Chiese Idrauliche a Bergamo: Storia e Funzionamento
Bergamo, città ricca di storia e cultura, custodisce un patrimonio unico: le chiese idrauliche. Queste strutture, che combinano ingegneria, arte e spiritualità, rappresentano un esempio affascinante di come l'acqua sia stata integrata nel tessuto urbano e religioso nel corso dei secoli.
La Fontana del Lantro
La Fontana del Lantro è situata in un vano ipogeo sotto la chiesa di S. Lorenzo, all’inizio di via Boccola. Si tratta di una grandiosa costruzione in pietra squadrata a vista, caratterizzata da ampie volte con archi a tutto sesto in pietra e a sestoacuto poggianti su una colonna di forma quadrata posta al centro della grande cisterna, rinforzati lungo le linee di crociera da costoloni in pietra.
Non meno antica della Fontana del Vagine, nascosta in un vano ipogeo esistente sotto la chiesa di S. Lorenzo, la Fontana del Lantro, o Latèr, si trova nel versante settentrionale del complesso fortificato di Bergamo Alta, ove sono presenti anche altre acque: le sorgenti della Boccola, del Vagine (entrambe lungo la via Boccola), del Corno (sul lato del Colle di S. Vigilio). Il documento più antico riguardante la Fontana del Lantro, o Latèr, è una pergamena dell’anno 928, scritta dal vescovo Adalberto, che recita “Ex parte civitatis a Laticis Antro, quod vulgo dicitur Lantrum”, da cui si deduce che il termine con cui la sorgente veniva indicata anticamente era quello di Laticis Antro ossia Antro del Liquido quindi Antro dell’Acqua, lasciando intendere che l’acqua sgorgasse da un piccolo anfratto del terreno scorrendo liberamente lungo il pendio.
La grandiosa struttura, in pietra squadrata a vista è composta da una vasca principale alta 8 metri, lunga 10 metri e larga 8 metri, mentre la vasca minore, a forma di L, è profonda circa un metro e mezzo e larga due metri, occupando tutta la parete sinistra del complesso e parte di quella frontale.
Il condotto centrale della sorgente del Lantro è costituito da un cunicolo lungo circa m 40, alto cm 90 e largo cm 60‐70, la cui estremità esce all’esterno della costruzione terminando su alcuni gradini costruiti verso la fine del 1700. L’esplorazione del cunicolo ha consentito di individuare, nei pressi della fessura da cui sgorga la sorgente, una piccola vasca di decantazione dalla quale, attraverso tubi conici in cotto, l’acqua passava in una seconda e più ampia vasca di decantazione. Tra i due manufatti venne creato un sistema di canali deviatori utilizzati per la pulizia delle vasche ad opera dei fontanari.
Le acque della sorgente del Lantro, dalla vasca minore defluivano verso l’esterno attraverso tubi conici in cotto per alimentare l’abbeveratoio dei cavalli (che troviamo citato in un documento del ‘600) e una grande vasca di pietra, ancora visibile negli anni Trenta, utilizzata come Lavatoio. Le vasche in graniglia che, negli anni Trenta hanno sostituito la vasca originale, restando in uso fino al 1950. I lavatoi erano disposti in doppia fila nel centro e ad una fila addossati alle pareti lunghe.
La Fontana continuò a svolgere un’importante funzione pubblica per la comunità e, data la grande riserva e la posizione isolata, vi erano consentite alcune operazioni che non erano possibili dentro l’abitato.
La Fontana di Sant'Agata
La Fontana di S. Agata è documentata dal 908 ma forse presente anche nel secolo antecedente. A Bergamo l’organizzazione della città in vicinie è documentata dagli statuti cittadini che ne riferiscono i nomi e ne tracciano i confini a partire dal 1263 (giuntoci nella trascrizione del successivo statuto del 1331). Nel 1251, come risulta nella stesura di un trattato di pace tra Bergamo e Brescia, la città era divisa in diciassette vicinie e la vicinia di S. Agata comprendeva anche quella di Arena, che sarebbe diventata autonoma prima del 1263 mantenendo “intatti i diritti sulla chiesa di S. Agata”.
Del medioevale impianto idrico della Fontana di S. Agata è stato recuperato l’intero sistema idrico della fontana medioevale, anche i resti di un ambiente domestico d’epoca romana e il trigramma di San Bernardino, risalente al Rinascimento, affrescato sulla volta a botte che copre la Fontana.
In via Salvecchio 12, durante i lavori di sistemazione di un edificio è tornato alla luce un tratto di acquedotto romano in maiolica, un calcare compatto formato da nove setti in ghiera ad incastro, saldati con malta, ciascuno dei quali riporta la sigla del costruttore e i numeri romani per rispettarne la sequenza. L’acquedotto romano era collegato con il con il Saliente di Castagneta, un’antica cisterna di raccolta delle acque. Dallo scavo è emerso che lungo lo stesso asse della conduttura idrica romana di via Salvecchio correva sia l’acquedotto medioevale che quello cinquecentesco, ancor oggi quasi interamente conservati.
All’altezza di Colle Aperto, gli acquedotti dei Vasi e di Sudorno confluivano in un’unica condotta, o acquedotto Magistrale, il cui percorso dentro la città seguiva un tracciato ben preciso. Per la distribuzione tra le varie fontane esistevano tre “partitori”, o vasche dalle quali si “dipartivano” dei canali più piccoli. Il primo partitore era situato nell’orto degli Albani, all’estremità nord-ovest della Cittadella. Rami minori portavano l’acqua dentro la Cittadella e al Mercato del Lino; più avanti un canale scendeva per via Salvecchio, tenendosi sul lato sinistro, fino alla fontana di S. Agata, mentre un altro provvedeva ad alimentare il monastero di S. Grata.
Nel corso del XIII secolo la Fontana di S. Agata venne inglobata in un’ampia costruzione che comprendeva probabilmente anche una TORRE ritenuta dei Suardi, impostata proprio sulle strutture della Fontana e ancora riconoscibile osservando la struttura muraria su vicolo S. Agata.
Giuseppe Serassi e l'Arte Organaria Bergamasca
Nel 2017 sono ricorsi due secoli dalla morte di Giuseppe II Serassi, bergamasco, tra i maggiori esponenti che la storia organaria abbia mai avuto. Giuseppe II è la mente e il genio della celebre dinastia Serassi, rinnovando l’organaria italiana con geniali invenzioni, in particolare il modo di pensare l’organo, fondamentale nella millenaria storia della musica.
Dal 1770 (a 20 anni) inizia a firmare le opere della famiglia, dove per alcuni anni vissero contemporaneamente cinque preti Serassi (tra cui il padre, prete a 32 anni). Quando a 24 anni prese moglie (Anna Monaci di 17 anni) vi fu un giubilo corale, perché la famiglia poteva avere una discendenza. Le aspettative non andarono deluse: ebbe 14 figli, di cui 9 vissero fino all’età adulta. All’età di 44 anni rimase vedovo. Fu padre severo ed esigente.
Grazie a Lui, la Serassi diventa la più celebre ditta italiana di costruzione d’organi. È una continua affermazione per le qualità della lavorazione, dell’efficienza meccanica e della durata delle numerose componenti. Nel 1802-06, per le sue qualità umane e professionali, viene nominato dalla municipalità di Bergamo a ricoprire l’incarico di Presidente del Consiglio Comunale di Bergamo. Successivamente pubblica importanti memorie per l’organaria italiana.
Parecchie sono le sue opere, circa 202, sparse in vari stati italiani, con una media di 4 organi e mezzo per anno, di medie proporzioni (oltre mille canne) e grandi proporzioni (oltre duemila canne). Quelle superstiti, più o meno integre, sono circa un’ottantina. L’attività va dal 1770-1816, come indicano le sue firme - ora col padre ora con i figli - incise dietro la canna centrale degli organi.
Il più straordinario, unico al mondo, è nella basilica di Sant’ Alessandro in Colonna (1781-82 opp. 193-94) formato da due strumenti contrapposti, collegati da un geniale sistema meccanico sotterraneo, ideato sul principio dell’oscillazione del pendolo di Gallileo (1564-1642). Il più regale è nella reggia di Colorno (Parma) (1792-96, op. 259), su commissione di sua altezza reale Ferdinando I di Borbone.
Giuseppe II ha una visione storica e globale dell’organaria: antica e moderna, italiana ed europea, come attestano anche i suoi scritti. Egli è non solo un abilissimo artigiano, ma uno storico, un osservatore acuto e aggiornato, un promotore di straordinarie idee. Crea una nuova mentalità dell’organo italiano, nel solco della grande tradizione che rinvigorisce con l’innesto di nuovi germogli provenienti dalla tradizione francese e tedesca, peraltro già pulsanti nelle nostre regioni. In particolare conduce l’organo rinascimentale-barocco nel nuovo modello di organo romantico-risorgimentale, con geniali innovazioni meccaniche e strumentali.
Grazie a Lui Bergamo divenne il punto di riferimento dell’organaria italiana, con riconoscimento europeo. Mayr scrisse (1825 ca) che a Giuseppe II, «sommo artista», si deve «il più notevole progresso dell’arte», tant’è che per i fabbricatori contemporanei fu «maestro» e «lo presero ad imitare come modello».
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