Luigi Vanvitelli: Un Architetto tra Arte e Innovazione

Luigi Vanvitelli, figura di spicco dell'architettura italiana, intraprese il suo percorso artistico come pittore sotto la guida paterna. La sua abilità fu riconosciuta con la vittoria nella terza classe di pittura del concorso Clementino dell’Accademia di S. Luca nel 1716.

Successivamente, Vanvitelli approfondì lo studio dell’architettura grazie a Filippo Juvarra, amico del padre. Frequentò Juvarra presso palazzo Ornani in piazza Navona, la succursale della corte del cardinale Pietro Ottoboni, dove Juvarra risiedeva durante le licenze concesse da Vittorio Amedeo II di Savoia tra il 1715 e il 1721.

Grazie a Juvarra, Vanvitelli entrò in contatto con il pittore Sebastiano Conca, anche lui residente in palazzo Ornani, con il quale stabilì un duraturo rapporto di amicizia e collaborazione. Assieme a Conca egli comparve nel 1723 come pittore copista presso la Reverenda Fabrica di S. Pietro, dove nel 1726 venne nominato coadiutore dell’architetto soprastante Antonio Valeri, allora principe dell’Accademia di S. Luca.

Al 1724 risale la prima opera pubblica, la decorazione pittorica della cappella delle Reliquie nella basilica romana di S. Cecilia in Trastevere, commissionatagli dal cardinale Francesco Acquaviva. Nello stesso arco di tempo si collocano altri lavori a Urbino per Annibale Albani, ancora riferibili alla sfera delle committenze paterne, e consistenti nella decorazione e ammodernamento del palazzo di famiglia (1728-29), nella fontana antistante (1729) e nella cappella gentilizia nella chiesa di S.

All’inizio degli anni Trenta, l’attività pittorica lasciò il campo a un’esclusiva dedizione professionale all’architettura, conclamata dalla nomina ad architetto della Reverenda Camera apostolica nel 1730 e da un crescente rapporto di condivisione e amicizia con Nicola Salvi.

La partecipazione al concorso per la mostra della fontana di Trevi costituì per entrambi l’occasione di sperimentare un linguaggio che rispondesse alle istanze di rinnovamento del nuovo pontificato di Clemente XII Corsini attraverso l’adozione di un sobrio ordine gigante e di complementi plastici.

Il concorso lateranense fu l’ultima occasione per Vanvitelli di confrontarsi direttamente con Juvarra condividendone il risentimento verso le ‘stelle fiorentine’ Galilei e Ferdinando Fuga, sostenute e privilegiate sulla scena romana dalla cerchia corsiniana. Per tutto il pontificato di Clemente XII egli fu attivo quasi esclusivamente nelle province dello Stato pontificio come architetto della Reverenda Camera, in stretta collaborazione con il tesoriere generale Carlo Maria Sacripante, in carica dal 1730 al 1739.

Come tale, oltre all’attività ordinaria, riguardante soprattutto sistemazioni di natura idrostatica (acquedotto di Vermicino, passonate e porto di Fiumicino, ponte d’Augusto e porto di Rimini, ponte sul Savio a Cesena), dal 1733 egli si occupò della commessa straordinaria del Braccio Nuovo del porto e del Lazzaretto di Ancona, che volle sempre considerare una compensazione da parte del papa e del cardinal nipote per le recenti vicende concorsuali romane.

A questo prestigioso incarico pubblico ne seguirono diversi altri privati, riguardanti prevalentemente interventi su preesistenti edifici religiosi assolti a distanza grazie a diversi collaboratori inviati da Roma, tra cui il capomastro Pietro Bernasconi e gli architetti Antonio Rinaldi e, soprattutto, Carlo Murena, già aiutante di Salvi, impiegato per i lavori del Lazzaretto. Si segnalano in particolare la chiesa del Gesù con la contigua casa degli esercizi spirituali (1733-43) e il tempietto delle Reliquie nella cattedrale di S. Ciriaco ad Ancona (1738-39), la chiesa e il monastero degli olivetani di Montemorcino a Perugia (dal 1739), la basilica di S.

L’imponente complesso pentagonale del Lazzaretto inserito nel contesto portuale, ed esaltato dai disegni in prospettiva incisi da Giuseppe Vasi nel 1738, gli diede modo di misurarsi per la prima volta sulla grande scala urbana e paesaggistica, e al contempo di adattare modelli rinascimentali, come il tempietto di S. Rocco posto come nodo centrale della corte interna, o addirittura antichi, come l’arco trionfale interpretato in una raffinata interpretazione dell’ordine dorico vignoliano nell’Arco Clementino anteposto a monumentale ingresso alla città dal mare.

Oltre ai lavori del grande complesso portuale anconetano, interrotti nel 1740 e proseguiti più tardi da Carlo Marchionni, a Roma l’attività pubblica di Vanvitelli fu sostanzialmente circoscritta anche durante il pontificato di Benedetto XIV alla Fabbrica di S. Pietro, dove il 13 novembre 1736, l’indomani della morte di Valeri, era stato promosso da coadiutore a revisore delle misure.

Nell’ambito della committenza privata, contestualmente al restauro dell’appartamento nel palazzo al Corso del cardinale Prospero Colonna di Sciarra, cui si era legato presso la Fabbrica di S. Pietro, nel 1743 strinse un rapporto di collaborazione con Salvi, bisognoso di supporto per una malattia invalidante che lo avrebbe condotto alla morte nel febbraio del 1751.

Quando, nel 1748, le condizioni dell’amico si aggravarono Vanvitelli ne assunse pro tempore la carica di architetto dell’Acqua Vergine, oltre a quella di architetto, prefetto e commissario dell’Acqua Felice conferitagli in proprio l’anno prima. Nel 1746 arrivò la prima grande commessa autonoma romana, il rinnovamento del complesso conventuale di S. Agostino, conferitogli insieme alla carica di architetto di casa dal neogenerale dell’Ordine agostiniano, padre Agostino Gioia, che lo impose anche come autore dei progetti di rinnovamento alla moderna delle chiese e conventi agostiniani di Siena (1747) e di Soriano nel Cimino (1749) e consulente di quello di Cesena (1750).

Ma fu soprattutto con la sistemazione interna della basilica di S. La progressiva conquista di questa identità artistica, tecnica e culturale si rispecchiò anche nel mondo accademico e corporativo. Negli anni Quaranta Vanvitelli svolse un ruolo attivo presso l’Accademia di S. Luca, ricoprendo la carica di segretario (1744-45), oltre a quelle minori di sindaco (1741), stimatore d’architettura (1748-49) e custode (1750), dopo una sostanziale assenza seguita alla sua ammissione, avvenuta assieme a quella di Salvi, il 4 gennaio 1733, su proposta di Conca.

Contestualmente nel 1741 entrò nella Congregazione dei Virtuosi al Pantheon, in cui rivestì le cariche di primo aggiunto nel 1745 e reggente nel 1746.

Cercando le soluzioni più consone alla più grande commessa architettonica del suo tempo, Vanvitelli giunse a definire un impianto a quattro cortili imperniati su un nodo centrale ottagonale riecheggiante i progetti di Carlo Fontana per palazzi mitteleuropei e soprattutto quelli di Juvarra per il palazzo del conclave e per il Palazzo Reale di Madrid. Per seguire il gigantesco e lunghissimo cantiere della Reggia fin dalla posa della prima pietra, celebrata il 20 gennaio 1752 in occasione del compleanno di re Carlo, Vanvitelli stabilì la sua residenza a Caserta.

Subito dopo l’avvio dei lavori della Reggia, Vanvitelli fu gratificato da altre importanti opere di committenza reale: l’acquedotto Carolino, il restauro della facciata del Palazzo Reale di Napoli e la ristrutturazione della Casina di caccia di Persano. Tuttavia, nel 1755 il passaggio di poteri al vertice del governo da Giovanni Fogliani, suo alleato, a Bernardo Tanucci, partigiano del concittadino Fuga, anche lui trasferitosi definitivamente a Napoli nel 1751, accentuò la diffidenza di Luigi verso il rivale, riversata ossessivamente nelle lettere al fratello Urbano, nel timore di perdere il favore del sovrano.

Una significativa eccezione fu rappresentata dalla vicenda della chiesa della SS. Annunziata di Napoli, gravemente danneggiata da un incendio nel gennaio del 1757. Per diversi anni Vanvitelli e Fuga estesero la loro competizione da Napoli a Roma, dove entrambi coltivavano l’idea di ritornare da protagonisti.

Alla fine del 1752 essi si contesero la carica di principe dell’Accademia di S. Luca per l’anno successivo, conquistata al ballottaggio da Fuga, che la detenne anche nel 1754, emarginando Vanvitelli con il sostegno del concittadino Giovanni Gaetano Bottari, ispiratore della politica culturale dell’Accademia, e feroce critico della metodologia adottata nel restauro della cupola vaticana. Ciò non impedì a Vanvitelli di mantenere tutte le sue cariche pubbliche e addirittura di succedere a Filippo Barigioni come architetto soprastante presso la Fabbrica di S. Pietro nel 1754, occupandosi come tale della risistemazione del celebre S.

Con l’aiuto di Murena, al quale dal 1751 aveva affidato la conduzione dello studio romano e delegato tutte le sue mansioni pubbliche e private, egli riuscì a conferire la propria connotazione stilistica sia alle opere in corso sia a quelle di nuova acquisizione, come la ristrutturazione delle logge del braccio occidentale e la costruzione del campanile del palazzo Apostolico a Loreto (1751, 1755), la cappella Sampajo in S. Antonio dei Portoghesi a Roma (1753-56) e la ricostruzione del monastero dei certosini di S. Maria degli Angeli in via dei Banchi Vecchi (1756-57).

Nel frattempo il ricco repertorio di progetti realizzati e irrealizzati custodito da Murena, divenne occasione di esercizio didattico per diversi allievi provenienti da ogni parte d’Italia e attratti dalla fama di Vanvitelli, ormai riconosciuto come l’unico architetto capace di aggiornare e ricodificare la tradizione romana.

Da allora Vanvitelli ridimensionò drasticamente le sue aspettative romane e, dopo avere abbandonato definitivamente la speranza di essere chiamato a Madrid da Carlo di Borbone, concentrò tutte le sue attività a Caserta. Da qui nel 1766 inviò a Siena il progetto ‘alla gotica’ per la facciata della loggia della Mercanzia, in contrapposizione con quello ‘alla romana’ elaborato da Fuga, e nel 1771 delegò a Piermarini la delicata ristrutturazione della cattedrale di S. Feliciano a Foligno, predisposta fin dal 1754.

Infine nell’estate del 1769, invitato dal conte Carlo di Firmian a occuparsi della sistemazione del Palazzo Regio di Milano, raggiunse la capitale lombarda in compagnia del figlio Carlo e di Piermarini, avendo anche modo di compiere una breve visita a Torino, confrontandosi per la prima volta direttamente con l’opera juvarriana.

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