La Divisione in Sillabe in Italiano: Regole e Dubbi

Sono molti coloro che cercano chiarimenti sulla divisione in sillabe di termini che, per la presenza di nessi consonantici complessi o di gruppi vocalici, destano qualche perplessità. La divisione delle parole è un'esigenza della lingua scritta imposta dai confini determinati dalle dimensioni della pagina.

Per secoli, la pratica di dividere le parole non è stata regolata, e le soluzioni sono state diverse e prive di uniformità. L'avvento della stampa a caratteri mobili ha portato a una progressiva sistematizzazione dei criteri di divisione delle parole, insieme a una normalizzazione grafica.

Bisogna però arrivare al Novecento per avere un sistema convenzionale di regole di sillabazione: in particolare le norme che utilizziamo oggi sono state fissate nel 1969 dall'Ente Nazionale Italiano di Unificazione (norma UNI 6461-97). Si tratta di un'associazione privata che studia, elabora, approva e pubblica norme tecniche relative a tutti i settori industriali, commerciali e del terziario al fine di garantire uniformità ed efficienza.

Per stabilire dei criteri di suddivisione delle parole si è ricorsi al concetto di sillaba che però è un'unità prosodica (relativa quindi ai suoni), tra l'altro di difficile e controversa definizione. Anche per l'italiano, che ha una struttura sillabica relativamente semplice, non sempre l'applicazione delle regole risulta immediata e lineare.

Probabilmente per questo motivo, la corretta divisione sillabica è una questione su cui la grammatica tradizionale ha sempre molto insistito. Questo atteggiamento ha d'altra parte favorito il persistere di una sorta di insicurezza per cui, al momento di andare a capo, gli scriventi possono essere assaliti dai dubbi più strani; e questo non solo di fronte a incontri sillabici particolari o in situazioni in cui gli spazi sono fortemente vincolati, ma anche in contesti ben definiti da quelle regole che tutti abbiamo imparato a scuola.

Si dividono i gruppi costituiti da due consonanti uguali (tt, dd, ecc.). Ma è l'incontro di vocali che fa sorgere i dubbi maggiori; in particolare bisogna sapere distinguere i casi in cui due vocali danno luogo a un dittongo dai casi invece in cui formano uno iato.

Dittonghi, Trittonghi e Iati

Il dittongo è un gruppo costituito da una vocale preceduta da una semiconsonante (i, u, quindi le sequenze ia, ie, io, iu, ua, ue, uo, ui) o seguita da una semivocale (i, u, quindi le sequenze ai, ei, oi, ui, au, eu). La i e la u infatti nel sistema fonologico dell'italiano possono rappresentare anche due suoni che prevedono una durata molto più breve e un'articolazione leggermente diversa rispetto alle corrispondenti vocali, intermedia tra la vocale e la consonante.

Ci sono però alcuni casi in cui la pronuncia può essere oscillante ed è quindi opportuno verificare di volta in volta (i dizionari riportano sempre la scansione sillabiche delle parole) se le sequenze vocaliche diano luogo a dittonghi o a iati. Un esempio classico, riportato spesso nelle grammatiche, è quello dei derivati del sostantivo via: se infatti via prevede la scansione vi-a (con la i vocale e quindi uno iato), i derivati come viale, viaggio, viandante ecc. tendono a essere pronunciati con la i semiconsonante e quindi a produrre un dittongo con conseguente divisione in sillabe via-le, viag-gio, vian-dan-te, ma fuor-vi-an-te; aggiungiamo tra i casi di pronuncia semivocalica e quindi di dittongo anche gra-tui-to, cir-cui-to (ma cir-cu-ì-to, participio passato di circuire).

Quando formano un trittongo, in cui si può avere l'incontro di una semiconsonante, una vocale e una semivocale (es. iai, iei, uoi, uai, uei), oppure di due semiconsonanti e una vocale (solo iuo che nell'italiano contemporaneo tende a passare a io: barcaiuolo>barcaiolo; aiuola>aiola).

Quando invece si tratta di una vocale seguita da un dittongo (es.

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