Monti Idraulico a Castel Bolognese: Storia, Alluvioni e Resilienza Comunitaria
Le alluvioni in Emilia-Romagna hanno coinvolto 43 comuni e 21 fiumi e corsi d’acqua esondati.
Le Cause delle Alluvioni
Quando riflettiamo sulle cause di un evento così devastante, è necessario innanzitutto osservare le politiche regionali nella gestione del territorio: la mancata manutenzione degli argini, la pulizia dei letti dei fiumi, ma anche la spaventosa cementificazione calata in quelle zone negli ultimi decenni. Inoltre, dovremo tener conto sia dell’evento estremo che è stato quello che ha colpito l’Emilia-Romagna sia degli effetti del cambiamento climatico, i quali determinano anche precipitazioni violente e concentrate in poche ore provocando vere e proprie bombe d’acqua: piogge intense e di una quantità pari a quella che dovrebbe scendere in sei mesi hanno provocato una catastrofe umana e ambientale, oltre che ad aver messo ancora più a nudo una gestione fallimentare dei corsi d’acqua.
Secondo il rapporto nazionale dell’Agenzia della protezione ambientale italiana, la regione dell’Emilia-Romagna ha cementificato 628 ettari soltanto nell’ultimo anno e di questi, 500 ettari in area di media pericolosità alluvionale, 80 ettari in area di alto rischio idraulico. Secondo i dati ISPRA, l’Emilia-Romagna è quarta tra le regioni italiane con un consumo di suolo compreso tra il 7 e il 9%, oltre la media nazionale del 5%.
Secondo Paride Antolini, presidente dell’Ordine dei geologi della Regione, il lungo periodo di siccità che abbiamo trascorso incide come concausa delle alluvioni poiché un terreno arido non riesce ad assorbire una grande quantità d’acqua. Inoltre, l’urbanistica e lo sviluppo edilizio incontrollato contribuiscono a indebolire il suolo.
Anche se smettessimo oggi stesso di utilizzare combustibili fossili ed emettere C02 le conseguenze di quello che abbiamo emesso finora in termini di eventi estremi, aumento delle temperature e piogge improvvise continueremo a vederne per diversi anni ancora. I climatologi lo ripetono da decenni: il clima è un sistema complesso, non c’è sempre un rapporto lineare e diretto tra le cause e gli effetti, i fenomeni una volta unici e rari si moltiplicano e siccità e alluvioni si alternano, con l’effetto di elevare esponenzialmente il rischio.
È l’imprevedibilità del sistema a rendere il tutto così problematico, per questa ragione nella manifestazione chiamata per il 17 di giugno sotto la Regione dell’Emilia-Romagna si denunciano due grandi opere simboliche della volontà di non voler cambiare nessun paradigma: il Passante di Mezzo e il rigassificatore di Ravenna.
La Risposta dal Basso: L'Esperienza di Castel Bolognese
Durante l’emergenza i mezzi pesanti e le auto spurghi sono stati pochissimi, l’esercito è arrivato dopo giornie nel mentre i prezzi degli stivali e dei badili nei supermercati hanno raggiunto cifre impensabili. Le forme di sciacallaggio sono state molteplici, oltre ai furti, per le strade di Faenza si leggevano volantini con i numeri di chi era pronto a comprare macchine alluvionate a cifre bassissime. Le migliaia di persone scese e salite da diverse zone d’Italia per spalare fango sono state una forte espressione di solidarietà attiva, per quello che ho visto a Castelbolognese, la risposta più efficiente in campo.
La Piattaforma di intervento sociale P.L.A.T è stata fondamentale nella gestione delle persone solidali, circa 11.000 volontarə hanno raggiunto Faenza, e nelle strade piene di fango camminavano a gruppi cercando di capire come rendersi utili. Essere però disponibile ad aiutare chi è stato colpito dalla furia dell’acqua e dalla pesantezza del fango non basta, le compagne e i compagni HubAut Bologna l’hanno scritto molto bene prima di me: we are not fucking angels.
Quando sono arrivata a Castelbolognese, cinque giorni dopo l’alluvione, ho visto un’organizzazione stupefacente. Ogni giorno venivano scaricate tonnellate di cibo e nella tensostruttura della palestra c’erano vestiti per ogni taglia, beni di prima necessità, guanti, stivali, badili e tutto veniva quotidianamente offerto e gestito dalle persone del posto. Nonostante il dramma, l’adrenalina era altissima e il tempo aveva un che di sospeso.
In questa occasione ho intervistato Selene, una ragazza che insieme a tantə ha tirato su il gazebo dal quale sono state gestite tutte le richieste di intervento dimostrando che in alcuni casi l’autonomia dal basso e la solidarietà attiva sono degli elementi centrali per una risposta dignitosa all’emergenza climatica.
Intervista a Selene
Come avete vissuto le settimane precedenti alla grande alluvione? Ve lo aspettavate?
Due settimane prima della grande alluvione, cioè il 2 maggio, è arrivata un’allerta meteo da parte del Comune riguardante una possibile esondazione del fiume Senio. In prima battuta la percezione generale era di incredulità: le allerte meteo arrivano sempre ma raramente si crede possa arrivare un evento così estremo, che poi è davvero arrivato due settimane dopo. Inizialmente c’è stato quindi solo un messaggio di allerta rossa che diceva” piogge intense” scritto dal Comune sul sito dell’Arpat. Quella notte il fiume del Senio esonda colpendo circa il 10% del paese.
Nella realtà dei fatti le istituzioni non hanno messo in pratica nessun vero consiglio e alla fine qualcun si è ritrovato con due metri di acqua in casa. A quel punto la risposta in termini di aiuti da parte della cittadinanza è stata molto forte, in tre giorni le case colpite erano state ripulite, non erano moltissime e tra i contatti che avevamo siamo riuscite ad aiutarci.
Lunedì 15 maggio arriva una nuova comunicazione di allerta rossa e il Comune questa volta decide di emanare un ordine di obbligo di evacuazione per circa 200 abitanti. Non era ancora piovuta una goccia dal 2 maggio. A quel punto pensiamo che l’avviso è esagerato e che fosse fuori luogo obbligare delle persone a spostarsi. Vengono messe giù 60 brandine al palazzetto e si presentano solo in tre, a metà notte inizia a piovere poco e si presentano altre tre persone, la mattina smette di piovere. Tuttə, a quel punto, credevano ci fosse un inutile allarmismo, dicevano: vedi vogliono farci paura, questi esagerano.
Martedì mattina, invece, inizia a piovere e non si ferma più, l’acqua scendeva fortissima e da Casola arrivavano scrosci intensissimi. Ci eravamo riunitə per monitorare i livelli insieme e il grafico era arrivato al massimo: 7 metri sopra il livello normale. Nessuno credeva che potesse arrivare a così tanto e il fiume era ancora dentro gli argini. Riprogrammiamo la pagina mettendo il livello massimo a 9 metri e quando lo riavviamo l’acqua era arrivata a 8.40 metri. È iniziata a scendere solo alle 2 di notte quando sì sotto rotti più punti degli argini e la piena è arrivata.
Una delle cose che più mi ha colpito e mi ha fatto sin da subito capire quale fosse il vostro ragionamento rispetto alle priorità nell’emergenza è stata la vostra richiesta al Comune di tutte le persone che vivono sole, che soffrono di disturbi mentali e che probabilmente non vi avrebbero contattato per farsi aiutare. Siete andati di casa in casa mettendo a disposizione anche un’assistenza psicologica.
I primi giorni abbiamo contemporaneamente aiutato i nostri vicini grazie alla comunicazione fra i referenti del quartiere e affacciandosi alle case lì intorno, con cui non sempre si ha un rapporto, ci siamo rese conto che le persone sole e senza un aiuto erano molte più di quelle che pensavamo. Abbiamo raccolto le prime informazioni rispetto alle situazioni di persone sole e seguite da assistenti sociali che già conoscevamo e nel mentre, avevamo iniziato i lavori nelle case delle persone più anziane.
Lo stesso giorno ci è stato chiesto aiuto da una madre sola con un figlio disabile che vive nelle case popolari di Castello e con lei abbiamo capito che in quella zona c’erano dei casi particolarmente delicati ed erano moltissime le persone seguite da assistenti sociali. Per noi era prioritario l’intervento in quelle zone ma era anche impensabile avvicinarsi a loro senza una conoscenza più personale, entrare nelle loro case pensando di aiutarli non era qualcosa di scontato.
Abbiamo quindi deciso di fare da tramite fra Comune, assistenti sociali, servizi sociali di Castello e anche l’ASP Romagna faentina, molti psicologi volontari si sono messi a disposizione. Incrociando più informazioni siamo riuscitə a intervenire dove c’era bisogno. Per noi ragazzə di Castello la forza è stata quella di essere sul territorio, mentre queste associazioni non sono animate da molte persone e spesso stanno negli uffici, noi eravamo nel territorio e davamo continue segnalazioni. Siamo andatə di casa in casa e abbiamo visto che anche le persone mai state seguite si sono ritrovate in una condizione così tanto di rifiuto rispetto a ciò che era successo che non avevano bisogno degli assistenti sociali o simili ma di un’assistenza psicologica.
Affrontare il grosso trauma della perdita dei ricordi è stata una sfida enorme, soprattutto quando ci parlavano dei libri, gli appunti, le foto, la macchina da cucire, i diari. Molte persone avevano proprio rifiutato e rimosso ciò che era successo e non riuscivano a chiedere aiuto, alcune erano ancora con il fango in casa quando siamo arrivatə. È stato facile per noi alzare la cornetta, contattarci a vicenda e dire abbiamo bisogno di un lavoro tempestivo e a tappeto: chi abita in certe zone diventa il responsabile di quelle vie e il riferimento per quel quartiere, il compito è monitorare e liberare il campo.
Durante le settimane si è creato un certo vocabolario per tutto il coordinamento dei volontari, questa cosa fa sorridere e fa capire anche quanto sia stato un evento eccezionale. Infatti, piccola nota simpatica, nel mio gruppo di amici giochiamo tuttə a giochi di ruolo, organizzare le missioni è qualcosa che ci appartiene e in questo caso, cercando di mantenere l’umore alto, si potrebbe dire di aver vissuto un’altra delle nostre missioni in cui ciascuno doveva mettere in campo le proprie capacità. Liberare una zona significava avercela fatta ma nonostante la tanta solidarietà di Castello andavamo troppo lentə, non eravamo abbastanza e da solə non riuscivamo, anche perché la maggior parte di noi aveva il fango in casa.
Un mio amico di dottorato mi ha chiamata il giorno dopo e mi ha chiesto se conoscessi P.L.A.T, mi disse: sono delle compagne e dei compagni della piattaforma di intervento sociale bolognese, sono una trentina e domani salirebbero per dare una mano. Ho pensato: una trentina? Ma non conoscono il posto, come li gestiamo? A quel punto avevamo capito che c’era bisogno di un punto centrale per mettere in ordine le richieste e gestire i volontari dando indicazioni precise.
Quando entravamo nelle case e scendevamo negli scantinati gli scenari erano molteplici: quando non sapevamo da che parte iniziare per il soqquadro generale, quando c’era da spostare ingombranti mobili, quando da provare a recuperare libri, oggetti, sempre e comunque da “cavare via” il fango.
Gli interventi a Castebolognese sono stati portati a termine tutti in tempi molto celeri, qual è stata la reazione della cittadinanza difronte alla vostra iniziativa e a questa immensa catena umana che ogni giorno si faceva sempre più lunga?
Non c’è stato nessun riconoscimento scritto o ufficiale nonostante fossimo i primi intermediari. La cosa più bella, che ancora succede in questi giorni, è quando vai al bar e senti dire ma ti ricordi quei cinque ragazzi di Piacenza, di Torino, di Modena…non ce l’avremo mai fatta senza di loro. Bisogna dire che nessuno di noi ha messo il nome, non c’erano né associazioni né partiti, è stato un movimento di tutta la popolazione che se voleva, poteva aiutare, c’è stato un grosso riconoscimento informale, quello sì. Le istituzioni ci hanno permesso di vivere dei momenti di socialità fondamentali per riprenderci da ciò che era successo, senza porci le classiche regole come per la festa di Pentecoste.
Nella settimana trascorsa a Castelbolognese sono passate moltissime persone arrivate un da varie zone per spalare fango e aiutare chi ne aveva bisogno. La cooperazione fra sconosciutə ha dimostrato una forte efficienza. Avete idea di quantə volontarə sono passatə e quante richieste sono arrivate?
Di volontarə più di 2000, dal primo venerdì’ avevamo circa 100 volontarə al giorno, nel fine settimana sono arrivate 400 persone da Bologna e in più era partita l’app volontari SOS e si sono presentate tipo altre 600 persone. Questi numeri sono solamente quelli di chi è passato dal nostro gazebo perché nella prima settimana c’erano anche persone che si fermavano a caso senza passare dal coordinamento volontari, li chiamavamo i battitori liberi che andavano da soli nelle case e ad esempio loro non sono stati contati.
Castelbolognese vanta uno dei sindaci più giovani d’Italia e sin dall’inizio è stato in prima linea collaborando insieme a voi. Quali sono stati i vostri rapporti con le istituzioni?
Il sindaco ci ha lasciato carta bianca e si è completamente fidato di noi, il suo non è stato uno scaricare le responsabilità ma investirle su di noi. Anche chi era all’opposizione non c’è stato un momento in cui non si è fidato di lui, pure la componente anarchica bolognese, ma è ovvio… abbiamo fatto una politica per la città in un momento d’emergenza estrema. Un giorno il sindaco disse: «Qui è cambiata la geografia, bisognerebbe riscrivere i libri: non ci sono più dei monti, non ci sono più delle strade, non ci sono dei ponti…d’ora in poi il rapporto col territorio sarà diverso».
La Situazione Dopo l'Alluvione
Si stima, infatti, che dai fiumi pensili regionali siano fuoriusciti circa 400 milioni di metri cubi.
“Vale sempre la pena ribadire che i canali di bonifica sono preposti allo smaltimento delle acque di pioggia del proprio bacino scolante che, nel caso della Romagna Occidentale coincide in massima parte con la porzione di territorio compreso tra il Sillaro a ovest, il Lamone a est, il Reno a nord e la linea della via Emilia a sud - afferma il nostro Presidente, Antonio Vincenzi - Lo stesso discorso vale per le casse d’espansione e gli impianti idrovori. Le casse d’espansione del Canale dei Molini tra Castel Bolognese e Solarolo, quella del Brignani a Lugo, quella di Alfonsine hanno intercettato parte dell’acqua che dai fiumi attraverso le rotte e le tracimazioni è affluita ai canali, ma bisogna considerare che le rispettive portate in gioco hanno un diverso ordine di grandezza. L’inevitabile enorme eccesso di portata che ha sovraccaricato i canali non poteva che portare a vastissimi allagamenti di centri urbani e aree rurali.
La conformazione del territorio di pianura, in lieve pendenza da sud verso nord verso il Reno, ha fatto sì che gli allagamenti, dopo aver fortemente danneggiato e in alcuni casi devastato centri urbani come quelli di Sant’Agata, Spazzate Sassatelli, Castel Bolognese, Solarolo, Bagnara, Barbiano, Lugo, Maiano Monti, Bagnacavallo, Villa Prati, Villanova e altri, si sono lentamente propagati verso le aree a giacitura più depressa. In una di queste sorge il capoluogo del Comune di Conselice, il centro urbano che con Sant’Agata è stato più duramente colpito dall’alluvione, anche per la persistenza dell’allagamento.
Per far defluire l’immenso lago che copriva in modo indistinto Conselice e le aree circostanti si è agito su più fronti. In primo luogo, gli sforzi si sono concentrati nel cercare di alleggerire il carico idraulico del Destra Reno, viceversa ogni altra operazione si sarebbe rivelata inutile. A tal fine sono stati installati gruppi di pompaggio d’emergenza presso la botte Santerno, che all’intersezione tra i due corsi d’acqua hanno sottratto portata al Destra Reno per immetterla nel sopraelevato Santerno. Presso la botte Santerno sono state installate complessivamente 31 pompe tra gruppi forniti tramite il canale dei consorzi di bonifica e della protezione civile e gruppi di privati. Parallelamente, una volta che si è abbassata la quota dell’acqua nel Sillaro, si è effettuata una manovra di apertura della paratoia alla cosiddetta Chiavica Bastia, per alleggerire il Destra Reno di una porzione della portata recapitata dal Canale Zaniolo.
“È stato necessario un grande lavoro di coordinamento, e di accurata pianificazione della tempistica degli interventi - continua Vincenzi - Ciò è stato possibile, oltre che per la straordinaria dedizione degli operatori del Consorzio, grazie a una conoscenza approfondita dell’assetto idraulico maturata in anni di presenza capillare e cura del territorio. Quello della Bassa Romagna è un territorio assai fragile per la sua conformazione naturale che, in assenza dell’azione dell’uomo, lo renderebbe vocato al dissesto.
“Le porzioni di territorio non invase dalle rotte fluviali - prosegue Vincenzi - hanno infatti potuto contare sulla piena efficienza del reticolo di bonifica che ha provveduto a smaltire l’acqua delle piogge cadute nel bacino scolante dei canali. L’esempio di Fusignano ed Alfonsine è significativo. Nel territorio dei due centri urbani il 2 e 3 maggio si sono registrate piogge di quasi 100 mm, una precipitazione severa. Eppure, queste piogge sono defluite in modo ordinato attraverso la rete di bonifica laddove questa non è stata sovraccaricata dall’acqua fuoriuscita dai fiumi.
“Emergenza che non è ancora del tutto superata - precisa Vincenzi. Un evento alluvionale senza precedenti come quello che ha colpito la Bassa Romagna avrà purtroppo una coda molto lunga. Una volta messa in sicurezza la popolazione, bisognerà prontamente passare alla fase della ricostruzione. La rete di bonifica è stata gravemente danneggiata dalle acque limacciose fuoriuscite dai fiumi. Praticamente tutti i canali a valle delle rotte hanno subito interrimenti che ne riducono la sezione fluente e quindi la funzionalità.
In conclusione, le alluvioni in Emilia-Romagna, con un focus su Castel Bolognese, hanno evidenziato la necessità di una gestione del territorio più sostenibile e di una maggiore attenzione alla crisi climatica. La risposta della comunità, con la sua solidarietà e il suo impegno, ha dimostrato che l'autonomia dal basso può essere un elemento centrale per affrontare le emergenze.
tag: #Idraulico
