Storia ed evoluzione del costume da bagno: dai mosaici romani ai modelli succinti moderni
La storia del costume da bagno non è certo iniziata con gli striminziti triangolini che invadono oggi le nostre spiagge, ma con una lenta evoluzione che ha origini antiche. Già nel periodo romano del III sec. d.C. il bikini era in voga tra le fanciulle. A dimostrarlo un mosaico ritrovato a Piazza Armerina (Sicilia) in cui sono raffigurate alcune donne che, coperte solo da una fascia sul seno e uno slip, giocano a palla.
Le più conosciute e preziose testimonianze di questi usi (e costumi) sono in Italia: la prima è la cosiddetta Venere in bikini, una splendida raffigurazione della dea dell’amore, rinvenuta a Pompei, che si mostra nell’atto dal chiaro significato erotico di togliersi un sandalo, coperta sul seno e sul pube solo da un microscopico tessuto dorato dal prezioso ricamo.
Tra le migliaia di metri quadrati di uno straordinario pavimento a mosaico che adorna tutta la villa, quello della "camera delle dieci fanciulle" colpisce più di ogni altro, proprio per quelle dieci ragazze che indossano, incredibile a dirsi, un indumento così simile al bikini, certo non per andare al mare, ma per gareggiare in diversi sport.
I primi costumi da bagno dell'era moderna
Dopo di loro, il nulla; nel senso che nessun indumento fu poi ideato per un uso specifico come i bagni di sole o di mare, almeno fino al XVIII secolo. Naturalmente, nemmeno gli esempi dell’antichità avevano questo scopo, ma sono citati per la straordinaria somiglianza con i costumi attuali, a differenza dei primi costumi da bagno di epoca moderna, poco differenti - almeno per l’ingombro - dagli indumenti usati nella normale vita quotidiana, ma assolutamente idonei a preservare il senso del pudore e della decenza.
All’inizio dell’ ‘800 le donne dovevano immergerci fra i flutti con qualcosa che assomigliava di più a un vestito, con tanto di cappellino, che a un costume. Nel 1824 Maria Carolina di Berry, moglie di Carlo Ferdinando di Borbone, diede scandalo indossando un completo di lana con tanto di cappello, guanti e scarpe di vernice per dedicarsi ai suoi passatempi balneari. In quell’epoca fece scalpore nell’alta società perché era consuetudine che le dame si lasciassero solamente lambire i piedi dalle onde marine e non che si tuffassero in acqua.
Dal 1870, le donne iniziarono a fare il bagno in pubblico, abbigliate con abiti sicuramente più leggeri di quelli indossati nella vita quotidiana, ma sempre molto coprenti e dotati di gonna. Il problema principale non era solo quello di evitare di esporre il proprio corpo: all’epoca, infatti, la moda imponeva alle donne di preservare il proprio colorito di porcellana, perché l’abbronzatura era associata alla condizione delle popolane che dovevano dedicarsi a lavori manuali per vivere e perciò non si confaceva all’immagine delle signore eleganti che trascorrevano il loro tempo nei salotti di splendidi palazzi.
Solo nel 1907, grazie alla nuotatrice Annette Kellerman, pian piano prese piede un costume intero, che pur coprendo tutto il corpo, almeno era aderente e lasciava le donne libere nei movimenti.
Nel 1920 si guadagnò qualche centimetro in meno e le signorine da spiaggia poterono esibire una congrua parte di gamba. Più elastici e definitivamente più corti i costumi da bagno degli anni ’30, più simili a quello che anche oggi potremmo chiamare costume da bagno.
Negli anni ’30, in Europa si iniziarono a vedere i primi due pezzi, ma negli Stati Uniti solo le star del cinema potevano indossarli: la prima fu la messicana Dolores del Rio, che mostrava una striscia di pancia scoperta nel film Carioca (Flying Down to Rio), e a seguire, dive come Lana Turner, Ava Gardner e Rita Hayworth.
Poi, con la guerra, fu imposta una riduzione del 10% sulla quantità di tessuto utilizzabile per i costumi da bagno, e così anche negli USA venne sdoganato il due pezzi per tutte le donne, a patto che non lasciasse scoperto l’ombelico.
La nascita del bikini: una rivoluzione nel costume da bagno
La data ufficiale dell’invezione del costume da bagno per eccellenza, il bikini, e’ il 1946, quando due sarti francesi lanciarono uno dopo l’altro due modelli analoghi di costumi da bagno. Jacques Heim lo chiamò “atomo” pubblicizzandolo con lo slogan “il costume da bagno piu’ piccolo del mondo”.
Nel 1946, l’aria dell’estate non più densa del fumo della conflitto mondiale sembrava invitare alla gioia e alla libertà, pur con tutte le difficoltà di una situazione ancora complicata. Per economizzare sui tessuti, che ancora scarseggiavano, e per incentivare l’acquisto dei costumi, qualcuno s’inventò nuovi modelli, effettivamente piuttosto avanti sui tempi.
Il primo a lanciare, nel giugno del ’46, un due pezzi sufficientemente succinto, ma comunque con uno slip che copriva l’ombelico, fu lo stilista Jacques Heim, che creò il “costume più piccolo del mondo”, battezzandolo Atome (atomo, come la più piccola particella di materia conosciuta).
Subito dopo, Louis Réard osò ben oltre Heim e lanciò il suo bikini, pubblicizzato come “più piccolo del più piccolo costume da bagno”. In effetti, quel costume era veramente minuscolo, tanto che nessuna modella di professione accettò di indossarlo, quando lo stilista lo presentò a una sfilata in piscina a Parigi. Réard, allora, ricorse a una ballerina abituata a esibirsi nuda, Micheline Bernardini, che non trovò affatto scandaloso mostrare l’ombelico e una generosa porzione di glutei. L’evento ebbe, come immaginato da Réard, un effetto esplosivo: i giornali ne parlarono per giorni, mentre la modella ricevette qualcosa come 50.000 lettere dai fan in delirio (quasi tutti uomini, ça va sans dire).
Fu proprio la Bernardini che suggerì il nome al suo creatore, sostenendo che sarebbe stato “più esplosivo di una bomba sganciata a Bikini Atoll”, un atollo nelle isole Marshall, nel Pacifico centrale, diventato famoso alla fine degli anni Quaranta, quando gli Stati Uniti lo usarono come un sito di test nucleari.
Réard, per non far confondere il suo prodotto con le imitazioni, affermò che potevano definirsi bikini solo quei costumi in grado di “passare attraverso una fede nuziale”.
L'accettazione del bikini e l'evoluzione successiva
Alla fin fine, però, il bikini, per avere successo ed entrare a fare parte del guardaroba delle donne, dovette attendere ancora parecchi anni, perché fu vietato in Italia, Spagna, Portogallo e Belgio, mentre nella natia Francia non poteva essere indossato sulle spiagge della costa atlantica. Addirittura, quando la svedese Kiki Håkansson vinse la prima edizione in assoluto del concorso di Miss mondo, nel 1951, al momento dell’incoronazione indossava un bikini che papa Pio XII definì “peccaminoso“.
La popolarità del bikini esplose agli inizi degli anni ’60. In questo periodo venne introdotta un’altra novità, il monokini cioè un bikini con una sottile striscia di tessuto che unisce il top agli slip, lasciando in bella vista tutto il resto, ideato dall’austro-americano Rudi Gernreich.
Ma lentamente cambiano i costumi, e i costumi due pezzi si diffondono: negli anni 60 ormai il bikini imperversa, anche perchè nel frattempo è stato brevettato un tessuto elastico, aderente che asciuga velocemente senza essere trasparente: il Lycra. Così i modelli si innovano.
Con Brigitte Bardot e i suoi due pezzi indossati a Saint Tropez e Cannes, si innescò una vera e propria promozione di tale indumento. Sei anni più tardi, la bellissima attrice Ursula Andress, indossò il bikini durante la riprese del Film “007, contro il Dr. No“ in cui interpretava la bond girl del momento.
Tuttavia, si dovette aspettare la rivoluzione sessuale della metà degli anni ’60 per sdoganare definitivamente il bikini, perché, come afferma lo storico della moda Olivier Saillard:«L’emancipazione del costume da bagno è sempre stata legata all’emancipazione della donna»Anche se è bene specificare che, in realtà, il bikini non è mai stato amato dalle femministe, così come i concorsi di bellezza, incolpati di trasformare in donne-oggetto le partecipanti.
Un bikini sgambato con un top a triangolo minuscolo, arrivò negli anni ’80. Negli anni ’90 esplose la moda di Baywatch e di Pamela Anderson e di conseguenza anche dei costumi interi, possibilmente rosso fuoco, sgambatissimi e strizzatissmi per dare risalto al decolleté che, sempre secondo la moda del tempo, doveva essere molto generoso.
Con buona pace di tutti quelli che nel tempo lo hanno osteggiato (per i più svariati motivi), il bikini rimane ancora, a quasi un secolo di distanza dalla sua nascita, l’indumento più rivoluzionario nella storia della moda.
Tendenze attuali
Oggi il segreto per un costume da bagno di tendenza è fare un mix! Non c’è uno stile preciso, l’unica regola è essere originali e sorprendere mescolando modelli, fantasie, tendenze e aggiungendo l’immancabile tocco vintage. Ma con l’evoluzione del costume si è perso anche il buongusto e, a volte, si trascende passando dall’eleganza all’eccesso e dimenticando che la spiaggia è un luogo pubblico dove, non tutti, sono disposti ad accettare la volgarità.
Gli stilisti propongono due pezzi con stringhe, fibbie e nastrini. Quest’anno andrà il costume tradizionale arricchito però da accessori “attira sguardo” sexy e intriganti. La parola d’ordine? Quest’anno bisogna stupire.
Quest’anno la moda da mare prescrive costumi mini per il gentil sesso: bikini vita bassa e “micro” reggiseno o, per chi può permetterselo, tanga sempre più vertiginosi.
Le ragazze italiane dicono «no» al topless e ai microcostumi da bagno, riservando le loro preferenze al bikini.
Secondo il sondaggio, il costume deve essere soprattutto alla moda (52 per cento) e sexy (22 per cento), anche se una discreta percentuale delle intervistate (18 per cento) pensa pure alla praticità.
In sostanza, il bikini è rimasto sostanzialmente invariato fino agli anni ’70 del secolo scorso, quando il percorso della sua evoluzione ha conosciuto l’ultima variazione possibile (nudità integrale a parte): il tanga.
La leggenda vuole che il primo costume di questo tipo sia nato a Ipanema, la spiaggia di Rio de Janeiro, nel 1972. La prima a ideare e indossare questo ridotto costume da bagno sembra sia stata la signora Rose di Primo, una brasiliana, italiana di origine, che avrebbe fatto da sola delle modifiche al suo costume per farsi notare in una festa in spiaggia.
Il costume (il capo d’abbigliamento) ha infatti lasciato le spiagge per trasformarsi in uno degli oggetti di intimo più venduti nel mondo. Con un giro d’affari di svariati miliardi di dollari.
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