La Storia di Via Fosso dei Bagni a Scafati: Un Viaggio tra Devozione e Tradizione

Per comprendere il curioso nome dato alla Madonna dei Bagni di Scafati bisogna tornare indietro di diversi secoli, fino al 1500!

In quel periodo, lungo la strada consolare che da Napoli conduceva a Reggio Calabria, in una zona limitrofa della grande Nocera de’ Pagani, era posta una piccola edicola votiva con un’icona della Vergine Maria.

“Accosto alla Cappelletta rurale dove stava la sagra Immagine, vi era un picciolo lagherello di acqua parte sorgiva, e parte collettiva, essendo il luogo tutto paludoso, come si è anche dì d’oggi, e vicino cui i porcaj portavano gli animali immondi per farli rinfrescare ne’ calori in quelle lote e acqua.

Una fonte miracolosa, dunque, sgorgava nei pressi dell’edicola. In pochissimo tempo accorse alla sorgente una moltitudine di fedeli, molti di essi malati, che nel tentativo di mondarsi da ogni male fisico e spirituale si immergevano interamente nelle acque sacre.

Da qui il nome di “Madonna dei Bagni“.

“…molti colà per devozione della SS.

Il culto della Madonna dei Bagni crebbe a dismisura, al punto che fu opportuno prendere degli accorgimenti.

Innanzitutto intorno alla fonte fu costruito un muro, per evitare che chiunque si gettasse al suo interno imputridendola.

La piccola edicola votiva fu prima trasformata in cappella con annessi locali per il ricovero dei pellegrini.

Dopo l’eruzione del Vesuvio del 1631 fu costruito non lontano il santuario a tre navate tuttora esistente.

L’edificio sacro venne un po’ alla volta impreziosito di marmi e dipinti a seguito delle donazioni di numerosi devoti, anche altolocati.

La notorietà della Madonna dei Bagni crebbe anche grazie a una serie di prodigi che le fonti riportano, attribuibili in gran parte alle acque miracolose.

Il Gualtieri, nella sua biografia di S. Pasquale Baylon, riporta una particolarità.

E fino a pochi decenni fa presso la maggior parte delle famiglie dell’Agro Nocerino Sarnese vi era l’usanza, la sera della vigilia dell’Ascensione, di mettere in ammollo dei petali di rosa in un bacile.

La festa della Madonna dei Bagni di Scafati si celebre tutt’oggi a partire dal mercoledì precedente all’Ascensione (quindi varia a seconda del calendario liturgico, come la festa della Madonna delle Galline di Pagani).

La sfilata dei carri abbelliti (moderne derivazioni dell’antico “Carrettone“), il “chirchio” (un cerchio di bicicletta adornato con fiori di carta, immagini sacre e penne di galline) spinto da un bastoncino, danze e canti folkloristici, il rito del “pennellamento” con il quale si intinge una penna di gallina nell’olio santo per benedire il popolo.

Oggi il fonte è stato coperto da una struttura in cemento e non è più possibile immergervisi dentro. Intorno vi sono dei rubinetti dai quali sgorga ancora l’acqua miracolosa.

Oltre cinquecento anni di tradizione e devozione verso la Madonna Dei Bagni, raccontati attraverso le immagini delle maioliche che stanno impreziosendo l’antica fonte miracolosa, nota come “o fuoss e vagne”.

L’ultimo pannello, composto da 48 mattonelle in ceramica 20×20 è stato completato ed esposto ai fedeli sabato mattina.

Una cerimonia ristretta, nella quale frate Luigi D’Auria ha benedetto l’opera.

Realizzata dal giovane artista Raffaele Ascolese, la maiolica è stata donata per devozione dalla famiglia di Aniello Garda e Carmela D’Auria.

“…Nei Vespri dell’Ascensione del Signore nei quali con meraviglia nasce, e poi in poche ore si secca un’acqua giovevole a purgare le cuti da varie specie di mali…”; si legge nello storico documento, custodito nel Santuario edificato nel settecento, come racconta l’avvocato Franco Fabiano, appassionato di storia del Santuario.

Il pannello donato dalla famiglia Garda è il terzo, e si colloca all’interno dei lavori di riqualificazione della fonte cominciati nel 2019, così da renderla maggiormente fruibile e testimoniare la secolare devozione dei fedeli non sono di Bagni, ma di tutto l’agro nocerino.

“Già affissa una maiolica che rappresenta il quadro custodito nel Santuario, e un’altra che rappresenta il momento in cui il maialino scopriva la fonte” spiega Fabiano.

Scrivendo ad un amico palermitano Pacichelli descrive ciò che accadeva durante la festa dell’ascensione.

La festa, il pellegrinaggio, i canti, le guardie a custodia della fonte miracolosa.

Così si sta andando a completare il lavoro di riqualificazione del luogo, che abbraccia anche la chiesetta e le strutture adiacenti”.

Le testimonianze sulle capacità taumaturgiche, in particolare delle patologie cutanee, risalgono al 1500 e passano attraverso i vari riti connessi al culto quali il “bacile con le rose”, la benedizione del “fosso”, l’unzione con l’ olio benedetto.

Si raccontano anche momenti della festa dai caratteristici carretti alla tammorra, simboli di una tradizione che secolo dopo secolo, si rinnova a testimonianza della fede e delle radici culturali di un popolo.

Si tramanda che un maialino affetto da rogna, con il corpo interamente ricoperto da piaghe, si sia soffermato davanti ad un antico sacello rurale e per grattarsi, si sia rotolato sul terreno spingendosi sino ad una pozza acquitrinosa.

Rialzatosi dal fango, i coloni intenti a lavorare la terra e a governare altri animali, avevano notato con grande stupore che la cotica del maialino aveva riacquistato il suo colorito roseo da lattante, guarendo completamente dalle piaghe.

Da allora, la memoria del luogo ricorda che quella cavità fu denominata la Fossa della Porca, e divenne meta di pellegrinaggi e di abluzioni rituali, specialmente in agosto, mese dell’accaduto leggendario.

Questa tradizione, risalirebbe al periodo pre-cristiano essendovi stati rinvenuti nei pressi dell’acquitrino dei resti di una remota colonna ed essendo il sacello pagano della terra d’Angri, situato sull’antico asse viario della necropoli pompeana di Porta Nocera.

Nel sec. XII, vista l’inestinguibile affluenza dei pellegrini, il sacello fu ampliato poco per volta sino a divenire, alla fine del ‘600, un santuario mariano custodito da un eremita.

Nel nuovo perimetro, rientrò anche la fossa, che era quadrata e non molto grande.

Questa fossa, quasi asciutta e fangosa tutto l’anno, si racconta che nella notte dell’Ascensione della Vergine, prendesse a zampillare d’acqua limpida e copiosa dalle virtù taumaturgiche.

Così, la Fossa della Porca divenne il Fosso de’ Bagni ed il Santuario fu conosciuto in tutto il Regno di Napoli come quello della Madonna de’ Bagni.

Agli inizi del ‘900, con legge 29 marzo 1928, n. 621, la zona di territorio sulla quale si trovava la Chiesa di Santa Maria dei Bagni con annessi edifici, fu traumaticamente sottratta ad Angri per essere aggregata al comune di Scafati (per il c.d. riparto patrimoniale).

Alcuni studiosi ritengono che la leggenda del porco guarito, sia stato immaginato dopo il ritrovamento di una statuetta fittile a forma di maialino, probabilmente un ex-voto, proprio in quel luogo.

Oggi, all’alba dell’Ascensione molti fedeli raccolgono in fiaschi e bottiglie l’acqua prodigiosa del fosso (restaurato nel peggiore dei modi e togliendovi ogni sacralità) per cospargersi il corpo al fine di scacciare il Male e le malattie.

Sempre nell’Ascensione, ma di notte, i pellegrini con un velo o un fazzoletto tra le mani fanno il periplo della chiesa appoggiandolo alle pareti interne del prezioso santuario di marmo policromo, per assorbirne tutta la Grazia che vi regna e portarla nelle proprie case.

A Bagni, secondo i cultori del luogo che hanno quale riferimento culturale le ricerche di Roberto De Simone, si sostiene che la canzone che accompagna la danza sia d’inequivocabile origine pagana e racconti la triste storia di una fanciulla che nasce come Venere in mezzo al mare, divenendo presto preda dei pirati.

A me piace ricordare un’altra cantata del luogo, che fa: - Jamme ‘e Vagne cu’ sciore 'e papagne, e si nun ce jammo auanno: auanno che vene sola sola, auanno che vvene co' uaglione, e auanno zita zita che vvene co' marito, auanno a vrazz’ a vrazz’, che vvene co’ cincene 'mbraccio[1]. [1]Traduzione: Andiamo a Bagni con mazzettini di papaveri, e se non ci andiamo quest’anno: l’anno prossimo ci andrò da sola, l’anno prossimo ancora con il mio fidanzato, l’anno prossimo ancora, da zitella che fui ci andrò con mio marito e braccio sotto braccio porterò il nostro piccolo tra le braccia.

Le emozioni indelebili della festa risalgono a quando ero un bambino e ne attendevo con ansia l’arrivo insieme agli amici.

Chi andava per il gusto di divertirsi e chi, invece, si lasciava trasportare dall’atmosfera incantata di fede seguendo gli adulti in preghiera; anche questo ha maturato in noi un senso di comunità e appartenenza a una grande famiglia.

Malgrado la povertà e il lavoro duro nei campi ci si aggrappava con fede alla vita, affidandosi a Maria.

Oggi, raccontando ai bambini della nostra parrocchia le emozioni che ho vissuto e che vivo ogni anno, mi sento parte di un grande fuoco che alimenta in me l’amore per ciò che è stato e ciò che sarà e sento forte la responsabilità di testimoniare la bellezza e lo spessore delle nostre tradizioni.

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