Storia e Successi degli Idraulici Italiani
Nel Settecento, a parte rare eccezioni, i tecnici impiegavano ancora i metodi tradizionali per progettare e costruire i canali, gli acquedotti e le macchine idrauliche, usando un approccio di tipo comparativo e normativo. Un costruttore di mulini, per esempio, si poneva interrogativi generici sulla grandezza della ruota o sul volume d'acqua, evitando di impostare il problema in termini quantitativi, ossia senza calcolare la portata in unitĂ cubiche al secondo o domandarsi quale fosse il rendimento della ruota espresso sotto forma di rapporto.
Sebbene non quantitativi, i metodi impiegati dai tecnici avevano un elemento in comune con la nuova concezione della scienza emersa nel secolo precedente: la sperimentazione. Per sua natura, lo sviluppo della tecnologia non poteva prescindere dalla sperimentazione e giĂ molto prima del 1700 essa era stata utilizzata in modo sistematico anche in campo idraulico.
Per esempio, nel 1438 gli ingegneri milanesi incaricati di realizzare a Varenna una delle prime chiuse di navigazione europee, ne collaudarono il progetto costruendo una piccola chiusa nel fossato di un castello. Nel 1554 Adam de Craponne, un giovane ingegnere francese, realizzò un canale sperimentale allo scopo di studiare le caratteristiche del flusso idrico prima d'intraprendere la costruzione del canale reale.
Tuttavia, pur essendo a volte sistematica, la sperimentazione tecnologica non prevedeva in genere misurazioni o calcoli quantitativi, non mirava alla formulazione di leggi generali, né si basava su di esse, e i primi tentativi significativi furono effettuati nel XVII e nel XVIII secolo.
Anche se tra i fattori che spinsero alcuni matematici e filosofi naturali ad allargare il proprio campo d'indagine alla tecnologia vi furono, come abbiamo detto, la curiosità e la ricerca di nuovi problemi, tuttavia vi contribuirono fortemente altri fattori. In molti casi, questi studiosi erano sinceramente convinti della possibilità di un'utilizzazione pratica delle proprie ricerche e in realtà l'idea che la scienza possedesse ‒ o avrebbe dovuto possedere ‒ un risvolto utile era condivisa dalle élite intellettuali e dirigenti di tutta Europa.
Ciò favorì, a partire dagli anni Sessanta del Seicento, il patrocinio delle accademie scientifiche da parte dello Stato, come nel caso della Royal Society di Londra e dell'Académie Royale des Sciences di Parigi. Se da un lato l'interesse di una parte degli studiosi legati alle nuove accademie era prevalentemente rivolto a questioni intellettuali astratte, con scarso riferimento alla pratica, dall'altro il ruolo delle burocrazie statali nella scelta dei problemi sottoposti agli accademici divenne sempre più incisivo, soprattutto nell'Europa continentale.
Dalla fine del XVII sec. in poi, il governo francese delegò sistematicamente all'Académie il compito di valutare l'efficacia delle nuove invenzioni e di seguire l'andamento dei progetti tecnologici. Un tacito accordo garantiva il sostegno duraturo della Corona agli accademici disposti a occuparsi dei progetti che interessavano concretamente lo Stato francese.
Anche in altri paesi europei, come la Svezia, la Prussia e la Savoia, l'appoggio della monarchia stimolò filosofi naturali e matematici a occuparsi di problemi pratici. Il re di Svezia, per esempio, patrocinò l'Accademia Svedese delle Scienze nella speranza che la diffusione delle conoscenze nel campo della matematica, della storia naturale e della tecnologia pratica favorisse lo sviluppo economico del paese. Analogamente i membri delle Accademie delle Scienze prussiana e russa erano occasionalmente tenuti ad affrontare problemi pratici.
In altre parti d'Europa, dove le società scientifiche sorsero più tardi o ebbero un minore sviluppo, la spinta ad applicare la teoria alla pratica fu determinata dall'influenza esercitata dai governi sugli istituti universitari. In Italia, alcuni Stati esercitarono pressioni sulle università locali, affinché assumessero o favorissero gli accademici utili agli enti statali preposti al controllo delle acque. Per esempio, il prestigio accademico di cui godette il professore dell'Università di Padova Giovanni Poleni fu dovuto in parte alla sua funzione di consulente d'idraulica del governo di Venezia.
I matematici, i filosofi naturali e gli ingegneri che nel XVIII sec. provarono ad applicare la scienza alla tecnologia seguirono principalmente due modelli fondamentali: l'approccio deduttivo che poneva l'accento sulla teoria, oppure quello induttivo che privilegiava invece la sperimentazione. In genere i matematici accademici e quelli che s'interessavano di meccanica teorica preferivano il metodo deduttivo.
Affascinati dalle possibilitĂ offerte dalla matematica e ansiosi di dimostrare alle burocrazie statali, divenute i loro mecenati, l'utilitĂ dei propri studi apparentemente esoterici, essi s'ispirarono alle leggi fondamentali della meccanica formulate da Galilei e da Newton, derivandone regole generali applicabili ai problemi tecnologici. Quando tali regole erano sottoposte a sperimentazione, erano impiegati apparati sperimentali talmente rudimentali da riprodurre soltanto in modo approssimativo le condizioni di funzionamento reali.
Una rassegna dei tentativi di applicare la scienza a quattro aree fondamentali della tecnologia settecentesca ‒ idraulica, energia idrica, energia eolica e ingranaggi ‒, effettuata tanto dai teorici (o deduttivisti) quanto dagli empirici (o induttivisti), fa emergere due fatti: in primo luogo, entrambe le correnti influirono poco sulla tecnologia pratica, data la complessità dei problemi tecnologici del XVIII sec.
Come molti altri settori tecnologici, nel Settecento l'ingegneria idraulica era un'arte quasi interamente empirica. Questo era senza dubbio il caso dell'Italia, dove il problema del contenimento dei torrenti alpini e appenninici rappresentava una fonte costante di preoccupazione. In questo periodo, le élite al governo di diversi Stati italiani si erano persuase del potenziale valore del nuovo approccio di tipo deduttivo e quantitativo propugnato da Galilei e dai suoi discepoli.
Esse dunque iniziarono a rivolgersi a questi studiosi, allo scopo di integrare il tradizionale approccio empirico degli ingegneri e dei funzionari preposti al controllo delle acque. I fondamenti della teoria idraulica utilizzati da questi consulenti accademici erano stati formulati dai seguaci di Galilei agli inizi degli anni Venti del XVII secolo.
Benedetto Castelli (1577 ca.-1643), collega di Galilei, fu un precursore in questo campo. Nel 1628, nella sua opera Della misura dell'acque correnti, applicò la meccanica deduttiva galileiana al flusso idrico, dimostrando matematicamente che il volume di acqua Q che nell'unità di tempo scorre in un torrente (o anche in un canale) era teoricamente pari al prodotto dell'area della sezione trasversale A del corso d'acqua per la velocità dell'acqua V (Q=AV, equazione di continuità ).
Il Della misura è un trattato puramente matematico che trascura l'aspetto sperimentale e l'applicazione pratica; tuttavia, quando ricevette l'incarico di studiare il contenimento del fiume Reno e, per conto delle autorità veneziane, i metodi per prevenire la sedimentazione nella laguna di Venezia, Castelli utilizzò i calcoli basati sul rapporto da lui stabilito fra volume, area della sezione trasversale e velocità .
Evangelista Torricelli (1608-1647) estese ulteriormente l'applicazione della meccanica galileiana all'idraulica. Nell'Opera geometrica, del 1644, egli sostenne l'analogia fra la caduta libera dei gravi, le cui leggi erano state formulate da Galilei, e un getto d'acqua che sgorga da un piccolo foro praticato vicino al fondo di un recipiente.
In base a tale analogia, Torricelli concluse che la velocità di efflusso V varia in rapporto alla radice quadrata dell'altezza h dell'acqua al di sopra dell'orifizio, così come la velocità di un grave in caduta libera varia in rapporto alla radice quadrata dell'altezza da cui cade. Nei decenni seguenti, Pierre Varignon, Newton e Christiaan Huygens (1629-1695) ampliarono la teoria su base geometrica di Torricelli e diedero alla relazione la sua formulazione algebrica moderna, V=(2gh)1/2.
La scienza idraulica italiana raggiunse il suo apice con Domenico Guglielmini (1655-1710). Come abbiamo giĂ detto, alla fine del Seicento era relativamente diffusa nell'Italia settentrionale la pratica di rivolgersi ad accademici esperti di matematica per la risoluzione di problemi di idraulica.
Rendendosi conto che l'impegno in questo campo avrebbe favorito la sua carriera accademica, negli anni in cui fu titolare di una cattedra all'Università di Bologna, Guglielmini lavorò regolarmente come consulente di idraulica e dal 1686 al 1698 fu sovrintendente delle acque della città . Egli intervenne sia come consigliere del governo bolognese per le opere di protezione, la bonifica delle terre sommerse e i problemi di navigazione, sia come rappresentante della città nelle trattative avviate con gli Stati confinanti per risolvere i problemi del bacino del Reno.
Dopo essersi trasferito a Venezia nel 1698, collaborò regolarmente con le autorità lagunari per mettere a punto metodi di controllo della dinamica fluviale e delle inondazioni, di ripristino della navigabilità dei corsi d'acqua e di preservazione della laguna di Venezia dall'interramento. Il contributo di Guglielmini, inoltre, trasformò l'ingegneria idraulica da attività puramente empirica e pratica in una professione che includeva l'uso degli strumenti matematici.
Occupandosi regolarmente d'idraulica pratica, Guglielmini si rese conto ben presto dei limiti di un approccio puramente deduttivo ai problemi dell'idraulica e si mostrò meno scettico nei confronti della sperimentazione e della pratica di quanto non lo fossero stati Castelli e Torricelli. Per esempio, notò che l'equazione di continuità di Castelli Q=AV conteneva un errore di fondo, in quanto la velocità dell'acqua V variava a seconda della profondità e non c'era modo di stabilire la velocità media.
Nondimeno Guglielmini, come Castelli e Torricelli, rientrava nella tradizione deduttivista e basava il proprio lavoro su osservazioni e ipotesi fisiche elaborate in base a una deduzione geometrica, piuttosto che sulla sperimentazione. Con l'Aquarum fluentium mensura (1690-1691), Guglielmini impresse una svolta alla teoria idraulica, estendendo la legge dell'efflusso di Torricelli alla corrente nei canali a cielo aperto.
L'opera si basa su un modello matematico idealizzato, secondo il quale i fluidi sono costituiti da minuscole sfere lisce e lucide, capaci di muoversi senza generare attrito fra loro o con l'alveo e le sponde fluviali. Le deduzioni che trasse da questo modello indicavano che la velocità dell'acqua corrente aumentava secondo la profondità seguendo un andamento parabolico, così come la velocità di un grave in caduta libera aumentava con la distanza.
Teoricamente tale formula costituiva uno strumento di misurazione della velocità dell'acqua in un canale o in un fiume più accurato dell'equazione di continuità di Castelli. Il secondo trattato di idraulica di Guglielmini, Della natura de' fiumi (1697), è maggiormente influenzato dalla crescente esperienza pratica acquisita con il lavoro di consulente. In questo trattato l'autore formula una teoria per il consolidamento degli alvei fluviali, tuttavia lo fa in modo qualitativo.
Sebbene il lavoro dei pionieri italiani nel campo della teoria idraulica affrontasse problemi pratici e si avvalesse dei rapporti matematici fondamentali, dedotti dall'esperienza acquisita durante il lavoro di consulenza che talvolta erano chiamati a prestare, è improbabile, per vari motivi, che l'antica scienza italiana delle acque abbia avuto un qualche impatto sull'idraulica pratica.
Quando si trattava di consigliare le autoritĂ statali, i teorici di idraulica, quali Castelli, Torricelli e Guglielmini, erano solamente alcune delle voci prese in considerazione. La loro influenza si stemperava nel mare di pareri spesso contraddittori forniti dagli ingegneri pratici, dai filosofi naturali e dai matematici che preferivano i metodi sperimentali.
Gli ingegneri idraulici e persino alcuni di quelli che possedevano una formazione matematica non perdevano occasione di mettere in luce, non senza soddisfazione, i limiti della teoria idraulica, sperando da una parte di incoraggiare la diffusione di metodi piĂą sperimentali, induttivi e pratici, e dall'altra di minare la reputazione degli 'odiati' accademici.
Bernardino Zendrini (1679-1747) ‒ un ingegnere idraulico veneziano con vaste conoscenze matematiche, ma legato alla tradizione pratica rinascimentale ‒ nelle sue Considerazioni sopra la scienza delle acque correnti (1717) mise in discussione l'utilità pratica della teoria idraulica di Guglielmini, dimostrandone l'inadeguatezza rispetto alla complessità dei corsi d'acqua reali.
Analogamente, nel 1728, l'ingegnere militare italiano Luigi Ferdinando Marsili (1658-1730) sostenne che i trattati di Guglielmini erano capolavori teorici, ma privi di valore pratico, in quanto la realtĂ dei fiumi era molto piĂą complessa di quella presa in considerazione dai teorici.
La carriera di Giovanni Poleni (1683-1761) segna una svolta nella storia dell'idraulica fluviale. Come Guglielmini, egli era un accademico italiano che fece carriera grazie all'intenso lavoro di consulente idraulico. Il primo progetto importante a cui prese parte riguardava la sistemazione degli argini e della foce del Sabbadina ‒ un canale di sfogo delle acque alluvionali del fiume Adige ‒ realizzato negli anni dal 1716 al 1719 per conto delle autorità veneziane.
All'inizio del Settecento pubblicò due importanti opere, il De motu aquae mixto (1717) e il De Castellis per quae derivantur fluviorum aquae habentibus latera convergentia liber (1718), entrambe dedicate a problemi pratici, quali l'accumulo di materiali sedimentari nella laguna di Venezia e il controllo delle inondazioni.
Con il primo trattato, che aveva un carattere più teorico, Poleni tentò di estendere la teoria idraulica al movimento misto delle acque, ossia ai casi in cui si verificasse un'interazione fra acqua stagnante e corsi d'acqua in movimento. Formulando la sua teoria con l'ausilio del calcolo differenziale e della geometria analitica tridimensionale, egli si lasciò alle spalle i metodi geometrici di derivazione impiegati dai suoi predecessori galileiani.
Insieme a Edme Mariotte (1620 ca.-1684), egli fu il primo a effettuare collaudi idraulici quantitativi su larga scala. Nelle sue opere usava esperimenti per determinare o verificare i rapporti fra variabili, quali velocità , corrente e sezione trasversale dei corsi d'acqua; alcuni risultati da lui ottenuti in questo modo ‒ per esempio la scoperta che ai fini del calcolo del volume le dimensioni dello sbocco del canale erano più importanti di quelle dell'imbocco ‒ ebbero ripercussioni pratiche sulla...
Belleli Offshore s.r.l. di Taranto
L’archivio privato della Belleli Offshore s.r.l. di Taranto è l’archivio di una delle principali imprese del distretto industriale tarantino della seconda metà del Novecento. Il boom economico aveva portato a un rapido aumento delle commesse del gruppo nei suoi settori di interesse e, quindi, del suo fatturato. Agli inizi degli anni Sessanta Belleli era riuscito ad entrare nel IV Centro siderurgico di Taranto ottenendo commesse importanti, al punto che Rodolfo aveva deciso di costruire nella città jonica il suo secondo stabilimento industriale, vicino all’Italsider.
Il nuovo impianto tarantino permise negli anni Ottanta l’allargamento al settore offshore delle piattaforme per l’estrazione del petrolio. Tra gli anni Ottanta e Novanta la Belleli Offshore s.r.l. di Taranto ottenne commesse di grande prestigio in tutto il mondo; la società riuscì, infatti, a sviluppare e brevettare piattaforme per l’estrazione del petrolio in mare aperto che in breve si imposero nei mercati internazionali.
Tra i più grandi successi della società ci fu la costruzione della piattaforma URSA che, consegnata il 10 giugno 1998, rappresentò la più grande piattaforma offshore mai realizzata. La Piattaforma URSA, commissionata dalla Shell e ancorata nel golfo del Messico per l’estrazione del petrolio. Nel corso degli anni Novanta la metà delle piattaforme petrolifere ancorate nei mari del mondo portava il marchio Belleli Offshore s.r.l.
Nel 1995, dopo una serie di errori finanziari che provocarono un buco da 1.300 miliardi di lire, la conseguente bancarotta fraudolenta e il coinvolgimento dei vertici aziendali nelle indagini di Tangentopoli, il gruppo entrò in una fase di profonda crisi. La Belleli Offshore s.r.l. di Taranto fu prima posta in amministrazione controllata, poi separata dalla Belleli s.p.a. di Mantova, infine la proprietà dalla famiglia Belleli passò a una cordata di banche creditrici che diventarono azioniste.
I tentativi del presidente Renato Cassaro di salvare l’azienda ebbero vita breve e nonostante i successi internazionali e il portfolio di commesse, il fallimento fu inevitabile. L’archivio della Belleli, con il fallimento della società , rimase presso la sede dell’azienda per alcuni anni.
Nel 2003, vista la necessità di sgomberare i locali ad essa appartenuti, la Procura di Taranto autorizzò la donazione dell’archivio al Comune di Taranto e la documentazione fu trasferita presso la sede dell’archivio comunale. Nel 2019 la Soprintendenza archivistica e bibliografica della Puglia e della Basilicata con il contributo economico iniziale del MiBACT e con l’impegno dell’Amministrazione comunale a partecipare alle spese, ha dato avvio a un intervento di schedatura, riordinamento e inventariazione dell’archivio, affidato all’archivista libero professionista dott. Daniele Librato, con la direzione dei lavori del dr.
L’archivio consta di circa 450 metri lineari di documentazione in faldoni, di alcune migliaia di disegni di progetti su carta e lucidi conservati in scatole e in rotoli, di 8 schedari contenenti documentazione cartacea e floppy disk. L’archivio conserva documentazione relativa alla gestione amministrativa dell’azienda, costituita da corrispondenza, fascicoli relativi agli appalti, ai contratti firmati, alla gestione del personale.
La maggior parte dell’archivio è però costituita dai documenti tecnici relativi alle piattaforme realizzate, vale a dire disegni e progetti, verbali dei gruppi di lavoro, materiale di studio e preparatorio, documentazione relativa alle procedure per ottenere le certificazioni dei singoli componenti e delle modalità di assemblaggio. Per questa parte sarà necessario valutare diritti di proprietà industriale pendenti sui progetti e sui disegni delle piattaforme.
Accanto agli studi tecnici, l’apertura dell’archivio agli studiosi permetterebbe di ricostruire le vicende industriali di una delle principali realtà aziendali di Taranto e di conseguenza i suoi riflessi su tutto il territorio jonico. La Belleli è, infatti, il tipico esempio di realtà industriale italiana che a una gestione prettamente familiare ha unito il “saper fare” italiano e una certa abilità nell’imporsi sui mercati internazionali. Questo tipo di aziende, sorte per lo più nel Nord Italia, sono state il motore trainante del boom economico e hanno finito per svolgere un ruolo fondamentale nella storia non solo economica ma anche sociale, politica e culturale del Paese.
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