L'espansione della proprietà fondiaria veneziana nella Terraferma: Un'analisi storica
Non da oggi il problema dell'espansione della proprietà fondiaria veneziana nella Terraferma è presente all'attenzione degli studiosi: ma il tema non è mai stato affrontato ex professo, con l'ampiezza necessaria, nonostante non siano mancati spunti e contributi significativi nella storiografia degli ultimi decenni.
Allo scopo di presentare, in questa sede, una messa a punto su questo importante problema per quanto riguarda il Quattrocento e il primo Cinquecento, ed indicare alcune prospettive di ricerca, si è dunque rivelato indispensabile - per raggiungere una copertura cronologica e territoriale accettabile - il ricorso a fonti inedite; e si è preferito avvalersi preferenzialmente delle fonti fiscali conservate negli archivi delle città di Terraferma, le sole in grado di fornire per il Quattrocento - in conseguenza delle caratteristiche del sistema fiscale dello stato veneto - le informazioni analitiche necessarie per abbozzare un quadro d'insieme delle dinamiche della proprietà fondiaria veneziana e delle forme di gestione nei singoli distretti.
Sotto questo profilo, ovviamente, gli archivi veneziani (in particolare le denunce fiscali delle "redecime", e gli archivi privati: non molti dei quali peraltro contengono materiale amministrativo di sufficiente completezza) avrebbero fornito un materiale certo abbondante (anzi sovrabbondante), ma anche cronologicamente sbilanciato verso il Cinquecento (sia per quanto riguarda la fonte fiscale, che risale al 1514, sia in linea di massima per le fonti amministrative private).
Altri contributi, in quest'opera, hanno analizzato le premesse lontane del fenomeno dell'espansione fondiaria veneziana, dell'"agricoltura di Venezia": nell'XI-XII secolo, l'acquisizione di terre riguardò, con netta prevalenza, "tutta la fascia di pianura padano-veneta addossata all'arco costiero Cavarzere-Grado entro un raggio raramente superiore ai 20-30 km, con alcuni salienti chiaramente predisposti dal corso dei fiumi affluenti all'Adriatico, ivi compreso il Po".
Sin da allora furono pertanto interessati soprattutto, com'era facile aspettarsi, il territorio padovano e quello trevigiano; e secondariamente l'area polesana e ferrarese. Non mancò, come è ben noto grazie ad uno studio che resta esemplare, qualche occasionale insediamento in zone più interne, lontane dalla laguna: il monastero di S. Zaccaria ebbe possessi piuttosto consistenti, oltre che a Monselice nel Padovano, anche a Ronco all'Adige, nel distretto veronese (anche in questo caso il fiume, dunque, funse da asse di penetrazione e di collegamento).
Ma l'acquisizione di questa e di qualche altra cospicua, compatta azienda rappresentò pur sempre una eccezione (anche, nel caso specifico, per le modalità dell'acquisto). La dimensione più corposa del fenomeno, la meno immediatamente appariscente sotto il profilo documentario, ma complessivamente la più significativa sotto il profilo economico e - si potrebbe dire - psicologico, è quella dell'infinito succedersi di acquisti singoli, di accaparramenti di singoli poderi o di singole aree boschive e paludose, che enti ecclesiastici e famiglie patrizie vennero compiendo, con crescente intensità nei secoli XII-XIV, nelle zone confinanti con la laguna.
Non è nostro compito qui ripercorrere queste vicende. Ma occorre almeno accennare, sia pure rapidissimamente, ai provvedimenti che vennero presi in materia, nel Due e Trecento, dai comuni cittadini interessati e dal comune veneziano. Al riguardo, non può stupire che, fra le entità territoriali confinanti, sia stato il comune di Padova il primo a regolare in modo organico con Venezia il problema del libero trasporto delle rendite agrarie.
Nel distretto di questa città, la presenza degli enti ecclesiastici e anche dei laici veneziani era sin dall'alto medioevo piuttosto cospicua nel territorio di Piove di Sacco, grazie anche alle investiture feudali del vescovo di Padova. Non sorprende dunque che nel Padovano "la presenza di proprietà fondiarie veneziane, specie da parte dei privati, abbia avuto spesso vita assai difficile" nel XII e XIII secolo, appunto nel momento della forte affermazione del comune urbano.
Una presa d'atto significativa della rilevanza assunta dal problema della proprietà veneziana la si ebbe perciò sin dal marzo 1227, quando si stabilì la piena libertà per i Veneziani di "extrahere inde et tollere quicquid voluerint", comprese quindi le rendite sui fondi di loro pertinenza; inoltre il comune di Padova si assumeva l'impegno di risarcire i danni subiti dai proprietari veneziani e dai loro "villani". Il patto fu poi rinnovato nel 1235.
Analoghe osservazioni vanno fatte per Treviso. Tra il 1265 e il 1318, nel contesto di rapporti politici alterni fra le due città (più spesso di ostilità peraltro che non di buon vicinato, a differenza di quanto era accaduto nella prima metà del Duecento), in una serie di trattati ci si occupa ripetutamente della questione, che non poteva non preoccupare il comune di Treviso (i cui orientamenti protezionistici in tema di annona si uniformavano d'altronde a quelli di tutti i comuni italiani).
È significativo per esempio che sin dal primo di questi accordi si preveda che i prodotti trasportati a Venezia debbano avere un documento accompagnatorio, circostanza tutt'altro che comune all'epoca. Il "grusuglum", cioè i grani estivi, dovevano infatti viaggiare fra l'inizio di agosto e s. Michele, in una sola volta e, appunto, con una bolletta accompagnatoria ("in una vice et cum una littera, et de littera accipiatur unus grossus"), e analoghe norme si stabilirono per i grani autunnali.
Dei prodotti delle terre condotte "ad indominicatum", inoltre, si fa obbligo che un quarto resti a Treviso "pro utilitate et usu rusticorum". Sull'altro versante documentario, quello veneziano, è del resto ben noto come proprio nei primi decenni del secolo XIV, e in particolare nel terzo e quarto decennio del secolo, vengano ribaditi (nel 1335, 1339, 1341) i provvedimenti legislativi che proibivano ai Veneziani di acquistare beni fondiari nel Trevigiano, nel Padovano, nel Ferrarese o di riceverli in pegno da ecclesiastici: a tale espediente infatti si ricorreva largamente per aggirare la legge del 1274 che aveva proibito di acquistare beni fondiari in tali territori.
Per quanto riguarda in particolare il territorio trevigiano, per il 1325, quindi per un'epoca molto vicina alla conquista veneziana (che seguirà nel 1339), si dispone - ne accenneremo più avanti - di un documento significativo, in grado di dare un quadro d'insieme delle proprietà fondiarie veneziane nel distretto (ed è in sé assai eloquente il fatto che si sia sentita la necessità di redigere un inventario di questo genere).
Sulla base di tutto questo, è lecito affermare che per i distretti cittadini contigui alla laguna, sentiti anche nel Quattrocento come "entroterra lagunare forse più che come dominio territoriale", nei quali la presenza veneziana risale ai secoli centrali del medioevo, l'espressione stessa "espansione della proprietà fondiaria" appare in qualche modo limitativa e in certo senso ambigua.
Tale espansione non può essere compresa appieno, infatti, se non è inserita in una considerazione più larga e comprensiva delle attività e delle relazioni economiche nel loro insieme, così come si sviluppano in questi territori grazie allo stimolo del mercato veneziano e agli investimenti operati dai patrizi. La valutazione della presenza fondiaria non può non implicare, ad esempio, una considerazione complessiva delle risorse del territorio, prima di tutto di quella idraulica, ai fini molitori e più latamente manifatturieri.
Partendo da tali premesse, risulta perciò sin d'ora evidente che anche per il Quattrocento solo per l'area comprendente il Trevigiano e il Padovano si può parlare di un'unità economica sovradistrettuale, di un "mercato subregionale" che sostiene e sostanzia la dipendenza politica da Venezia; mentre gli altri distretti cittadini della Terraferma che vennero a costituire lo stato "da Terra" - quelli ove la presenza fondiaria veneziana era agli inizi del Quattrocento e restò assai a lungo, come vedremo, debolissima o nulla, come Vicenza e Verona, o a fortiori Brescia e Bergamo - mantengono "economie di distretto" sostanzialmente autonome.
L'analisi dovrà dunque muoversi su due linee nettamente distinte, a seconda appunto dei diversi territori presi in considerazione. Non è certo un caso che solo a Padova e Treviso si senta il bisogno, nel corso del Quattrocento, di redigere ai fini fiscali specifici e separati elenchi delle proprietà veneziane: solo in questi contesti la presenza fondiaria dei Veneziani costituiva un problema fiscalmente rilevante.
Del resto, i dati quantitativi disponibili per la prima metà del Cinquecento, terminus ad quem per la presente indagine, confermano appieno questa posizione egemonica: le denunce fiscali presentate per la "redecima" del 1537 rivelano che il 55,9% (circa 120.000 campi padovani) della proprietà fondiaria di patrizi, cittadini ed enti del sestiere di S. Marco è ubicata nel distretto padovano, e la tendenza è la stessa nella seconda metà del secolo XVI.
Anche a Treviso e - come è ben noto - soprattutto a Padova, la liquidazione del patrimonio fondiario signorile ebbe una notevole importanza, in particolare perché consentì ai patrizi veneti l'acquisizione duratura di cospicui complessi patrimoniali, dotati di strutture e di tradizioni amministrative, come le "gastaldie" carraresi. La vendita avvenne tra il 1406 e il 1417, ad opera dei camerlenghi che avevano amministrato a partire dal giugno 1405 l'enorme patrimonio fondiario (nonché l'insieme dei diritti pubblici: "iura vicariatus", diritti daziari, ecc.) accumulato dai della Scala e sino ad allora gestito dalla fattoria signorile - prima scaligera, poi viscontea (1387-1404) e infine carrarese (1404-1405).
Non mancò qualche incertezza, nel ceto dirigente veneziano, a proposito di questa scelta: vi fu chi sostenne un'opzione diversa, quella cioè di affidare al personale veneziano l'amministrazione di questo massiccio complesso patrimoniale. Non è azzardato sostenere che, se così si fosse fatto, la storia dei rapporti fra Venezia e questa importante città della Terraferma avrebbe potuto essere radicalmente diversa.
Non interessano in questa sede i complessi accordi che i camerlenghi dovettero stipulare con gli enti ecclesiastici veronesi (soprattutto i grandi enti benedettini in crisi) titolari di censi - non sempre meramente ricognitivi - su gran parte di questi beni, che erano stati infeudati agli Scaligeri e ai Visconti; né interessa la straordinaria importanza di questo episodio per la storia economica e sociale del patriziato locale: fu pienamente colta quest'occasione d'oro, assolutamente irripetibile, per la riconversione alla terra ("desfati i traffichi et l'arte de la lana", come ricorda una fonte) di molti patrimoni consolidatisi in età scaligera.
E fu un'occasione tanto più importante, perché buona parte di queste terre era ubicata nella bassa pianura, relativamente poco popolata, con ampie estensioni incolte, che nel trend espansivo (demograficamente ed economicamente) apertosi nella seconda metà del Quattrocento avrebbe mostrato le sue enormi potenzialità. Interessa invece rilevare che questa cospicua offerta non sfuggì, ovviamente, ai patrizi veneziani, che si impegnarono in totale per circa 70.000 ducati, pari ad un quarto del totale del ricavato.
Nel 1406, per esempio, Nicola Grimani subentrando al celebre condottiero Taddeo dal Verme acquista la proprietà di Pontepossero (nella bassa pianura, sul fiume Tione, al confine con il territorio mantovano) per 12.500 ducati, e nel 1408 le terre di Cavalcaselle, nella collina gardesana, per 2.500 ducati; l'anno successivo, Gerolamo Contarini, che pochissimi anni prima era stato fra i "provisores" di Verona, si accaparra la proprietà di Valeggio sul Mincio per oltre 5.400 ducati.
In ambedue i casi, diritti di piccola giurisdizione e di dazio (l'importante dazio sul Mincio) erano annessi alle terre. Sembrerebbe dunque l'inizio di un felice rapporto, di un intenso interscambio economico fra il distretto recentemente acquisito e la Dominante. Proprio la frequenza di queste compartecipazioni, in realtà, induce il sospetto, che in alcuni casi almeno si rivela fondato, che non si sia trattato di investimenti fondiari in senso proprio, ma di mere partecipazioni finanziarie, se non forse di prestiti erogati ai patrizi veronesi (diversi dei quali avevano fra l'altro smobilizzato, per investire nelle terre ex scaligere del distretto veronese, i loro investimenti in titoli del debito pubblico veneziano: fra loro, famiglie prestigiose come i Maffei e i della Torre).
In altri casi, gli stessi patrizi veneziani si mostrano negligenti e ritardatari nei pagamenti. Comunque sia, questo improvviso amore dei patrizi veneziani per le terre veronesi rapidamente sfiorisce nell'arco di pochi anni, a favore ancora di proprietari veronesi.
A Venezia c'erano state probabilmente delle illusioni, degli errori di prospettiva e di valutazione sulla possibilità di inserire Verona appena conquistata e il suo distretto (una città e un territorio con i quali i rapporti erano da sempre - ovviamente - intensissimi; ma pur sempre una città geograficamente e "culturalmente" lontana) nel circuito economico veneziano; e forse almeno in parte questa fiammata di acquisti, prova dell'interesse vivissimo per l'investimento fondiario che coinvolgeva tutti i settori della società veneziana, va letta in questo senso.
Abbastanza presto, tuttavia, i rapporti economici oltre che istituzionali fra le due città trovarono un equilibrio: Verona mantenne, con vantaggio del bilancio della camera fiscale veneziana (e dunque dello stato), la sua funzione di centro commerciale e manifatturiero dotato di una autonoma fisionomia (il raccordo fra l'area atesina e tedesca, l'area lombardo-mantovana, e la direttrice adriatica); il governo veneto non pretese più di tanto di concretizzare quella normativa, a più riprese emanata lungo il Quattrocento, che prevedeva di daziare in laguna (anziché avviarle verso la più logica ed economica "via Ravene") le merci veronesi dirette alla costa adriatica.
E in questo equilibrio, fatto piuttosto di rispetto di reciproche esigenze che di profonda compenetrazione economica e sociale, un cospicuo investimento fondiario veneziano nel Veronese non poteva trovare posto. Non mancarono, naturalmente, delle eccezioni, anche significative.
Ne citiamo una: nei primi decenni del secolo, per esempio, Vittore Emo, il figlio di Gabriele (uno dei protagonisti della conquista di Verona), prese dimora in Verona e continuò ad amministrare direttamente, e con estrema durezza, le sue terre di Fattolè, nella bassa pianura presso il confine col Mantovano, ottenendo investiture feudali dal monastero di S. Zeno, rifornendo di cereali i castelli ...
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