tanto più se si considera che i Daci non avevano subito ancora sconfitte irreparabili. Traiano, che nel frattempo aveva proseguito la sua avanzata, era riuscito a recuperare armi, ingegneri romani fatti prigionieri dai Daci ed un vessillo della sfortunata campagna condotta da Cornelio Fusco nell'86, probabilmente appartenuto ad una coorte pretoriana.

Passato il valico della Torre Rossa prima che questo potesse essere bloccato dall'esercito nemico, i romani si disposero al centro dell'arco dei Carpazi, con l'obiettivo principale di conquistare la capitale dei Daci collocata più a ovest. È noto con certezza che una di queste colonne, guidata da Lusio Quieto, annoverava tra le sue file cavalieri mauretani, forse individuabili in alcune tavole della Colonna.

Le cittadelle daciche, come quella di Costeşti, caddero una dopo l'altra fino a quando anche l'ultima, presso l'attuale Muncel, fu distrutta sotto i colpi delle armate romane, mentre l'esercito dacico accorso, fu pesantemente sconfitto. La strada per Sarmizegetusa Regia era ora da considerarsi aperta e la guerra ormai vinta. Decebalo, per risparmiare alla capitale gli orrori di un inutile assedio, capitolò.

Le condizioni di pace imposte da Traiano furono estremamente dure e penalizzanti per il re dace:

  • rinunciare ad una politica estera autonoma da Roma, accettando ancora una volta lo status di rex socius populi romani.

Un'ambasceria dacica fu inviata a Roma per formalizzare la ratifica del trattato di pace da parte del Senato, così da consentire allo stesso Traiano, all'inizio dell'inverno del 102, di lasciare il quartier generale posto vicino a Sarmizegetusa Regia per tornare a Roma. Qui ottenne il meritato trionfo ed assunse il titolo di Dacicus dalla fine di quello stesso dicembre, mentre le monete allora coniate celebrano la Dacia victa.

Seconda Campagna (105-106 d.C.)

Gli accordi stabiliti nel 102 non furono però rispettati dai Daci. Decebalo, infatti, non solo riarmò l'esercito e ricostruì le vecchie fortezze attorno alla capitale, ma cercò nuove alleanze con i Parti di Pacoro II, attaccò gli Iazigi, alleati dei Romani, impossessandosi di alcuni loro territori (come parte del Banato) e soppresse alcuni nobili Daci filoromani. Di fronte a quelle che interpretò come provocazioni, nel giugno del 105 Traiano partì nuovamente per la Dacia.

Questa sua nuova marcia verso il Danubio è rappresentata sulla colonna in modo assai dettagliato: sembra che Traiano abbia attraversato l'Adriatico da Ancona a Iader, per poi proseguire via terra fino a Naissus ed a Ratiaria. Nel frattempo Decebalo non era rimasto inattivo, tanto che Traiano, giunto sulle rive del Danubio, si trovò a dover affrontare una situazione difficile. L'opera di riconquista portò l'imperatore a spendere l'intera estate del 105, tanto da impedirgli di avviare una nuova campagna di invasione in territorio dace prima dell'anno successivo.

  • Traiano in persona, raggiunto il fronte della battaglia (probabilmente in Dobrugia), soccorre il governatore della Mesia inferiore, Lucio Fabio Giusto, e respinge i Daci.

La rottura della pace, avvenuta a soli due o tre anni dalla sua conclusione, non lasciava alternative a Traiano: era necessaria la conquista dell'intera regione. Gli alleati di Decebalo - Buri, Roxolani e Bastarni - alla notizia dei preparativi dell'ultima grande invasione da parte di Traiano abbandonarono il re dace.

Dopo numerosi fallimentari tentativi di riconciliarsi con l'imperatore (o di avvelenarlo, come era stato tentato appena l'anno precedente), il re ribelle si trovò a dover capitolare per la seconda volta.

Il re dace, attaccato da due fronti come rappresentato anche sulla Colonna (forse dal versante delle "Porte di ferro" e da quello del passo della Torre Rossa), oppose una resistenza così disperata che i Romani lasciarono sul campo numerosi morti e feriti, vittime della feroce combattività dei Daci. Alla fine, dopo un lungo e sanguinoso assedio, anche Sarmizegetusa Regia capitolò sotto i colpi degli eserciti romani riunitisi verso la fine dell'estate di quell'anno.

Le fasi salienti di questo assedio sono rappresentate anch'esse sulla Colonna di Traiano, nella quale viene raffigurato anche il suicidio finale che i capi daci si inflissero per evitare di essere fatti prigionieri dai Romani. Caddero infine, una dopo l'altra, tutte le rocche fortificate della zona di Orăştie.

Traiano era deciso a non concedere più condizioni di pace analoghe alle precedenti. Era necessaria la sottomissione definitiva della Dacia, e per ottenerla era necessario costruire strade e forti in modo da isolare il nemico e non concedergli più alcun vantaggio. L'avanzata, pur procedendo in modo lento, risultò alla fine inesorabile ed immune dai continui attacchi del nemico, una circostanza anche questa illustrata sulla Colonna.

Decebalo cercò rifugio al nord, sui monti Carpazi, ma una colonna romana lo inseguì lungo la valle del fiume Marisus, in una regione quasi inaccessibile. I capi daci del nord del Paese, pur consapevoli della loro fine imminente, si unirono al re in un disperato tentativo di ribaltare le sorti compromesse della guerra, riportando anche qualche successo.

La testa del re dei Daci fu portata a Traiano dal cavaliere che era riuscito nell'impresa di catturarlo, Tiberio Claudio Massimo. Era la fine della guerra. Per alcuni mesi l'esercito romano fu ancora impegnato in azioni repressive ma si trattò di sedare piccole sommosse locali.

Conseguenze della Conquista

Il regno dacico cessò di esistere, a parte alcune zone rimaste libere lungo la pianura del Tibisco, del basso Marisus e del Crisul. Il cuore del vecchio regno di Decebalo fu trasformato, insieme all'Oltenia occidentale ed al Banato, nella nuova provincia di Dacia, con capitale la città di nuova fondazione di Colonia Ulpia Traiana Augusta Dacica Sarmizegetusa (probabilmente sul tracciato del vecchio campo militare di Traiano).

La colonizzazione in massa della provincia con cittadini romani fatti giungere da gran parte delle province danubiane, permise all'impero di creare un saliente strategico all'interno del "mare barbarico" che si stendeva tra la piana ungherese del Tibisco ed i territori di Valacchia e Moldavia. Traiano era riuscito ad occupare questi ultimi territori ad est della Dacia che, però, alla sua morte furono abbandonati dal suo successore Adriano. Un errore strategico a cui non fu mai rimediato.

La permanenza romana in Dacia, sebbene storicamente limitata a meno di due secoli (la provincia sarebbe stata infatti completamente abbandonata nel 271), lasciò un'impronta duratura sull'area, tanto che la lingua romena che si sarebbe sviluppata nei secoli successivi è rimasta, nonostante l'isolamento entro una regione europea successivamente slavizzata o magiarizzata, una lingua neolatina.

La Colonna Traiana

La Colonna traiana è un monumento innalzato a Roma per celebrare la conquista della Dacia da parte dell'imperatore Traiano, rievocando tutti i momenti salienti della guerra. Si tratta della prima colonna coclide mai innalzata. Era collocata nel Foro di Traiano, in un ristretto cortile alle spalle della Basilica Ulpia fra due (presunte) biblioteche, dove un doppio loggiato ai lati ne facilitava la lettura.

È possibile che una visione più ravvicinata si potesse avere salendo sulle terrazze di copertura della navata laterale della Basilica Ulpia o su quelle che probabilmente coprivano anche i portici antistanti le due biblioteche. La colonna coclide fu inaugurata nel 113, con un lungo fregio spiraliforme che si avvolge, dal basso verso l'alto, su tutto il fusto della colonna e descrive le guerre di Dacia (101-106), forse basandosi sui perduti Commentarii di Traiano e forse anche sull'esperienza diretta dell'artista.

L'iscrizione dei Fasti ostiensi ci ha tramandato anche la data dell'inaugurazione, il 12 maggio. La colonna aveva una funzione pratica, testimoniata dall'iscrizione, cioè ricordare l'altezza della sella collinare prima dello sbancamento per la costruzione del Foro ed accogliere le ceneri dell'imperatore dopo la sua morte.

La Colonna rimase sempre in piedi anche dopo la rovina degli altri edifici del complesso traianeo e le fu sempre attribuita grande importanza: un documento del Senato medievale del 1162 ne stabiliva la proprietà pubblica e ne proibiva il danneggiamento.

La colonna è del tipo "centenario", cioè alta 100 piedi romani (pari a 29,78 metri, 40,50 metri circa se si include l'alto piedistallo alla base e la statua alla sommità). La colonna è costituita da 19 colossali blocchi in marmo lunense, ciascuno dei quali pesa circa 40 tonnellate ed ha un diametro di 3,83 metri.

L'alto basamento è ornato su tre...

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