Idraulici Romani: Storia e Tecniche di un'Antica Arte
L'Antichità costituì il periodo aureo dell'evoluzione tecnica dell'idraulica, in particolare per quanto concerne la distribuzione di acqua potabile alle popolazioni del bacino del Mediterraneo e dell'Europa occidentale e centrale. Questo alto grado di tecnologia non riguardò solo le città o i siti militari fortificati dell'Impero romano, bensì anche gli insediamenti isolati, come i prestigiosi complessi rurali (villae rusticae) situati nelle tenute di ricchi possidenti.
La tecnologia romana si diffuse con facilità, anche perché i Romani desideravano non rinunciare nelle terre conquistate al lusso al quale erano abituati in patria, nonché esibire la propria maestria tecnica per impressionare le popolazioni sottomesse. In epoca romana la disponibilità d'acqua per l'approvvigionamento delle popolazioni urbane o delle proprietà terriere era tale che si può parlare effettivamente di una sorta di lusso idrico e, in senso odierno, persino di sperpero d'acqua.
Tuttavia, considerando la portata degli antichi impianti idraulici, va sempre tenuto presente che l'immensa quantità d'acqua utilizzata (per es. a Colonia, l'antica Colonia Ara Claudia Agrippinensium, il consumo di acqua era di 20.000 m3 al giorno) non serviva solo come acqua potabile, ma riforniva anche terme e latrine e serviva per la pulizia di strade e canali.
Regina aquarum, ossia regina delle acque, era il titolo dato all’antica Roma per la sua relazione speciale con l’acqua. Per Dionigi di Alicarnasso, “la grandezza dell’impero romano si rivelava mirabilmente in tre cose: gli acquedotti, le strade, le fognature”. Tra tutti, basta ricordare Goethe, che l’11 novembre del 1786 annotava nel suo diario: “Gli avanzi dell’imponente acquedotto impongono veramente rispetto.
Sin dagli albori della civiltà, l’uomo è sempre stato dipendente dalle acque, dalla loro disponibilità, ma senza poterle controllare. Con le prime civiltà nascono anche le prime tecniche, azionate con la forza dell’uomo, degli animali o dell’acqua stessa, per il sollevamento delle acque dai pozzi o dal letto dei fiumi. Roma possedeva ben undici acquedotti dal 312 a.c., offrendo una disponibilità di acqua pro capite pari al doppio di quella attuale. Il primo acquedotto cittadino, denominato Aqua Appia, fu commissionato dal censore Appio Claudio Cieco, costituendo uno dei due grandi progetti pubblici del tempo.
Gli Acquedotti Romani
Grandi e imponenti opere, che da circa due millenni costellano il paesaggio della campagna romana, a Sud della città, universalmente celebrate. Certo, non esistevano gli odierni laboratori scientifici dove effettuare le analisi dell’acque da destinare all’alimentazione. I Romani, forti del loro pragmatismo, ricorrevano a criteri del tutto empirici: la fonte delle sorgenti, il sapore e la temperatura delle acque, tenendo in debita considerazione anche lo stato di salute delle popolazioni che vivevano in prossimità delle sorgenti.
In pratica, le acque dalle sorgenti venivano fatte convergere in una o più piscinae limariae, ossia vasche di sedimentazione per consentire a fango, terra e altre particelle di depositarsi sul fondo, liberando l’acqua dei detriti. Successivamente, l’acqua veniva incanalata negli specus, canali scavati nel terreno o nella roccia che scorrevano sotterranei per convergere nei punti di raccolta fuori dalle mura della città.
Gli acquedotti romani erano, dunque, un asse portante non solo per il mantenimento e l’approvvigionamento idrico di un popolo, ma anche per la sanità e la sicurezza dell’Urbe; giganti che si imponevano nel paesaggio, testimoni silenziosi di un prestigioso incarico, motivo di grande orgoglio e segno identificativo della potenza e della lungimiranza degli antichi romani.
In buona parte delle città dell’Impero romano, e ben oltre le mura di Roma, vennero costruiti gli acquedotti, alcuni dei quali sono ancora in funzione, seppur adattati alle moderne esigenze. Anche a Roma ce n’è uno ancora funzionante: è l’acquedotto Vergine, Aqua Virgo. Le origini del nome risalgono probabilmente alla purezza e freschezza delle sue acque, anche se una suggestiva leggenda lo fa risalire alla fanciulla che indicò il luogo delle sorgenti ai soldati incaricati della ricerca.
Costruito in epoca augustea, questo imponente acquedotto era parte di un sistema più ampio che portava l’acqua fino in città, le cui vestigia si ergono ancora oggi, dominando il paesaggio circostante e rientrando nel patrimonio Unesco. Testimone dell’ingegneria romana e bizantina è anche l’acquedotto Valente, costruito durante il regno dell’Imperatore Valente.
Tecniche Costruttive degli Acquedotti
Gli acquedotti antichi romani presentavano delle camere dove le acque venivano raccolte e sottoposte a purificazione (le piscinae limariae), sia all’inizio del percorso, sia alla fine. Lo speco era principalmente sotterraneo e solo in alcuni tratti era costruito a cielo aperto. A tale scopo si usava il sistema del “sifone inverso” che, tramite una torretta posta alla fine dell’avvallamento, permetteva all’acqua di scendere e risalire dalla parte opposta grazie alla pressione acquisita durante la discesa. La strada dell’acqua terminava con un “castello”, dove era presente un’ultima vasca di decantazione e delle bocche che permettevano la ripartizione delle acque verso le condutture urbane.
Lo sapevi che gli acquedotti romani erano fatti veramente BEN? Nell’antica Roma, infatti, erano abilissimi a costruire condutture pubbliche per approvvigionare la città Eterna di acqua corrente. In tutto si contano 11 acquedotti per la sola città di Roma, alla cui costruzione hanno partecipato solo i migliori idraulici provenienti da tutto l’impero. Utilizzavano tubature in piombo, ceramica o pietra e gli impianti prevedevano vasche di sedimentazione, paratoie e serbatoi di distribuzione per evitare allagamenti o occlusioni.
Acquedotti Romani: Esempi Chiave
- il più antico e primo acquedotto di Roma era Aqua Appia, datato 312 a.C.
- l’Aqua Marcia, che nasce nell’Alta Valle dell’Aniene, fu il primo acquedotto a richiedere la costruzione degli archi (per nove chilometri). I suoi rami toccavano punti strategici della città come il Quirinale e il Campidoglio e uno di questi, costruito nel 212-13, alimentava le splendide Terme di Caracalla.
- l’Aqua Iulia invece fu creata da Agrippa nel 33 a.C.
- l’Aqua Virgo, così chiamata per la purezza delle sue acque, era destinata alle Terme di Agrippa e la sua fontana, inizialmente modesta, si trasformò successivamente nella celeberrima Fontana di Trevi.
Il risultato fu che l’acqua, invece di proseguire, tornava indietro! I Romani non si limitarono a trasformare la propria città in un modello di ingegneria idraulica. Nel corso di 500 anni edificarono centinaia di acquedotti anche nel resto dell’Impero Romano. La maggior parte sono andati distrutti ma alcuni sono visibili ancora oggi.
Decadenza e Rinascita delle Tecniche Idrauliche
Con il processo di decadenza della cultura romana nelle province e nella stessa Italia, compiutosi nel sec. 5°, si verificò anche il decadimento di quasi tutte le conquiste tecniche: le strade, i ponti, le monumentali opere architettoniche e i grandiosi acquedotti dell'Antichità andarono in rovina in molti luoghi e la stessa Roma non fu indenne da tale processo.
La sopravvivenza della tecnica antica, tuttavia, insieme a un evidente progresso delle conoscenze di idraulica in edifici di nuova costruzione, si manifestò nell'impero bizantino e nelle regioni che subirono l'influsso degli Arabi, dove è ravvisabile un più alto livello di interesse per la tecnologia.
Per quanto riguarda il livello ingegneristico standard nell'idraulica, i risultati degli studi più recenti permettono di constatare per tutte le regioni appartenute all'Impero romano la sopravvivenza delle cognizioni tecniche dell'Antichità; è comunque evidente che nell'Alto Medioevo la capacità di rifornimento degli impianti di approvvigionamento idrico si ridusse drasticamente ovunque e risulta difficile menzionare casi di rifornimento generale della popolazione, assicurato da acquedotti di elevato livello costruttivo; infatti anche dove le antiche condotte poterono essere tenute in funzione, la loro portata si ridusse di molto e poté soddisfare solamente un fabbisogno più limitato e orientato a nuovi scopi: le comunità tornarono infatti a rifornirsi individualmente e sia in città sia in campagna il pozzo sostituì le fontane ad acqua corrente.
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