Il Gozzo: Un'Imbarcazione Tradizionale Ligure

Sulle spiagge della costa ligure, fino a pochi anni fa, si potevano osservare i tipici gozzi, le piccole e caratteristiche imbarcazioni colorate dei pescatori locali, tirati in secca in attesa dell’uscita a pesca.

Il Gozzo Ligure: Caratteristiche e Costruzione

Il gozzo ligure è più piccolo del leudo (da una lunghezza di metri 3 - 4 a 10) ed un tempo utilizzato prevalentemente per la pesca, con propulsione che originariamente era a remi o a vela latina e più recentemente a motore. L'uso a motore trovò maggiore applicazione in ottica di utilizzo per altri scopi in ottica di maggiori guadagni, come il trasporto di turisti e più ampiamente per perseguire maggiore velocità di spostamento.

Una particolaritĂ  dei tempi passati era misurare la lunghezza dei gozzi in palmi genovesi, dove un palmo equivale a circa 25 centimetri ed un normale gozzo da pesca era lungo da 22 palmi (5,5 mt.) a 26 palmi (6.5 mt.).

Questa imbarcazione veniva realizzata da un maestro d'ascia che conosceva a mente tutti i segreti costruttivi e, senza ricorrere a disegni, la costruiva ad occhio (posizionata la chiglia già completa di dritti sullo scalo, si partiva dall'ordinata maestra e con una serie di righelli verso prua e verso poppa venivano gradualmente sagomate le varie ordinate) o con l'uso di “garbi” (modelli di ordinata di legno dell'ossatura a grandezza naturale che, con le dovute correzioni era in grado di dare, partendo dall'ordinata maestra, una buona parte delle ordinate di prua e di poppa), trasmessi gelosamente di padre in figlio.

L'elemento caratteristico di un gozzo ligure è la "pernaccia", il prolungamento di cm 20 - 30 del dritto di prora dal bordo, un elemento più decorativo che funzionale, anche se serve a legare (con un rapido nodo parlato) la cima dell’ancora o la cima di ormeggio.

Il gozzo era originariamente costruito completamente in legno, ma l’evoluzione dettata anche dall’installazione a bordo di un motore, che ha permesso di poter raggiungere velocità di 30 - 35 nodi, ha agevolato anche dalla sostituzione dell’originario materiale legno con la vetroresina per la realizzazione della carena.

La struttura portante del gozzo è una solida chiglia (di rovere, come i dritti di prua e di poppa che però potevano essere in alternativa di frassino), con sviluppo da poppa a prora, a cui sono attaccate una serie di costole (in rovere, frassino, olmo o acacia, ricavate da uno o più pezzi di legno a fibra curva naturale “i curvami”) che compongono l'ossatura dell'imbarcazione, formando una sorta di gabbia toracica, alla quale viene appoggiate le tavole lignee di fasciame (in genere di pino ligure, senza nodi, mentre le “cinte” cioè le tavole sotto il bordo, spesso impregnate e verniciate con prodotti trasparenti se di rovere o mogano, oppure lasciate a vista senza trattamenti se di teak), disposte longitudinalmente, installando la prima tavola dell'orlo ed il torello e seguite da tutte le restanti.

I masconi, la prua e la poppa sono molto tozzi e la chiglia ha funzione sia di struttura dorsale che da deriva, sporgendo sotto allo scafo e terminando a poppa all'altezza del timone, sorreggendo le femminelle, ed a prora con “pernaccia”.

L’ossatura principale é costituita dai “madieri” sul fondo della chiglia, che si raccordano alle costole mediante gli “staminali” nel punto, detto ginocchio, in cui i fianchi dello scafo si collegano al fondo: dal centro barca verso prua, lo “staminale” si sovrappone al “madiere” verso prora, mentre la sovrapposizione avviene al contrario dal centro barca verso poppa.

Il piano di calpestio è costituito da un assito in legno, avente funzione di potervici camminare, ma senza avere un ponte continuo e stagno (trattandosi di una barca relativamente di piccole dimensioni), con alcune traverse (“banchi” con notevole “bolzone”, cioè molto incurvati verso l’alto, di teak o mogano, privi di braccioli verticali e puntelli a sostegno) sfruttabili da sedile per i passeggeri, e coperture all'estrema poppa ed all'estrema prora, sotto le quali vengono ricavati due gavoni (“gavone di poppa” e “gavone di prora”), delimitati da due paratie, usati per riporre attrezzatura nautica.

Il bordo può essere di frassino, rovere, mogano, e viene incastrato sulle teste delle costole e sulla cinta. Sulla falchetta si possono trovare due o tre paia di scalmi (di bronzo o di acciaio con gli stroppi di cuoio, o in fibra), a caviglia, sui quali poter fissare i remi (dotati di contrappeso, detto “girone”, per diminuire la fatica durante la vogata e renderli più equilibrati).

I remi (solitamente di faggio, pesanti e con la pala lunga) sono bloccati sugli scalmi attraverso una legatura, detta “stroppo” (di cuoio).

Nei casi di gozzo a motore, quest’ultimo è di tipo diesel entrobordo (all'interno dello scafo), in un apposito spazio verso il centro nave, in modo da agevolare la tenuta al mare e l'efficienza dello scafo, collegato all'elica (posizionata all'estrema poppa dello scafo), attraverso un asse ed un pressatrecce o premistoppa a baderna, mentre il timone è incernierato a poppa, manovrabile con barra o con ruota, secondo le dimensioni dell'imbarcazione.

Alcuni gozzi montano un motore fuoribordo (esterno alla barca), collegato da una piastra in legno impiantata a poppa al posto del timone, unendo il sistema di propulsione al governo dell’imbarcazione, potendo ruotare attorno ad un asse verticale. Altri hanno propulsione a vela latina montata su un unico albero a centro dell’imbarcazione ed issata mediante un'antenna.

Il Gozzo nella Pesca e le Tecniche Tradizionali

Col termine gozzo si indica in genere una piccola barca da pesca costruita secondo schemi tramandati almeno dal settecento e sopravvissuti ben oltre l’arrivo dei motori marini.

Per uniformitĂ  con le tante descrizioni che si possono trovare nelle pagine dedicate alle piccole imbarcazioni per la pesca del Mediterraneo (Liguria, Penisola Sorrentina, ec..) cercheremo di utilizzare i termini piĂą ricorrenti nelle altre marinerie anche per cogliere le piccole differenze che questi scafi spesso avevano in ragione di una variante locale al tipo di pesca comunemente praticato.

Tuttavia, tutte le imbarcazioni che l’equipaggio di bordo poteva velocemente rimorchiare a mano sul bagnasciuga sono da inquadrare nella famiglia dei gozzi.

La distinzione locale è abbastanza semplice: col termine schifo viene indicato un piccolo gozzo a due remi della lunghezza massima di 18 palmi, vale a dire di 4,50 ml; col termine varca viene indicato un gozzo a quattro remi della lunghezza massima di 27-30 palmi, lungo intorno ai sette metri.

La pesca del pesce azzurro, composto principalmente da alici (acciughe) e sarde, è stata praticata col gozzo che in altri ambiti locali è detto a menaide, un termine che si può derivare dalla contrazione di “gozzo attrezzato per la pesca con le reti a menaide” che poteva raggiungere per i modelli più grandi anche i 27 palmi (7,13 metri, posto che un palmo napoletano è uguale a 26,4 centimentri).

Lo scafo di questi gozzi aveva prua e poppa a punta, adatti per navigare indifferentemente nei due sensi senza problemi, ed era alto di bordo a prua, per tagliare il mare e riparare dalle onde, e basso e a poppavia, per poter sistemare all’occasione, con facilità la lampara, la grande fonte di luce utilizzata di notte per attirare il pesce.

Più avanti lo descriveremo semplicemente come barca a quattro remi o varca. La barca a quattro remi è scomparsa in favore di grossi gozzi panciuti spinti da motori entro bordo, che tuttavia conservano la conformazione del ponte (ponte anteriore, panche e sanula a poppa, timone diretto a mano).

Attualmente tutti questi vecchi barconi (Odissea, Angelo Azzurro, Aquila, ecc..,) sono stati rottamati o convertiti alla navigazione turistica.

Il piccolo gozzo, meglio noto come schifo (o schifareddru), veniva invece utilizzato per la posa delle reti da posta lungo le scogliere, per la pesca dei polpi, dei calamari, delle seppie e per la posa delle nasse; pur appartenendo alla stessa tipologia, questo gozzo era lungo da 12-14 palmi fino a 18 palmi (3,20-3,70-4,50 metri) e, proporzionalmente, piĂą largo della varca; aveva come mezzo di propulsione principale i remi.

Più avanti lo indicheremo come gozzo a due remi e nella marineria contemporanea è l’unico gozzo sopravissuto in virtù della sua pesantezza e stabilità in mare.

Le operazioni di tiro delle reti è assistita da argani oleopneumatici alimentati dal motore principale (salpareti). L’uso del timone manuale è conservato unicamente sui nuovi gozzi con motore entrobordo e il sistema di marcia è organizzato per consentire le operazioni di calata delle reti anche da un solo uomo di equipaggio.

Nel caso dei piccoli shifi la guida è assicurata dai remi e se presente dall’angolazione del motore stesso.

La Lamparata: Una Tecnica di Pesca Notturna

Un’altra esperienza indimenticabile è quella della lamparata notturna. Si tratta di una antica tecnica di pesca del pesce azzurro, da conoscere e da vivere insieme ai pescatori.

Quando arriva il segnale del lumista, la cenciola inizia a calare la rete a circuizione, per poi chiudere sotto di essa i pesci, mediante dei cavi d’acciaio. Qui sono già pronti altri marinai, che serviranno ai loro ospiti il menù: spaghetti con tonno (nostrano) olive e capperi, frittura di pesce pescato durante la serata, vino, acqua e anguriata finale.

Un’esperienza esaltante da fare in totale allegria, pesca e cena compresa.

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