La Vera Storia della Banda degli Idraulici

Nell'immaginario collettivo, la figura dell'idraulico è spesso associata a personaggi come Mario e Luigi, i celebri protagonisti dei videogiochi Nintendo. Tuttavia, la realtà può essere ben diversa, come dimostra la storia della "banda degli idraulici", un episodio oscuro che ha segnato la cronaca italiana.

Il Rapimento Dozier e le Prime Ipotesi

In un appartamento veronese, quattro individui travestiti da idraulici fecero irruzione. Tennero una donna sotto la minaccia di una pistola, la immobilizzarono e uscirono con l'ostaggio nascosto in un baule, caricandolo su un pulmino in attesa in strada.

Durante il rapimento, uno dei sequestratori parlava uno "slang" americano, secondo i giornali dell'epoca, suggerendo che l'operazione coinvolgesse anche attori non italiani. Anzi, la foto del sequestrato diffusa dalle BR-PCC era un fotomontaggio, indicando che Dozier si trovava già all'estero, forse su uno dei tanti TIR diretti in Austria. I cronisti ipotizzarono che il rapimento fosse opera di una centrale europea del terrorismo, comprendente le BR, la RAF tedesca, l'ETA basca e l'IRA, organizzazioni che si sarebbero incontrate sul lago di Garda e in Svizzera.

Le Indagini e i Metodi Duri

Nella Questura di Verona, Gaspare De Francisci, capo dell'UCIGOS (Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali), convocò la squadra messa in piedi dal Viminale. L'Italia non poteva perdere la faccia e, quindi, per trovare Dozier, si poteva usare qualsiasi mezzo, anche le maniere forti.

Il giorno dopo arrivò a Verona il funzionario dell'UCIGOS Nicola Ciocia, specialista delle sevizie necessarie per far parlare, con la sua squadra dei "cinque dell'Ave Maria". Ciocia rimase in Veneto solo qualche giorno. Ma gli uomini del Viminale non avevano idea del luogo in cui si trovasse Dozier né dell'identità dei brigatisti.

Torture e Confessioni

Alla fine di gennaio, Nazareno Mantovani fu interrogato e picchiato per prepararlo alla vera tortura, affidata a Ciocia e alla sua squadra. I poliziotti avevano un luogo appartato per infliggere tormenti: un villino affittato dalla questura veronese.

Paolo Galati indirizzò i poliziotti verso una militante. Oscar Fioriolli perquisì la casa di Elisabetta Arcangeli, trovandovi anche Ruggero Volinia, nome di battaglia "Federico". Separati da un muro, Volinia e Arcangeli si trovavano all'ultimo piano della Questura veronese. Ciascuno poteva sentire l'altro mentre Fioriolli li interrogava ed Improta seguiva la scena. La brigatista, nuda, era legata mentre i poliziotti le tiravano i capezzoli con una pinza e le infilavano un manganello nella vagina. Dall'altra parte del muro, percuotevano Volinia.

L'Irruzione del NOCS e le Sevizie

Il 28 gennaio 1982, verso le 11:00, sette uomini del NOCS (Nucleo Operativo Centrale Sicurezza) fecero irruzione nell'appartamento di via Pindemonte. I brigatisti furono messi pancia a terra sul pianerottolo mentre arrivavano Genova ed Improta. Erano bendati e con le mani legate dietro la schiena. Rifiutavano di rivelare la propria identità ed i nomi di battaglia, e quindi subirono calci e botte. Alle due militanti («Sei una mignotta?» urlavano i poliziotti, «No!», e quindi giù calci e pugni) andò ancor peggio.

Su quel pianerottolo, gli arrestati restarono per un tempo indefinito. Frascella non rispondeva alle domande, così chi la interrogava le alzò la gonna, le calò le mutande e le strappò i peli del pube. Escono i “cattivi” e nella stanza entrano i “buoni”. «Dai collabora, ti conviene», continuavano a ripeterle. Tornarono i “cattivi” e ripresero a strapparle i peli del pube ed a stringergli i capezzoli. La fecero appoggiare a un tavolo e le dissero che le infileranno una gamba della sedia nella vagina. Frascella cedette e parlò di “Federico”.

Bendata e legata su una sedia, la militante non poteva dormire perché appena si appisolava qualcuno correva a svegliarla. In un'altra stanza, Emilia Libéra fu costretta a restare in ginocchio, sul pavimento, per alcune ore. Un “premuroso” poliziotto che la sorvegliava le disse che i suoi colleghi, nella stanza accanto, stavano violentando la Frascella. Poi, bendata, fu messa su una sedia. Libéra non aprì bocca e quindi subì pugni e schiaffi, capezzoli schiacciati e calci sul pube. Le tolsero pantaloni e mutande e la fecero chinare su un tavolo. Il “cattivo” annunciò che le avrebbe messo un bastone nella vagina e, aggiunse, lei doveva crederci perché lui aveva già “trattato” Di Rocco e Petrella.

Anche Savasta, bendato e legato su una sedia, fu colpito su tutto il corpo ed i seviziatori si divertirono a spegnergli sigarette sulle mani. Sentiva le grida di Libéra e Frascella, ma non la voce di Ciucci che, secondo i poliziotti, era già morto. Poi arrivarono i «giustizieri» (così si presentarono a Savasta) che puntarono la pistola alla tempia del brigatista e minacciarono di ucciderlo. Savasta cercò di fermarli: «Io sto già parlando».

Savasta, Libéra, Frascella e Ciucci (lui era veramente malridotto perché non riusciva a camminare e girava seduto su una sedia da ufficio) furono messi insieme in una stanza. Discussero e decisero tutti insieme di collaborare. E così, già quella notte, fornirono le prime informazioni.

Di Lenardo non cedette ed è l’unico che non si piegò alla tortura. I poliziotti si diedero il cambio per colpirlo sulla pianta dei piedi, ma non disdegnarono di sbattergli la testa contro il muro. Lo fecero distendere per terra, nudo, per ricevere scariche elettriche sul pene e sui testicoli, mentre altri gli davano calci ai fianchi e gli comprimono la testa. Poi pugni e schiaffi al volto, colpi sul naso, compressione delle pupille, schiacciamento della testa con i piedi, bruciatura delle mani, tagli al polpaccio. A Di Lenardo non venne risparmiato nulla, ma, se i suoi compagni, nella notte tra il 31 gennaio e il 1° febbraio, già firmano i verbali di dichiarazioni spontanee, il brigatista è irremovibile.

Gli tolsero le manette dai polsi e le mettono ai piedi, gli legano le mani con pezzi di stoffa, gli stringono la benda sugli occhi, chiudono la bocca con un’altra benda e lo mettono nel bagagliaio di un’auto si mette in movimento seguita da un altro veicolo. Dopo un giro di mezz’ora le auto si fermano e due poliziotti trascinano il brigatista tenendolo per le ascelle. Lo fanno inginocchiare e lo pestano. Solito copione: il “cattivo” arrabbiato si alterna al “buono” che modera gli eccessi. Poi una voce, più forte delle altre: «Adesso ti spariamo». Parte un colpo di pistola. Non è morto!!! Di nuovo botte. Lo riportano in caserma. Nudo, steso su un tavolo con la testa penzoloni, braccia e gambe legate. Gli riempiono la bocca di sale, gli tappano il naso e giù acqua in grande quantità. Una pausa e poi si riprende. Altra pausa e si riprende. Di Lenardo non respira, sta soffocando, il corpo trema, grida. Si fermano.

Mentre viene torturato il brigatista sente qualcuno dire «Genova». Pensa a un poliziotto, ad uno di quelli che, nei giorni precedenti, gli hanno parlato delle operazioni anti BR che hanno fatto nel capoluogo ligure. Si sbaglia. Alcuni giorni dopo, un funzionario cerca di convincerlo a collaborare. Entra nella stanza un poliziotto e dice «dottor Genova, al telefono».

Il Processo e le Denunce

I brigatisti non vengono portati in carcere ed il sostituto procuratore veronese li interroga, il 1° e il 2 febbraio, negli uffici della celere. Savasta riempie pagine e pagine di verbale. Così fanno anche Libéra, Ciucci e Frascella. Buon ultimo, nel pomeriggio del 2 febbraio, Cesare Di Lenardo si siede davanti al magistrato. Lui non ha nulla da dire, vuole solo denunciare le sevizie che ha subito. Lo farà di nuovo, il 28 febbraio, con un dettagliato memoriale spedito alla Procura ed al Presidente del Tribunale di Verona.

Pier Vittorio Buffa, de “L’Espresso”, e Luca Villoresi, di “La Repubblica”, pubblicano due articoli grazie a notizie fornite da fonti interne alla Polizia che non vogliono assecondare la linea oltranzista dettata dal Viminale. Le pratiche della tortura sono diffuse e vanno oltre i confini delle province di Padova e Verona. A Mestre, nel II distretto di Polizia, hanno usato gli stessi mezzi. La stessa cosa è avvenuta anche a Roma e Viterbo.

Al Ministro dell’Interno risponde anche Magistratura Democratica, l’unico gruppo di giudici che affronta, senza reticenze, il tema dei metodi con i quali viene praticato il contrasto al terrorismo.

Intanto, il processo veronese al gruppo dirigente e ai militanti delle BR-PCC va avanti senza particolari sussulti. Sfilano davanti ai giudici tutti i brigatisti che hanno fatto la scelta di collaborare ed i funzionari di Polizia che li hanno arrestati. Quando arriva il suo turno, Umberto Improta racconta che Ruggero Volinia “Federico”, appena arrestato, subito ha detto di voler collaborare, ha condotto i poliziotti ad un covo a Mestre e poi ha fornito tutte le informazioni sul covo di via Pindemonte. E giunti qui, continua Improta, l’inarrestabile onda del pentitismo ha prodotto altri risultati. Le uniche voci dissonanti sono quelle di Cesare Di Lenardo e di Alberta Biliato che, presentandosi come prigioniera politica, sostiene che le dichiarazioni che lei ha fatto al magistrato, dopo l’arresto a Treviso, sono solo il frutto delle torture che ha subito.

Poi un colpo di scena, l’unico del processo. Savasta, Libéra, Frascella e Ciucci - che sino a quel momento hanno fatto ogni sorta di rivelazione, ma nulla hanno detto sulle violenze - consegnano un memoriale al Tribunale. Non fanno marcia indietro rispetto alla scelta del “pentimento”, ma assicurano di non aver avuto favori perché «il trattamento riservatoci dopo l’arresto è stato per noi tutti identico a quello che altri compagni hanno denunciato». E proseguono: «Quattro lunghissimi giorni che non ti fanno restare dentro neanche la dignità di disprezzare chi ti ha torturato, che hanno un fine ben più ambizioso delle informazioni immediatamente estorte, poiché perseguono l’annientamento della tua identità politica».

Proprio mentre il magistrato pronuncia queste parole alla Camera dei deputati si svolge un dibattito dai contenuti molto meno rassicuranti. Il Ministro dell’Interno, per la seconda volta, risponde alle tante interrogazioni sul tema delle violenze.

I poliziotti democratici di Venezia organizzati nel SIULP (Sindacato Italiano Unitario Lavoratori della Polizia) intervengono a gamba tesa nella polemica politica e, con un comunicato diffuso il 10 marzo ’82, sostengono, sulle violenze, che «tali pratiche sono state tollerate o, addirittura, incoraggiate da direttive dall’alto e infine sostenute dal tacito consenso di una opinione pubblica condizionata dall’incalzare sanguinaria e folle di un terrorismo che ha avvelenato la vita politica e sociale del paese».

Anche le Brigate Rosse fanno i conti con un fenomeno, inedito per dimensioni e radicalità, che sta sconvolgendo la vita della organizzazione. Il 18 marzo 1982 diffondono un lunghissimo comunicato nel quale lanciano la parola d’ordine della «ritirata strategica» sviluppando una articolata analisi della pratica della tortura («la tortura misura un nuovo livello di scontro») e degli effetti che sta producendo.

Vittorio Borraccetti, sostituto procuratore padovano, ascolta tutti i brigatisti, scova testimoni anche tra i poliziotti e, attraverso altri accertamenti medici, dimostra che le violenze non sono una invenzione. Nel giugno ’82, il giudice istruttore Mario Fabiani firma i mandati di cattura contro alcuni tra i responsabili di quei fatti, tra i quali Salvatore Genova, vicedirigente la Digos genovese. Virginio Rognoni esprime «perplessità ed amarezza» per i provvedimenti, mentre il Questore di Genova telegrafa al Presidente del Consiglio, Giovanni Spadolini, manifestando fiducia nella condotta tenuta del commissario arrestato. Nei locali della Questura di Roma si tiene una assemblea permanente dei poliziotti che non escludono di organizzare altre clamorose iniziative.

Il 5 luglio ’83, in un clima apertamente ostile ai magistrati, si apre il processo padovano mentre un gruppo di poliziotti, solidali con i colleghi imputati, presidia l’ingresso del Tribunale. Salvatore Genova non può essere giudicato perché è stato appena eletto, nella fila del PSDI, nelle elezioni politiche generali del 26 giugno ed occorre attendere l’autorizzazione a procedere della Camera dei deputati che, tre anni più tardi, nel 1986, rifiuta di concederla. Nella udienza dell’8 giugno, il Capitano Lucio De Santis viene arrestato in aula per falsa testimonianza e condannato.

I brigatisti e i militanti di altre formazioni picchiati e torturati, durante e dopo il sequestro Dozier, furono moltissimi e, dissoltosi il fumo della retorica che accompagna il plauso ed i riconoscimenti ai liberatori del generale statunitense, emergono i fatti crudi di una operazione nella quale si consumarono violenze che servirono a carpire informazioni senza le quali, come ha francamente riconosciuto Salvatore Genova, quel risultato non sarebbe mai stato raggiunto.

Quella padovana è l’unica sentenza degli anni ‘80 che riconosce la responsabilità di pubblici ufficiali per fatti di violenza commessi contro arrestati per vicende di terrorismo. Tra il 2007 e il 2012, il commissario Salvatore “Rino” Genova decide di raccontare ai giornalisti Matteo Indice e Pier Vittorio Buffa cosa è realmente accaduto durante la stagione di lotta al terrorismo. Descrive le torture, confessa il suo ruolo e quello dei suoi colleghi (De Francisci, Improta, Fioriolli, Ciocia) nell’uso dei metodi illegali e conferma che furono i vertici del Viminale ad impartire la linea della tortura.

A Buffa, laconicamente dice: «…Non ho fatto quello che sarebbe stato giusto fare. Arrestare i miei colleghi che le compivano. Dovevamo arrestarci l’un con l’altro. Le parole del commissario non scatenano la reazione veemente dei vertici istituzionali. Certo, quelli tirati direttamente in causa replicano che si tratta di fantasie, ma anche nel fronte di quelli che sostengono che mai ci furono violenze sui brigatisti si aprono alcune crepe, con ammissioni, a volte, sorprendenti.

Ma Fainelli, che nega che Volinia sia stato torturato, ammette poi che la notte del 26 gennaio ’82, insieme ad Umberto Improta e altri colleghi, condusse Ruggero Volinia...

La Banda dei Piombatori di Topolino

Nei fumetti Disney, la figura dell'idraulico assume una connotazione più comica e avventurosa. In particolare, l’avventura "Topolino e la banda dei piombatori", pubblicata sui quotidiani statunitensi dal 7 luglio al 10 dicembre 1938, vede Topolino impegnato nella ricerca di un lavoro durante la Grande Depressione. In questa storia, Topolino incontra Giuseppe Tubi, un idraulico pasticcione che si ritrova coinvolto in una serie di guai.

La forza dei racconti di Gottfredson è sempre stata quella di essere calati all’interno della realtà statunitense, pur riuscendo a fornire storie di evasione ai lettori dei quotidiani. Ambientata durante la Grande Depressione, un periodo di crisi economica non molto differente da quello attuale, vede Topolino impegnato nella ricerca di un lavoro per risolvere i propri problemi economici.

Sembra infatti piuttosto fine a se stesso l’aggiornamento della professione di Giuseppe Tubi: per quanto possa essere cool rendere il personaggio un tecnico di cavi per la connessione a internet, non appare esattamente una modifica necessaria, considerando che il mestiere dell’idraulico esiste tutt’ora. Ad esempio la prima e l’ultima tavola, che fanno quasi da cornice all’avventura, aggiungono un sottotesto riflessivo/intimistico di ispirazione hitchcockiana degno del miglior Faraci, che ha sempre dimostrato grande attenzione al lato psicologico di Topolino e che in questo caso specifico regalano una certa inquietudine al personaggio e una buon “motore” per l’avventura. Anche la rappresentazione di Giuseppe Tubi appare buona, dimostrando la giusta fedeltà a un modello già valido, così come per i suoi complici.

Giuseppe Tubi

Giuseppe Tubi è un personaggio interessante, un umile artigiano che svolge il proprio mestiere senza riscuotere successo. È criticato per la sua inettitudine e malvisto nel suo ambiente. La sua storia, ambientata durante la Grande Depressione, risuona con il pubblico italiano, abituato a campare un po' di espedienti e in difficoltà economiche.

Manetta

In questa storia, Manetta è un ispettore di polizia ancora poco caratterizzato, ma che dimostra già un certo intuito e una certa fiducia in Topolino. Il rapporto tra Manetta e Basettoni non è ancora quello che conosciamo, ma si intravedono già le basi per la loro futura collaborazione.

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