Salvatore Bagni: Il dramma della perdita del figlio Raffaele e la forza di rialzarsi

Salvatore Bagni, ex centrocampista del Napoli di Maradona, oggi ha 68 anni e gira il mondo a scovare nuovi talenti del calcio. In passato è stato un grande giocatore di Napoli (dove ha vinto uno scudetto) e Inter, su tutte, nonché della Nazionale azzurra. La sua amicizia con Diego Armando Maradona è una delle più solide che Dieguito ha avuto fin prima di morire.

Al Corriere della Sera, Bagni ha rilasciato un'intervista in cui racconta molti aneddoti della sua vita, non solo da calciatore affermato. L'ex campione è tornato a Napoli e ha fatto una toccante rivelazione. Salvatore Bagni è tornato a Napoli e lo ha fatto per presentare un libro autobiografico dal titolo "Il Guerriero", scritto insieme con lo psichiatra partenopeo Ignazio Senatore.

Nel libro, Bagni parla di calcio, ma non solo. E’ un volume sofferto. L'ex centrocampista del Napoli è tornato a parlare della tragedia che sconvolse la sua vita. Salvatore Bagni è stato uno dei pilastri del Napoli di Maradona. Oggi a 66 anni, ha deciso di raccontare le emozioni del primo storico scudetto azzurro insieme a Bruno Giordano, uno dei compagni di quella impresa.

La tragica scomparsa del figlio Raffaele

Un guerriero dentro e fuori dal campo con il sorriso sempre stampato sul volto, quasi a esorcizzare il dolore che ha subito a causa della morte di suo figlio Raffaele, che nel 1992 aveva 3 anni. Il 3 ottobre del 1992 morì il figlio Raffaele, tre anni ancora da compiere, decapitato dallo scoppio dell’airbag in auto.

Una tragica fatalità avvenuta trent'anni fa: "Tutta la famiglia era in macchina, andavamo a 40 allora, pianissimo. L’incidente e l’airbag che si è aperto. E una vita spezzata. Solo con la forza di tutti i familiari siamo riusciti a superare questa tragedia. Mi prendo molti meriti anche io. E ovviamente anche mia moglie è stata molto forte, anche se io l’ho convinta a vivere la vita, a dare un cambio di passo. Questo dolore l’abbiamo vissuto in modi diversi. Eravamo ad un bivio e allora ti dici, cosa faccio? Siamo stati più compatti di prima, vicini ai nostri figli che sono stati seguiti da psicologici ma per fortuna non hanno risentito di niente. E poi anche l’episodio macabro: la bara del piccolo trafugata dal cimitero".

La morte del figlio in un incidente d'auto Nel 1992 il figlio Raffaele morì fra le braccia di Salvatore Bagni. Aveva 3 anni. «Eravamo tutti e cinque in macchina, guidava mia moglie - racconta al Corriere -. Stavamo andando pianissimo, a 38 km/h. Un’auto non rispettò lo stop e andammo a sbattere contro un muretto. È stata fatale l’apertura dell’airbag. In quel momento ce l’avevo in braccio e non sedeva dietro perché era stato appena allattato e temevamo che potesse vomitare. Noi genitori abbiamo cercato di restare vicini ai suoi fratelli, affidandoci a degli psicologi anche per quello che è successo dopo».

Il trafugamento della salma e il tentativo di estorsione

Proprio così una vicenda straziante e che assunse anche contorni macabri. Un mese dopo la morte qualcuno profanò la tomba del piccolo Raffaele, sepolto nel cimitero campagnolo di Cesenatico, portando via la bara con il corpicino e poi cominciò a tempestare di richieste di riscatto la famiglia. Qualcuno pensò a qualche setta satanica ricordando i cimiteri profanati, i riti esoterici e anche gli arresti che segnarono in quegli una certa Romagna notturna.

La salma poi, venne trafugata. «Ce l’hanno portato via per la seconda volta. Saranno stati almeno in quattro a scavalcare il cancello e a entrare in quel cimitero, prelevando la bara dall’alto. Ci chiesero dei soldi, 300 milioni di lire, anni dopo un procuratore ci disse che probabilmente sarebbero serviti per finanziare il sequestro Soffiantini. Alle chiamate dei sequestratori rispondevo direttamente io, dovevo cercare di intrattenerli il più possibile per far sì che i Ros li intercettassero. Li avrei pagati, ma me lo impedirono. Un giorno ci accordammo, ci saremmo dovuti incontrare a Predappio. Mi misi alla guida con una valigetta di soldi falsi e il giubbotto antiproiettile».

Bagni rivela di non aver mai desiderato avere un altro figlio dopo questa terribile esperienza: «Non esiste la copia di un figlio. Ne avevo già avuti tre, avevo già la mia famiglia. Decisi di farmi sterilizzare».

Il mancato aggancio con i banditi

Salvatore Bagni poi rivela come andò con i rapitori della bara del figlio Raffaele: «Avevo una macchina dietro e tre agenti del Ros nascosti con me. Dovevo avere una bicicletta sul tettuccio così che i sequestratori mi potessero riconoscere, poi mi avrebbero lanciato dei segnali luminosi dopo una quarantina di chilometri. Abbiamo ripetuto il tragitto per tre o quattro volte, nessuno si è fatto vivo. Forse avevano capito che non ero solo, forse non mi hanno visto. Quel giorno c'era una nebbia fittissima».

“La foto della bara lasciata sul parabrezza dell’auto in un giorno di nebbia, sembrò tutto così assurdo. Un mese con i carabinieri in casa, aspettando una telefonata. Vi fu solo silenzio. Io penso che Raffaele ci sia, ogni giorno, il problema non è quel corpo che non è più al cimitero perché io ho fede. Sono trascorsi tanti anni, ancora spero che un giorno qualcuno di quei rapitori, perché saranno stati almeno quattro per mettere a segno quella cosa orribile, dica cosa accadde” l’appello dell’ex campione.

La forza di andare avanti

"Dietro il sorriso ci sono anni di angoscia e dolore, quando perdi un figlio sei a un bivio. Ho dovuto darmi forza per sopravvivere" racconta al Corriere della Sera l'ex calciatore. Una tragedia che sconvolse la sua vita ma che non ha impedito a Bagni di rialzarsi: "La foto della bara lasciata sul parabrezza dell’auto in un giorno di nebbia, sembrò tutto così assurdo. Un mese con i carabinieri in casa, aspettando invano una telefonata. Raffaele c’è ogni giorno, lo sentiamo accanto a noi. Il problema non è quel corpo che non è più al cimitero perché io ho fede. Ma subito ci siamo preoccupati degli altri figli. Io ho fatto finta di essere meno piegato dalla vicenda, ma ero quello più sconvolto. E ora con il sorriso positivo affronto la vita.

“Se ho mai pensato a un altro figlio dopo la sua morte? Non ci sarebbe stato nulla e niente che avrebbe potuto sostituirlo, io e mia moglie Letizia ne eravamo convinti. E così presi una decisione. All’epoca non era neanche legale, però fui determinatissimo: non avrei voluto altri figli neanche per errore. Non l’ho raccontato nel libro, lo rivelo qui a Napoli perché non ho problemi a parlare di quella storia. Io e Letizia affrontammo lo stesso dolore in due modi differenti. Io l’ho convinta a vivere la vita” ha detto emozionato.

Un dramma che lo ha segnato, rivela, è quello della morte della mamma: «Venne a mancare il 16 dicembre del 2004. Io e mia moglie stavamo per andare in Sri Lanka, avevamo già prenotato tutto. Ma decidemmo di ritardare il viaggio e di virare sulle Maldive. Dieci giorni dopo ci fu uno dei più violenti tsunami di sempre che devastò il Paese. I morti furono oltre 200mila». Lo tsunami però colpì anche le Maldive, ma l'ex del Napoli sottolinea: «Molto meno. Eravamo in spiaggia, per fortuna non nei bungalow. Ricordo l'enorme massa d’acqua e un rumore che non si può dimenticare. Mia figlia rimase paralizzata dalla paura, per salvarla la presi di peso e l’attaccai a un albero».

Un rapporto speciale con Maradona

C’è stato spazio anche per parlare di Maradona. “A casa mia c’è sempre una stanza libera per Diego. Vincemmo lo scudetto grazie a lui, alla sua classe e al coraggio che trasmetteva a tutti noi” ha concluso Bagni. Salvatore Bagni e Maradona, un rapporto nato a Napoli e che ha segnato un'amicizia e vera e profonda negli anni. «Arriviamo a Napoli insieme, nel 1984 - spiega Bagni al Corriere -. Io insieme a mia moglie, lui con altre 10 o 15 persone. Eravamo agli opposti, a me non piaceva uscire la sera. Ma fra noi la stima fu immediata perché lo trattavo da Diego e non da Maradona. Se avevo qualcosa da dirgli, glielo dicevo. Abbiamo passato nottate intere a discutere di cose che gli scottavano».

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