Vittorio Gassman: Da Attore Classico a Mattatore della Commedia Italiana

Quando si nomina Vittorio Gassman, si pensa subito all’attore per antonomasia. Così Soldati tanto tempo fa colse nel segno l’evoluzione di questo mattatore, più unico che raro.

Le Due Anime di un Attore

«Esistono due grandi categorie di attori. Quelli che si trasformano di volta in volta, componendo il loro personaggio. E quelli che, al contrario, sono sempre loro stessi.

Metterei nella seconda categoria Jules Berry, Gary Cooper, Nazzari, Ferzetti. Metterei nella prima Guinness, Mastroianni, e Gassman». Chiunque abbia conosciuto Gassman da giovanissimo, ricorderà la serietà della sua fisionomia, la classicità aulica e addirittura astratta della sua recitazione di allora, la sua triste impassibilità, che pareva muoversi soltanto al vento oratorio delle più celebri tirate, nelle tragedie classiche.

Altero, grigio, corretto, e con un fondo di timidezza: così, ricorderà di averlo giudicato. Un attore giovane, insomma, che, secondo ogni verosimiglianza, secondo ogni pronostico, avrebbe presto finito per trasformarsi in primo attore, dimostrando di appartenere, senza alcuna possibilità di dubbio, alla categoria di quelli che sono sempre loro stessi.

La Svolta Comica: "Il Mattatore"

«Invece… un terremoto, un temporale, una gragnuola! Altro che caratterizzazioni! In questo momento non ricordo bene: ma mi pare che i primi divertimenti, le prime evasioni, i primi strappi al suo ideale giovanile di attore in endecasillabi, Gassman se li concedesse con Il Mattatore in TV, e con Il Mattatore in cinema: film, dove, anziché interpretare vari personaggi come nei Mostri […], interpretava un truffatore che, per truffare, si travestiva successivamente da idraulico, da prete, da avvocato, da generale…»

Ricordo, soprattutto, uno stupendo generale di aviazione, tanto spavaldo all’apparenza quanto intimamente gaglioffo. Adesso non vorrei sbagliare con le date: forse Il Mattatore era stato preceduto da un film di Monicelli, La grande guerra: dove nella parte del soldato Busacca, ipocrita, infingardo, spaccone, vigliacco, Gassman fornì, se non la prima, una delle prime e formidabili prove della sua nuova maniera.

Perché Gassman si è Capovolto?

Come mai, dunque, Gassman si è rivelato un attore completamente diverso, anzi opposto, a quello che, verso la fine della sua adolescenza, si poteva prevedere e lui stesso voleva diventare? Nelle parti serie, di attore giovane o da primo attore, e soprattutto in cinema (dove per forza di cose il volto ha altrettanta importanza della voce e forse di più: in teatro la voce e i gesti sono sufficienti all’espressione), Gassman non riusciva a essere “buono e simpatico”.

Dai suoi tratti duri, dagli occhi non grandi e come timidi, dalla linea forte e spezzata del naso, dalla bocca piccola e crudele, traspariva una riflessività, una lucidità mentale, un controllo di se medesimo, come una incapacità ad abbandonarsi, ad entusiasmarsi, a credere, a gioire, a soffrire, ad amare: qualcosa che gelava e scostava lo spettatore.

Ed è andata così, che a un certo momento, Vittorio si è capovolto. Aveva, fino allora, fatto soltanto gli eroi? Bene, d’ora innanzi, avrebbe fatto proprio il contrario: soltanto i vigliacchi. La galleria è praticamente innumerevole.

E sarebbe una stupenda tesi di laurea per uno studioso di storia cinematografica elencare, classificare, analizzare tutti i vari tipi di vigliacchi interpretati da Gassman in questi anni. Ce n’è di tutte le sfumature.

Il Ritratto dell'Italia attraverso i "Vigliacchi" di Gassman

Gassman ci ha dato, così, in mille specchi, un ritratto spaventevole dell’Italia di oggi. Rido, rido: ma poi esco dal cinema mortificato, avvilito: e sento che non è giusto. Solo conforto è questo: ho controllato: la mia reazione è identica a quella di una buona maggioranza degli spettatori.

Gassman ci ha dato tanti vigliacchi meravigliosi. E ci ha dato anche qualche scemo, qualche idiota straordinario: il più bello, il più umano, il più patetico è, senz’altro, l’indimenticabile boxeur “suonato” dell’episodio finale dei Mostri.

L'Evoluzione Continua: Dagli Anni '60 al Minimalismo

Il Gassman cui si riferiva Soldati arrivava al gigionismo degli anni Sessanta, che riusciva a rappresentare il perfetto contraltare del cosiddetto boom economico, ma poi c’è quello più interiore, più intimista degli anni Settanta, in cui non c’è (quasi) più il grottesco, ovvero Profumo di donna, C’eravamo tanto amati…, fino agli anni del “minimalismo” dei due decenni successivi, in cui la recitazione dell’attore da barocca ed eccessiva si riduceva, si scorticava, fin quasi a sottrarsi e a sconfinare nella vita vera e propria.

Il Lato Oscuro: La Depressione

Poi quel terribile male ben descritto da Lietta Tornabuoni: «La depressione, malattia impossibile, lo costringeva a lunghe assenze dal lavoro. Provava insofferenza per se stesso, “l’attore che consuma una perpetua dissociazione dalla sua essenza”. Si autocriticava scrivendo: “Tu non ti guardi: ti ammiri o ti fai pena”. Odiava la vecchiaia con tutte le sue mortificazioni. Era stato così bello, e non riusciva ad accettare il proprio aspetto fisico di settantenne. Neppure la poesia gli piaceva più: “I miei versi/sono sempre più corti/perché più breve/é l’ansito dei miei polmoni insecchiti/della mia vita strinata”».

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