Modello Idraulico in Psicologia: Definizione e Sistemi Motivazionali
La motivazione è un processo fondamentale che avvia, guida e mantiene i comportamenti mirati. Essa rappresenta lo stimolo, sia cosciente che inconscio, che spinge all'azione per raggiungere un obiettivo desiderato, che sia di natura biologica o sociale.
In psicologia, si distinguono le motivazioni primarie, volte a soddisfare bisogni fondamentali come fame, sete e sonno. Autori come Darwin, Ekman, Bowlby, Panksepp e Gilbert concordano sull'esistenza di sistemi psicobiologici evolutivi, presenti sia negli umani che negli animali, che regolano comportamenti ed emozioni per raggiungere obiettivi adattivi.
I sistemi motivazionali, pur influenzati dall'apprendimento e dalla cognizione, operano spesso al di fuori della coscienza, con una reciproca influenza tra processi coscienti e disposizioni innate. In particolare, le disposizioni innate alla relazione sociale si manifestano a livello cosciente come esperienze emozionali.
Un sistema motivazionale è quindi un sistema cerebrale e mentale che regola il comportamento e le emozioni in vista di una meta ben definita, fondato su disposizioni innate selezionate nel corso dell'evoluzione. Ogni comportamento è il risultato di un confronto tra le tendenze innate a perseguire obiettivi di sopravvivenza e le memorie delle interazioni tra individuo e ambiente.
La spinta maggiore allo studio delle motivazioni e dei sistemi motivazionali si riscontra a partire dall’etologia. Bowlby, partendo dagli studi etologici, individua nelle predisposizioni o tendenze innate (distinte dagli istinti propriamente detti) quegli elementi che determinano il funzionamento psichico.
I Tre Livelli dell'Organizzazione Motivazionale
Le conoscenze accumulate sull’evoluzione del cervello umano convergono nel delineare la validità di una visione evolutiva gerarchica organizzata su tre livelli (McLean, 1990): rettiliano, limbico e neo-corticale.
Livello Rettiliano
Il livello evolutivamente più arcaico dell’organizzazione motivazionale è connesso all’attività neurale localizzata nel cervello rettiliano, nel tronco encefalico e nei nuclei della base. Su queste sistemi non-sociali poggiano quelli appartenenti alla storia evolutiva più recente che controllano l’interazione sociale caratteristica dei mammiferi.
Livello Limbico
Questo secondo livello corrisponde all’attività delle reti neurali localizzate nell’area limbica del cervello che comprende l’amigdala e il giro del cingolo.
Livello Neo-Corticale
Il terzo livello, prerogativa della specie umana, è localizzato nella neo-corteccia, riguarda la dimensione cognitiva dell’intersoggettività e della costruzione di significati. Esso è responsabile di combinazioni e variazioni individuali della loro espressione, in funzione della cultura di appartenenza. Questo livello motiva a creare strutture di memoria condivisibili (linguaggio), a partire dalla comprensione intersoggettiva di intenzioni/ emozioni. Apre inoltre all’esperienza cosciente di sé nel tempo, e all’evoluzione culturale.
Sistemi Motivazionali Interpersonali (SMI)
Al secondo livello gerarchico, nell’uomo, appartengono quelli che sono stati definiti Sistemi Motivazionali Interpersonali (SMI), sistemi che si vanno ad aggiungere all’originario sistema di attaccamento proposto da Bolwby. In particolare, il terapeuta cognitivista inglese Gilbert, partendo anch’egli da una prospettiva etologico-evoluzionista, alla fine degli anni ottanta aveva ipotizzato la presenza di altri sistemi motivazionali interpersonali che guidano la costituzione e la regolazione delle relazioni intersoggettive nell’uomo (1989).
I sistemi motivazionali interpersonali sono quindi tendenze universali, biologicamente determinate e selezionate su base evolutiva, la cui espressione nel comportamento presenta variabilità individuali. Essi regolano la condotta in funzione di particolari mete e sono in stretta relazione con l’esperienza emotiva. Quindi, secondo Liotti, ogni specifica esperienza emotiva può essere meglio compresa se rapportata al sistema motivazionale interpersonale entro cui si colloca.
Le emozioni giocano un ruolo intermedio fra la percezione della situazione, che attiva un dato sistema motivazionale, e la condotta che mira alla meta del sistema. Le operazioni di regolazione della condotta di ogni SMI sono radicalmente inconsce e le emozioni, dunque, sono le prime fasi nell’attività del sistema che possono essere esperite dalla coscienza. Alcune emozioni sembrano attivarsi solo in concomitanza di uno specifico sistema motivazionale e non si manifestano mai durante l’attivazione di altri sistemi interpersonali. Ogni sistema motivazionale quindi opera attraverso una sequenza di emozioni specifica e caratteristica.
Ogni sistema motivazionale quindi opera attraverso una sequenza di emozioni specifica e caratteristica.
Esempi di Sistemi Motivazionali Interpersonali
- Sistema dell'Attaccamento: Finalizzato all’ottenimento di aiuto e vicinanza protettiva da parte di un’altra persona individuata come idonea.
- Sistema di Accudimento: È reciproco a quello dell’attaccamento. Esso porta all’offerta di cura verso un conspecifico, agevolando le possibilità di sostentamento di altri individui all’interno del proprio gruppo.
- Sistema della Sessualità: Finalizzato alla formazione e al mantenimento della coppia sessuale. L’orgasmo pone termine all’attivazione del sistema, che può essere disattivato anche dall’attivazione di altri SMI.
- Sistema Agonistico: Di competizione per il rango è finalizzato alla definizione dei ranghi di potere e di dominanza/sottomissione per regolare all’interno di un gruppo il diritto prioritario di accesso alle risorse. Una volta stabilita la gerarchia all’interno del gruppo, questa rimane presente ed attiva nel tempo, con il vantaggio biologico di eliminare la necessità di continue lotte che potrebbero sfiancare gli individui.
- Sistema Cooperativo: Ha come meta il conseguimento di un obiettivo comune, più facile da raggiungere attraverso un’azione congiunta.
Sistemi Motivazionali e Trauma
Secondo Liotti, due sistemi motivazionali sono chiaramente coinvolti nelle esperienze traumatiche: il sistema di difesa (fuga-lotta) e il sistema di attaccamento. Il sistema di attacco-fuga coinvolge emozioni di paura estrema e di collera distruttiva e inibisce, quando è attivo, le capacità riflessive (alexitimia post-traumatica) e la costruzione di memorie autobiografiche episodiche (amnesia e intrusione di frammenti mnestici). Dopo l’esposizione a un trauma, il sistema di difesa viene normalmente inibito dal sistema di attaccamento. Il sistema di attaccamento e il sistema di difesa funzionano normalmente in sinergia ma nell’Attaccamento Disorganizzato, i due sistemi entrano in conflitto, creando una situazione di paura senza sbocco.
L’ alleanza terapeutica e l’empatia permettono di attivare il sistema cooperativo: ciò dà vita all’assetto ideale per la piena fruizione della capacità di metacognizione e della capacità riflessiva (Liotti e Monticelli, 2014). Dunque il modello dei Sistemi Motivazionali suggerisce che vi siano schemi organizzativi impliciti assai prevedibili alla base della rottura dell’alleanza terapeutica. Tali schemi, legati a sviluppi abnormi del sistema dell’attaccamento, implicano spesso attivazioni difensive improprie di altri SMI limbici.
La teorizzazione di Liotti ha una ricaduta di primaria importanza nella relazione terapeutica con pazienti traumatizzati: un terapeuta troppo accudente potrebbe far emergere i modelli operativi interni disorganizzati, con la fobia dell’attaccamento e la fobia della perdita di attaccamento.
Aggressività e Comportamento Aggressivo
Il comportamento aggressivo costituisce da sempre uno dei principali oggetti di interesse degli studiosi di psicologia sociale. È innanzitutto importante evidenziare la sottile differenza di significato tra la nozione di aggressività e quella di comportamento aggressivo: parlare in maniera specifica di aggressività, distinguendo tale concetto da quello di comportamento aggressivo, evidenzia infatti la specifica volontà di analizzare soprattutto la pulsione, l’istinto, la predisposizione o comunque un particolare stato intra-psichico di un soggetto, il quale perciò dispone della potenzialità, se le circostanze glielo permettono, di tradurre tali «spinte» interne in un comportamento oggettivo e visibile.
È facile capire, quindi, come l’aggressività costituisca un concetto né facilmente misurabile, né facilmente analizzabile in maniera valida e chiara. Sull’aggressività di una certa persona, e sulle eventuali conseguenze di tale aggressività, si possono perciò solamente fare delle supposizioni molto generali, mentre sul comportamento aggressivo, cioè su una condotta ben visibile e osservabile, risulta assai più facile effettuare delle osservazioni e delle ricerche più precise.
Il modello idraulico di Lorenz e quello di Freud costituiscono un ottimo esempio per chiarire la questione: nelle loro teorie è infatti evidenziata in maniera molto chiara la distinzione tra l’accumulo di aggressività all’interno di un individuo ed il comportamento aggressivo conseguentemente messo in atto da tale individuo per diminuire la tensione generata da un simile accumulo.
Risulta perciò chiaro che il termine «aggressività» evidenzia in maniera particolare una possibilità latente, una «carica» insita all’interno dell’uomo e perciò difficilmente osservabile. Parlare in maniera specifica di «comportamento aggressivo», significa invece focalizzarsi soprattutto sull’atto in sé, oggettivo, fattuale, e quindi facilmente osservabile.
È necessario evidenziare che world bodies […] have forever struggled with the definition of aggression (Crabb & Rosnow, 1988, pag. 105); Crabb, sulla base di uno studio effettuato con Rosnow, sostiene che “perceived aggressiveness of an action depended on the relative context in which the action is judged, rather than on shared, objective criteria of evaluation”, e che “the relativity of perceived aggressiveness poses serious problems for the maintenance of peaceful relations among nations” (Crabb, 1989, pag.
Anche all’interno del campo della psicologia sociale le diverse impostazioni teoriche hanno prodotto definizioni del concetto di comportamento aggressivo abbastanza discordanti tra loro. Per definire una condotta come aggressiva, è necessario innanzitutto che essa sia stata messa in atto intenzionalmente, e non in maniera accidentale: “Accidental harm is not aggressive because it is not intended. Harm that is an incidental by-product of helpful actions is also not aggressive, because the harm-doer believes that the target is not motivated to avoid action” (Anderson & Bushman, 2002, pag. 29). Martino sostiene che “l’intenzionalità appare caratteristica indispensabile per definire un’azione come violenta” (Martino, 1999, pag. 183).
Tuttavia, malgrado la maggior parte degli studiosi consideri l’«intenzionalità» come un requisito fondamentale per definire una condotta come aggressiva, bisogna notare che qualche studioso considera come aggressivi anche comportamenti messi in atto non intenzionalmente: “Aggression has been defined in two ways in the literature. The definition used by Dollard [...] involved intentional infliction of harm on some target. However, Buss [...] excluded intention from his definition of aggression by suggesting that the term aggression be used to refer to any response delivering noxious stimulation” (Manning & Taylor D.A., 1975, pag. 180).
Le definizioni del concetto di comportamento aggressivo inoltre, mettono spesso in rilievo le conseguenze subite dalle vittime di un tale comportamento. Ursin e Olff sostengono che “aggression may be defined as behavior which threatens or actually results in injury to the psysical, psychological, or sociological integrity of a person” (Ursin & Olff, 1995, pag. 13). Secondo Eibl-Eibensfeldt, si possono “definire aggressivi i moduli comportamentali con i quali gli uomini […] fanno valere i propri interessi nonostante la resistenza di altri individui” (Eibl-Eibensfeldt, 1993, pag. 244).
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