Santa Giustina: Storia e Termoidraulica di un Culto
Illustre per natali, ma più ancora per il suo cristianesimo, la sua mente pura seppe conseguire la palma di altissima vittoria, il martirio.
Il Martirio di Santa Giustina
Trovandosi a Padova sua patria, vi sopraggiunse il crudele imperatore Massimiano, il quale nel Campo Marzio istituì un tribunale per uccidere i Santi di Dio. La cattura della giovinetta Giustina (15-17 anni) nella città di Padova si verificò quando l’imperatore Massimiano, era giunto a Padova da Milano (nel 304) dopo aver emanato un IV editto imperiale con il quale disponeva misure persecutorie contro i cristiani e l’obbligo per tutti i cristiani di “incensare gli dei”, ordinò che fosse preparato in Campo Marzio (Prato della Valle ove esisteva la statua del dio Marte) un tribunale al fine di condannare a morte i cristiani della città.
La beatissima Giustina mentre si affrettava a visitare i servi di Dio, fu sorpresa dai soldati presso Pontecorvo e portata al cospetto di Massimiano. Si racconta che Giustina venne fermata dai soldati in una strettoia del ponte, detto Pontecorvo, ove la giovane, impaurita, tentava di fuggire in tutta fretta. Venne trascinata davanti al crudele Massimiano e presentata come: “Colei che con tutte le sue forze si dichiara Cristiana”.
Allora l’imperatore la interrogò chiedendo: “Quale è il tuo nome? A quale setta religiosa appartieni?” Giustina rispose: “Sono cristiana, adoro Gesù Cristo. È Lui che ha creato il cielo e la terra e tutto ciò che il cielo e la terra contengono”. E l’Imperatore: “Che ne sai del governo di Roma?”. La giovane tacque.
Ella, richiesta di offrire un sacrificio alla grande divinità Marte in cambio di salvezza, rifiutò una prima volta e, ad una seconda richiesta, rispose di essere pronta al martirio. Così la sentenza stabilì che: “Giustina, che è dedita al cristianesimo e non osserva le nostre leggi, sia uccisa di spada”.
“Giustina, afferma di rimanere vincolata alla religione cristiana; e non intende obbedire alle nostre ingiunzioni, comandiamo che sia uccisa di spada”. Ciò udendo, la beata Giustina esclamò: “Ti rendo grazie, Signore Gesù Cristo, che ti sei degnato di ascrivere nel tuo libro la tua martire.
Finita la preghiera, piegate a terra le ginocchia, il sicario le immerse la spada nel fianco. Così trafitta, fattosi il segno della santa croce, serenamente spirò. Era il 7 ottobre 304. I cristiani vedendo l’ardore della sua fede e la venerabile sua passione, deposero il suo corpo nel cimitero appena fuori Padova, dove attualmente sorge l’Abbazia.
Fu sepolta nei pressi del teatro romano “Zairo“. Sulla tomba fu fondato nel VI secolo dal prefetto del pretorio, l’ostrogoto Venanzio Opilione, un primo santuario che poi venne ingrandito e fin dal X sec. La giovane, martire per Cristo, divenne un modello per la comunità dei monaci benedettini, fondatori della Congregazione di Santa Giustina.
Diffusione del Cristianesimo e Culto di Santa Giustina
Soltanto nella seconda metà del secolo III venne costituita la Chiesa Padovana. Storia che il Vangelo racconta e la profondità di sentimenti di tali documenti, narrati con un fascino incomparabile, oppure se la Santa fosse una seguace dei primi Cristiani che si ritrovavano nella zona sud della città, da Prato della Valle alla strada Conselvana. Nessuna religione più attraente di quella Cristiana si era presentata all’umanità.
Essa si offriva senza restituzione a tutti gli individui, a tutte le classi sociali, a tutte le nazioni. Dichiarando tutti gli uomini eredi della vittoria del Cristo sulla morte, il cristianesimo annunciava la fondamentale uguaglianza degli uomini e rendeva meno importanti le differenze di condizione e di grado vigenti. Agli infelici, agli storpi, ai diseredati, ai disperati e agli umiliati, essa portava la nuova virtù della compassione e una dignità nuova.
È da pensare che alle categorie privilegiate, questo nuovo credo non interessasse, ma il fatto che il cristianesimo prometteva il perdono anche ai più grandi peccatori e la loro accettazione piena nella comunità dei salvati, creava sicuramente - anche nei potenti - il timore del termine della vita senza che l’anima potesse trovare riposo. I cristiani invece venivano premiati il giorno del giudizio con la beatitudine eterna.
Ne conseguiva che la nuova fede propagandata da ogni convertito, si diffondesse con estrema rapidità, attraverso l’Egeo, attraverso l’Adriatico a Brindisi, a Pozzuoli, a Roma, e da Roma come già indicato, sino alla classe borghese dei Patavini. Siamo certi infatti che Padova possedeva le migliori condizioni per la sua evangelizzazione, aperta com’era alla civiltà ellenica e al proselitismo ebraico, sin dai primi secoli. Sicuramente la giovane Giustina colpevole della precisa volontà di non adorare gli dei, venne ritenuta atea dai persecutori romani, i quali colpivano i cristiani che adottavano il segno della croce.
L'Abbazia di Santa Giustina
Al 1461 risale l’edificazione della prima biblioteca del Monastero (attuale sala San Luca), la cui esistenza sotto la Regola di san Benedetto è documentata fin dal 971. La cultura rappresentata dalla prima raccolta libraria riguardava in prevalenza le scienze sacre ed era strettamente finalizzata alla lectio divina monastica, come attesta un inventario iniziato nel 1453. Il patrimonio librario era alimentato dalla presenza di uno scriptorium e di una scuola di miniatura all’interno del monastero, ma era anche incrementato da donazioni di professori dell’Ateneo patavino e di celebri umanisti come il fiorentino Palla Strozzi, in esilio a Padova.
L’accrescersi della raccolta nei secoli successivi portò alla realizzazione di una nuova monumentale biblioteca nel 1697, ricca di opere preziose: 80.000 volumi a stampa, 267 manoscritti e una raccolta di incisioni dei più grandi maestri della pittura. Definita dal poeta Apostolo Zeno «la più bella e pregevole libreria d’Italia […], tesoro inesausto di cose rarissime e singolari», questa biblioteca conobbe illustri visitatori come i papi Pio VI e Pio VII, il re di Napoli Ferdinando IV, l’imperatore d’Austria Leopoldo II e molti altri, per essere poi smantellata e dispersa con le soppressioni napoleoniche (1810).
Un secolo dopo, con la rinascita del cenobio (1919), i monaci ricostituirono ex-novo la biblioteca, che venne solennemente inaugurata il 26 aprile 1958 alla presenza delle autorità civili e religiose. Per la sua storia recente e passata, la Biblioteca si configura come specializzata in scienze religiose: storia del monachesimo e degli istituti religiosi, storia della Chiesa, liturgia, patristica, scienze bibliche. Sono presenti tuttavia anche cospicue sezioni dedicate alla storia generale e a quella locale, alla storia dell’arte e a quella letteraria.
La Biblioteca svolge anche un importante ruolo di supporto per l’Istituto di Liturgia Pastorale, organismo accademico incorporato al Pontificio Ateneo S. La Biblioteca possiede, ad oggi, più di 160.000 volumi e 1.350 periodici, di cui quasi 200 correnti, in gran parte (113.500) visibili nell’OPAC SBN.
L'Organo Maggiore della Basilica di Santa Giustina
«…Tra le ricchezze artistiche della nostra Basilica non va dimenticato il grandioso organo che svolge, ormai da ben tre secoli, tutta una funzione liturgica, culturale, sociale, sia tra la massa dei fedeli che affollano il tempio per le sacre funzioni, sia per gli studiosi e appassionati d’arte che ne hanno sempre apprezzato i pregi artistici, tramandati nei diversi rifacimenti, che vanno dal Gasparini, Nacchini, Callido ai Pugina. […] Il nostro non è mai venuto meno a questa nobile missione, nonostante l’immancabile deterioramento, le vicende dei tempi e i mutati gusti artistici.
Il primo documento che viene conservato negli archivi è quello relativo alla costruzione di un organo, nella chiesa abbaziale, nel 1493. La documentazione in possesso non dice più nulla fino al secolo XVII, anche perché l’allora cenobio era occupato nella costruzione della Basilica e il primo organo viene mantenuto intatto. A questo punto lo strumento necessitava di un intervento di ampliamento, viste le nuove dimensioni più estese della Basilica.
Viene dato incarico a Eugenio Gasparini (1679-1681), di Soraw nella Lusazia inferiore, per la costruzione del nuovo organo che contemplasse le caratteristiche foniche italiane. Vengono così costruiti due strumenti ai lati del presbiterio, il primo del 1679 a destra del presbiterio, e il secondo del 1681 a sinistra. Come si può facilmente notare, come affermava d. Giuseppe Nocilli, osb negli anni ‘70 del Novecento, «penetra nell’organaria veneziana la predilezione per i registri di mutazione di misura larga ad una sola fila di canne. Con tale caratteristica non ci troviamo di fronte ad una pura imitazione straniera, ma ad un sapiente adattamento al gusto italiano».
Dopo ampie diatribe (si ricorda da es. la questione dell’abbandono dell’intervento di restauro, lasciato a metà dall’organaro Michele Colbert), i monaci si rivolsero all’organaro Nacchini che, sacerdote dalmata, aveva fondato una scuola di arte organaria a Venezia. Considerato il più celebre organaro del tempo, ha ricevuto di costruire due grandiosi organi ai lati del presbiterio al posto dei Gasparini, con contratto stipulato nel 1735.
Il 12 marzo 1771, Leopold e Wolfgang Amadeus Mozart, padre con figlio appena quindicenne, arrivarono a Padova. Era una delle ultime tappe del primo dei tre viaggi che compiranno in Italia, viaggio che era cominciato con la partenza da Salisburgo il 13 dicembre 1669 e che li aveva condotti lungo lo stivale a conoscere e a farsi conoscere presso l’aristocrazia ed i teatri italiani, in cerca di commissioni e di protettori. Dopo quasi un mese trascorso a Venezia, padre e figlio si imbarcarono sul Burchiello e attraverso il fiume Brenta giunsero all’approdo di Padova.
“A Padova abbiamo visto quel che era possibile vedere in un giorno, perché anche qui non abbiamo avuto pace e il Wolfgang. ha dovuto suonare in due posti. Ha ricevuto però anche una commissione, dal momento che deve comporre un oratorio per Padova, e può farlo quando ne avrà occasione. Anche Gaetano Callido opera in S. Giustina; allievo prediletto di Nacchini è stato un prolifico organaro che ha costruito ben 434 organi in 60 anni di attività.
Dopo la soppressione napoleonica e con il conseguente abbandono del Monastero da parte dei monaci, gli strumenti della basilica vengono sostanzialmente lasciati a sé stessi e divengono inservibili. Grazie alla donazione di un facoltoso donatore inglese e dopo il ritorno dei monaci nel 1919, viene dato l’incarico di costruire il nuovo organo alla ditta organaria Pugina di Padova.
Inizialmente il progetto voleva conservare il più possibile il canneggio Gasparini, Callido e Nacchini ma, a seguito di un fulmine nel luogo in cui erano conservate le canne, la maggior parte andò perduto. Pugina quindi è stato costretto a fare un nuovo strumento quasi per intero, di tipo romantico e diviso in tre corpi posti nelle due cantorie ai lati del presbiterio, scostandosi dai precedenti strumenti. Infine va segnalato che nel 1931, grazie alla nuova possibilità finanziaria del Monastero e a una rinnovata consapevolezza musicale della Basilica, sempre la stessa ditta organaria Pugina ha creato un quarto corpo sonoro, posizionato sopra la Pala del Veronese, in Coro grande.
Come si è segnalato nel 1974, però, «la sovrabbondanza dei registri di 16 e 8 piedi, la scarsità eccessiva dei registri di mutazione fanno sì che la morbidezza dei Principali e, in parte, dei Ripieni, non riesca a sovrastare con quella ben proporzionata e chiara nitidezza che per ben tre secoli, invece, ha risuonato sotto le acustiche volte della grandiosa Basilica». Ed è stato così che si decise di costruire, agli inizi degli anni ’70 del Novecento, il nuovo grande organo della Basilica di S.
Culto di Santa Giustina ad Arzano
Nel 1858, per interessamento dei Padri della Missione (detti anche Verginisti), avvenne la traslazione ad Arzano delle spoglie mortali di S. Tale culto, nel corso dei decenni successivi, si andò sempre più radicando, fino a condizionare le pratiche e lo stesso sentimento religioso dei nostri antenati. Infatti, pur se il culto verso S. Per lei, più che per S. A questo proposito resta memorabile quella organizzata nel 1958, cioè nella ricorrenza del centenario della traslazione del corpo di S.
Eremo di Santa Giustina
L’origine dell’eremo di Santa Giustina, sebbene non esistano notizie certe della sua esistenza prima del XVI secolo, dovrebbe essere più antica, soprattutto dando credito alla tradizione che vuole il luogo abitato sin dal VII secolo dal monaco Secondo da Trento, confessore e consigliere della regina Teodolinda, ivi rifugiatosi e morto nel 612. A parte questo, l’eremo deve il suo nome al culto di matrice longobarda per la martire Giustina e dai resti tutt’ora in sito si desume la presenza di una antica chiesetta (già dedicata ai ss.
La chiesetta è nominata per la prima volta negli Atti visitali del 1537 (il principe vescovo Bernardo Clesio dette inizio alla prassi delle visite pastorali sul territorio diocesano, i cui verbali confluirono pure in una serie denominata appunto “Atti visitali”). vivo lapide ac pensiles satis difficiles et pericolosas. messa. Nel 1617 la custodia era affidata al rev. Giovanni Giacomo Etterarter, originario del luogo, che era stato nominato eremita dal parroco di Taio e dalla comunità di Dermulo. Nel 1642 l’eremo era tenuto da un certo Don Telesforo, seguito da un Girardello da Tres. Il 6 novembre del 1693 fu concesso l’abito di eremita a fra Giovanni Battista Gilli, con facoltà di abitare l’eremo. Nell’occasione della visita pastorale del 1695 mostrò ai visitatori e suoi documenti e promise, con l’aiuto degli abitanti di Dermulo, di riparare il tetto della chiesetta.
Aveva ottenuto dall’imperatore Leopoldo I la “patente” per poter elemosinare per tutta la Germania. Quanto raccoglieva poteva usarlo per il proprio sostentamento, ma non per beneficiare parenti o altre persone, e tutto quello che gli avanzava era obbligato a impiegarlo per il beneficio della chiesa e dell’eremo. Dopo la sua morte ci fu una controversia per la nomina del successore e nel 1699 Don Cristoforo Campi, arciprete di Torra, assegnò il romitorio al venerando anacoreta Bartolomeo Sandri da Tuenno. Questi coltivava un piccolo orto presso il romitaggio e viveva di elemosina. Morì nel 1724 e fu sepolto nel cimitero di Dermulo.
Nel 1741 troviamo due nuovi eremiti: Giovanni Antonio Fuganti da Taio e Pietro Antonio Cavosi da Sfruz. Nel 1766 l’eremita era Giovanni Battista Rosetti da Taio. Custodiva con cura le cose della chiesa, si confessava almeno una volta al mese, era assiduo alla dottrina ecclesiastica, recitava ogni giorno le sue preghiere. Il Rosetti ebbe per alcuni anni un tenore di vita povera e quieta, ma poi, inasprito da alcuni litigi con gente di Dermulo, cominciò a darsi alla depravazione.
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