Bagni San Domenico: Storia e Proprietà
La Chiesa di San Domenico, patrono della città, è strettamente legata al convento dei padri domenicani, di cui la chiesa era una pertinenza.
Le origini leggendarie
Secondo un’antica tradizione, Domenico di Guzman, fondatore dell’ordine dei frati predicatori, affidò al confratello Reginaldo d’Orleans il compito di fondare un convento in Sicilia. Il luogo prescelto sarebbe stato quello in cui fosse fiorito, il mattino successivo alla messa a dimora, un bastone donato dallo stesso Domenico.
La leggenda narra che padre Reginaldo, in seguito a un terribile fortunale, fu costretto a sbarcare sulla costa, oggi chiamata Terravecchia, e, colpito dalla bellezza dell’isola e dalla lussureggiante presenza di palme, decise di fondare il primo convento domenicano della Sicilia. Non abbiamo documentazione riguardo alla fondazione del convento, che dovrebbe essere coeva alla fondazione di Augusta, quell’isola delle palme che fu così denominata in onore del fondatore, Federico II di Svevia, appellato Augustus, come i Cesari dell’antica Roma, perché imperatore del Sacro Romano Impero.
I primi a popolare l’isola furono gli abitanti di due Comuni che si erano opposti a Federico II: erano i riottosi cittadini di Centuripe (oggi in provincia di Enna) e di Montalbano Elicona (oggi facente capo alla città metropolitana di Messina). Costoro furono deportati, nel 1232, dopo l’espugnazione delle loro roccaforti da parte dello Svevo, che già, lui vivo, fu chiamato, fra l’altro, Stupor mundi.
Danni e ricostruzioni nel corso dei secoli
Convento e chiesa hanno subìto notevoli danni, nel corso dei secoli, per varie ragioni: l’invasione dei Turchi nel 1551 ne provocò la quasi completa distruzione, i terremoti del 1693 e del 1848 hanno causato danni suscettibili di modifiche, a volte profonde, come quella dopo il terremoto del 1848, attestata da un prospetto della chiesa in stile neoclassico.
Il miracolo di San Domenico e le celebrazioni
Secondo la tradizione popolare, nel maggio del 1594, per sfuggire a un’altra terribile invasione ottomana, gli abitanti invocarono la protezione di San Domenico. Si narra che il 24 maggio di quell’anno, il santo apparve nel cielo di Augusta su un cavallo bianco, con la spada sguainata, mettendo in fuga gli assalitori. Per la fuga dei turchi, attribuita alla tremenda apparizione di San Domenico, in Augusta il Santo patrono è festeggiato solennemente il 24 maggio, anziché l’8 agosto, secondo il calendario liturgico.
Il 24 maggio il simulacro del santo è portato in processione per le vie maggiori del centro storico, seguito dalla banda cittadina e da un discreto numero di fedeli. Al termine della processione, chiude i festeggiamenti un concerto di musica leggera in Piazza Castello, così chiamata perché alle spalle di essa sorge l’antico maniero federiciano, simbolo di Augusta quale sede di piazzaforte militare, oggi comunemente denominato castello svevo, coevo degli svevi Castel Maniace a Siracusa e Castello Ursino a Catania.
Maggiore solennità è riservata il 23 maggio, vigilia della gran festa patronale, alla processione di una reliquia del santo, il cosiddetto braccio di San Domenico. La solennità maggiore scaturisce dal fatto che “il braccio” è preceduto processionalmente da tutti i sacerdoti e dalle varie confraternite e associazioni religiose ed è seguito dal sindaco, con la fascia a tracolla e dai rappresentanti istituzionali del Comune e delle forze armate presenti in città, mentre due carabinieri in alta uniforme fanno ala al “braccio”.
Il 23 e il 24 maggio bancarelle di ogni tipo occupano ad abundantiam i viali della villa comunale, intitolata a una gloria cittadina, a quell’Orso Mario Corbino, che fu fisico di pregio, direttore della famosa scuola in Via Panisperna a Roma, frequentata in primis da Enrico Fermi, premio Nobel per la Fisica nel 1938, da Edoardo Amaldi, Franco Rasetti,Emilio Segrè e anche da Ettore Majorana, quell’Ettore Majorana, scomparso misteriosamente il 27 marzo del 1938, tanto misteriosamente che ne è scaturito il “caso Majorana”, di grande interesse anche oggi.
La festa patronale, come accade anche in altre località, richiama frotte di cittadini provenienti dai comuni viciniori. In passato, fino a una quarantina d’anni fa, la maggiore occasione di richiamo era suscitata dalla “cursa de’ cavaddi, che si svolgeva il 23 e il 24 maggio per rievocare la leggenda del santo a cavallo che mette in fuga i turchi. Su limitare di Piazza Risorgimento, da quella che un tempo era la porta di Terravecchia, due cavalli, spronati dai loro fantini, partivano, per correre fino alla villa comunale, sulla lunga “strata mastra”, pavimentata a basolato lavico, intitolata a quel principe Umberto di Savoia, che, divenuto re, fu ucciso da Gaetano Bresci, il 29 luglio 1900 a Monza.
La strata mastra era transennata e una gran folla si assiepava al di là delle transenne, facendo il tifo per l’uno o l’altro dei concorrenti, quasi alla stregua del tifo che elettrizza i senesi ogni anno, in occasione del celebre palio di Siena, ove corrono più cavalli, in rappresentanza dei rioni della città toscana. Tradizionalmente, la festa patronale si è svolta nei due citati giorni del 23 e 24 maggio, con un’appendice marginale l’8 agosto, giorno in cui la Chiesa cattolica celebra liturgicamente il santo di Guzman.
La Chiesa di San Domenico a Brescia
La chiesa venne edificata dal 1235 al 1255 come ricorda un'iscrizione incisa su un mattone ritrovato nella demolizione della chiesa operata nel 1883-1884 ed ora al Museo civico cristiano di Brescia.
Venne eretta dal Comune di Brescia al tempo del podestà Azolini Marcellini, grazie anche alla sua devozione. Nel 1609 per iniziativa del p. Vincenzo da Cologne la vecchia chiesa di S. Domenico venne demolita per essere rifabbricata più grande su disegno di Pier Maria Bagnadore.
Nel 1615 la nuova chiesa era a tal punto che il pittore Tommaso Sandrino poteva cominciare a frescarne la volta assieme ai fratelli Della Rovere detti i Fiamminghi. "Una delle più belle chiese di Brescia" la definì mons. Fè d'Ostiani, che la vide.
Pur non rimanendo disegno o planimetria della vecchia chiesa, che era a tre navate di stile severo, anche se troppo angusta per la comunità, comprendeva bei monumenti sepolcrali tra cui uno di un ramo dei nob. Ugoni. In essa nel 1511, nove bresciani, stanchi della dominazione francese, giurarono, sulla pietra sacra del terzo altare a sinistra, di lottare per il ritorno del governo veneto, ma, traditi, vennero giustiziati.
In effetti, oltre che agli affreschi citati, la chiesa conteneva quadri di Grazio Cossali, Paolo Barucco, Camillo Rama, Girolamo Rossi, Antonio Gandino, Ottavio Viviani, tutti pittori bresciani della prima metà del seicento, insieme con Pietro Ricchi detto "il Lucchese" che ornarono questa chiesa di nuove tele. Delle opere d'arte preesistenti nell'antica chiesa, non restarono che la grandiosa pala di S. Domenico e altri santi domenicani di Girolamo Romanino e la bella S. Orsola di Alessandro Bonvicino detto il Moretto, i due massimi pittori bresciani del cinquecento: le due opere d'arte sono ora raccolte nella Pinacoteca civica Tosio-Martinengo.
Insigne, fra le altre cappelle, quella dedicata alla Vergine del Rosario, la quale si ergeva con una forma singolare, sul fianco sinistro della chiesa, illuminata da una bella cupola e della quale venne posta la prima pietra il 5 aprile 1583 e di cui fu progettista Giulio Todeschino.
Lo splendido e ricco altare di marmi diversi, in superbo stile barocco, era decorato di sculture di Francesco Corbarelli, da varie statue di Orazio Marinali vicentino e del tedesco Tomaso Ruez. Giacomo Palma il giovane aveva condotto con grande maestria i due grandi quadri delle pareti laterali uno dei quali rappresentava il ringraziamento di Brescia alla Vergine del Rosario per la vittoria di Lepanto.
La chiesa fu poi tutta lastricata in marmo bianco, omde non furono più rimessi a posto né i monumenti sepolcrali né le pietre tombali, ornate di stemmi e d'iscrizioni, dei quali era ricca la primitiva chiesa. Nuove lapidi, tutte uniformi, e nuove iscrizioni segnarono i numerosissimi sepolcri gentilizi che in quella chiesa, più che in qualsiasi altra di Brescia, si trovavano, poiché tutte le primarie famiglie della nobiltà bresciana e di poi quelle della ricca borghesia vollero avere sepoltura presso i Domenicani, ai quali andavano ogni anno vistosi legati di elemosine per messe ed uffici anniversari.
Mentre delle antiche iscrizioni funebri medioevali abbiamo una copia esatta nella raccolta manoscritta delle iscrizioni di Brescia, fatta a metà del cinquecento da Sebastiano Aragonese, di queste altre iscrizioni più recenti, prezioso contributo alla storia delle famiglie, dell'arte e dell'araldica, nessuno si è occupato di farne copia, e si è quindi lasciato disperdere irreparabilmente tutto il materiale documentario che da esse si sarebbe ricavato. P. Guerrini è riuscito a raccoglierne un buon numero e a pubblicarle nei "Commentari dell'Ateneo per l'anno 1925".
La chiesa assieme al convento restò ai Domenicani fino al 1796, quando la rivoluzione giacobina, aiutata dalle armi francesi di Bonaparte, soppresse l'Ordine. Mentre nel 1797 il vasto convento di S. Domenico, coi fondi estesissimi che ne costituivano la dotazione, furono indemaniati, poi assegnati all'Ospedale Maggiore, la chiesa fu risparmiata al culto e affidata ad uno degli ex Domenicani, il padre Maceri, che la tenne in custodia con grande cura. Divenne poi sussidiaria di S. Lorenzo dagli inizi dell'800, ospitò una fiorente Confraternita della Dottrina Cristiana.
Nel 1867, divenuta proprietà dell'Ospedale, venne tolta al culto e le sue opere d'arte disperse. Nel 1884, dopo vivaci polemiche e nonostante che a ciò fosse contrario lo stesso on. Giuseppe Zanardelli venne distrutta per far luogo ai bagni pubblici. Molte opere d'arte emigrarono.
La Festa di San Domenico a Castiglione del Lago
Come ogni anno dal 2007 la Confraternita di San Domenico, istituita a Castiglione del Lago nel 1638, insieme al suo Gruppo Storico “Gli Orti di Mecenate”, organizza la “Solenne Festa di San Domenico: splendori tra Rinascimento e Barocco”. La festa si svolge dal 3 al 9 agosto, a cavallo dell’8 agosto che è il giorno di San Domenico di Guzmán, nel centro storico di Castiglione del Lago, lungo le sue strade, le sue piazze, a Palazzo della Corgna e alla Fortezza Medievale che domina il Trasimeno e parte della Valdichiana.
Antonio Pagnotta ha ricordato la storia del culto di San Domenico a Castiglione del Lago: «La processione fu istituita come ringraziamento per la miracolosa guarigione della duchessa Eleonora de Mendoza, moglie del duca Fulvio Alessandro della Corgna, afflitta da una cancrena al braccio destro. Per la “cura” della terribile malattia fu applicato l’olio della lampada votiva che ardeva di fronte all’immagine miracolosa di San Domenico di Guzmán nel santuario di Soriano Calabro. Nell’occasione a Castiglione del Lago venne costruita anche la chiesa di San Domenico, dal XVII secolo sede dell’omonima Confraternita. La processione rievocativa è composta dai nobili della corte dei della Corgna ai quali si uniscono i rappresentanti delle famiglie signorili della vicina Cortona, di Perugia e di altre città legate al casato, e i Confratelli incappucciati che portano l’immagine di San Domenico».
Antonio Pagnotta ha ricordato il rilancio della Confraternita mettendo insieme i vecchi membri con tanti giovani confratelli, con l’idea di utilizzare i fondi raccolti per iniziare un percorso di restauro della piccola chiesa omonima, degli oggetti, degli arredi sacri, dei quadri e delle statue del periodo barocco. «Tante cose sono state fatte, per ultime il crocifisso danneggiato, la madonna del rosario un bellissimo scalino d’altare del 1500. Ma tante c’è ancora da fare come il pavimento e il pregiato e raro organo da palazzo il cui intervento è costosissimo: si parla di una cifra intorno a 80 mila euro. Vorremmo poi rendere fruibile al pubblico tutto il materiale che possediamo, che è tanto, molto bello e originale».
«Grazie alla Confraternita di San Domenico per il contributo alla riscoperta della storia di Castiglione del Lago - ha sottolineato il sindaco Matteo Burico - e per l’opera appassionata, il lavoro costante di ricerca e di recupero del patrimonio materiale e immateriale del nostro paese. Una manifestazione questa che è autentica e necessaria, che mancava e riesce a promuovere al meglio la nostra immagine all’esterno; questa festa è diventata non solo importante per la nostra comunità ma è sempre più conosciuta in tutta l’Umbria e, dallo scorso anno, è giustamente entrata nell’albo delle manifestazioni storiche della Regione Umbria. Una festa che fa conoscere la nostra storia a tutti e anche ai nostri compaesani che ancora non la conoscono».
I costumi indossati sono perfette riproduzioni degli abiti del XVII secolo e sono tutti di proprietà dei componenti del Gruppo Storico e della Confraternita. La festa coinvolge il variegato pubblico locale e i tanti turisti italiani e stranieri presenti a Castiglione del Lago nella prima decade di agosto nella partecipazione sia alle feste che si svolgono nelle vie del paese sia in quelle all’interno del palazzo ducale.
Qui il Gruppo Storico, che deriva il proprio nome dal titolo di un componimento in cui il poeta Cesare Caporali, segretario di corte dei della Corgna, volle esaltare la bellezza dei giardini del palazzo ducale di Castiglione del Lago, propone danze, poesie, musiche e balli ricreando l’atmosfera tipica della vita di corte del XVII secolo. Allora Castiglione del Lago era governata dal duca Fulvio Alessandro della Corgna, unico della sua famiglia a essere nato, vissuto, morto e seppellito a Castiglione.
L’arrivo dell’olio benedetto consegnato dai cavalieri di Soriano Calabro ai duchi è un altro appuntamento di bellezza e suggestione come lo sono i concerti di musica classica eseguiti da giovani musicisti del territorio.
«Anche quest’anno - ha concluso Antonio Pagnotta prima di presentare il programma - sono state restaurate tre opere d’arte che verranno presentate durante lo svolgimento della festa e collocate all’interno del piccolo museo di arte sacra. Tutto ciò è stato possibile grazie al ricavato della cena in piazza dell’anno 2024 e l’aiuto di molte associazioni e aziende di Castiglione del Lago, tra cui Unicoop Etruria attraverso la sezione Soci Trasimeno».
Il Restauro del San Domenico Palace di Taormina
In occasione della Giornata Internazionale della Donna, il San Domenico Palace di Taormina punta i riflettori su due donne che hanno avuto un ruolo fondamentale nella sua ristrutturazione: l’architetto Valentina Pisani, che ha curato la progettazione degli spazi interni ed esterni, e Rosaria Catania Cucchiara, responsabile del progetto di restauro storico.
Pisani ha curato il design di tutti gli interni dell’hotel, comprese le camere, il Bar & Chiostro con il Grande Chiostro, il ristorante Principe Cerami, la palestra, la piscina a sfioro all’aperto e il ristorante Anciovi a bordo piscina. I suoi interni si fondono rispettosamente con le caratteristiche storiche dell’hotel, conferendo agli spazi un’eleganza contemporanea. Il suo design è caratterizzato da colori chiari e toni neutri, talvolta vivacizzati da colori più intensi, come il rosso corallo nella “Sala della Grande Madia” e il verde acqua nella “Suite Princess Cecilie”.
Cucchiara ha guidato una squadra di quattro persone tutta al femminile, specialiste del restauro artistico. «Ristrutturare il San Domenico Palace è un incredibile motivo di orgoglio, è un posto magico, uno scrigno di arte e di storia. Le donne tendono ad essere più pazienti e attente, si prendono cura degli oggetti con una sensibilità diversa dagli uomini».
Le colonne del chiostro, il quale risale al XIV Secolo, si erano nel corso dei secoli incrostate di calcare, probabilmente a causa dell’accumulo di acque piovane drenate in modo improprio. Ci sono voluti tre mesi di scalpellatura e infine di perforazione per rimuovere il calcare e ripristinare le antiche colonne.
San Domenico, Alta Valle d’Ossola: Il Nuovo Hotel La Vetta
Noi arriviamo incuriositi dal nuovo progetto edilizio La Vetta Mira Hotels, finanziato da Mibafin Investments di Lugano e - si dice - anche da capitali russi. Il nuovo hotel La vetta è un quattro stelle molto confortevole. La ricerca dei materiali è stata minuziosa con legno alle pareti della camere, un parquet a listoni di pregio, bagni ben attrezzati, efficienza energetica a tutto andare anche per la gestione luci e caminetti appesi. E in più si mangia molto bene. E poi c’è il gelato, lo zabaione e la cioccolata di Alberto Marchetti.
Il target de La vetta sono le famiglie, senza animali però (qui i cani non sono ammessi), e già ne girano anche russe e tedesche. Gli impianti di risalita sono poco efficienti, alla partenza. La seggiovia vetusta a due posti crea una coda lunga lunga. Vero è che arrivati sulle piste in alto avviene il miracolo: le seggiovie nuove (lì ci sono) caricano anche sei sciatori alla volta.
Le voci danno per certo che prima a poi la famiglia Malagoni la spunterà sui due proprietari terrieri che non hanno ancora dato l’approvazione per far partire i nuovi impianti di risalita. Insomma, la zona è in forte divenire. La montagna è della gente, ma questa va educata a rispettarla. Ma a quanto riferiscono i locali le polemiche non mancano su vari fronti.
San Giuliano Terme e la Riscoperta delle Acque Minerali
Il paese di San Giuliano è stato disegnato a tavolino, nei decenni centrali del Settecento, attorno ai «bagni di Pisa», le sorgenti termali note da secoli, ai piedi del monte famoso «per che i Pisan veder Lucca non ponno». Al posto delle rudimentali vasche esistenti, fu costruito uno stabilimento modernissimo e in funzione dello stabilimento fu progettato un paese destinato a fornire accoglienza e svago ai «forestieri» durante la stagione delle acque.
Unoperazione di costruzione del territorio promossa dalle migliori menti della prima età lorenese in Toscana, come Antonio Cocchi o Pompeo Neri, e appoggiata dallo stesso Pietro Leopoldo. Dietro uniniziativa così ambiziosa stava un fenomeno di portata europea: la riscoperta delle acque minerali, da parte della medicina settecentesca, si coniugò con un insieme di mutamenti culturali ed economici, dando origine al termalismo moderno, settore tra i più consistenti della nascente industria turistica.
Le carte, ritrovate di recente, della R. Si ricostruisce il profilo di ben due secoli di storia, prestando sempre attenzione allintreccio tra le vicende locali e i contesti più ampi. La figura del prof. Domenico Barduzzi, ad esempio, che fu per decenni «primo medico» a San Giuliano, va inquadrata nella tradizione accademica della medicina toscana e nella storia dellAssociazione Medica Italiana di Idrologia. A maggior ragione, levento che conclude la narrazione, ossia il passaggio delle terme di San Giuliano allIstituto nazionale fascista per la previdenza sociale, è il tassello locale di un quadro nazionale, dello sviluppo del «termalismo sociale» durante il ventennio fascista.
tag: #Bagni
