Bagni Ebraici di Siracusa: Storia e Architettura di un Miqweh Millenario

Nel cuore pulsante di Ortigia, avvolti dal profumo del mare e dal caldo abbraccio del sole siciliano, si cela un luogo che custodisce la memoria di un'antica comunità: i bagni ebraici di Siracusa.

Esiste l’isola di Ortigia, quella delle chiese, dei monasteri e dei lussuosi palazzi, tronfia nel mostrare, quasi esibire lo splendore del barocco siciliano. Proprio nel cuore di Ortigia, fra le viuzze chiamate “rua” o “ruga”, è possibile ancora oggi visitare uno dei più antichi bagni ebraici d’Europa. Il miqweh si trova esattamente nell’antico quartiere ebraico, la Giudecca, dove sono evidenti le tracce dell’antica comunità ebraica di Siracusa.

La Giudecca: un Quartiere Ricco di Storia

La presenza ebraica a Siracusa risale al I sec. d.C. e nel 1431 fu concesso loro di abitare un intero quartiere nel cuore di Ortigia, la Giudecca. Faceva parte del quartiere ebraico il vicolo I alla Giudècca, la via del Crocefisso, fino alla contrada “di li muragli”, dove sorgevano piccole case con giardini e vigne. Molte case ebraiche sorgevano in contrada “del pozzo che sbruffa”, il cui nome si riferiva, probabilmente, a un pozzo collegato al mare da cui fuoriusciva acqua.

Il quartiere era punteggiato da edifici che avevano un piano inferiore dedicato ai commerci, a cui erano annessi cortili con pozzi e giardini, e un piano superiore adibito ad abitazione. Il centro delle attività commerciali erano le cosiddette platee, termine che può indicare sia le piazze che le vie commerciali con le botteghe.

La Scoperta del Miqweh di Casa Bianca

Il miqweh di Siracusa, uno dei più importanti d’Europa, è quello di Casa Bianca, scoperto casualmente nel 1989 durante i lavori di ristrutturazione di un palazzo. Non tutti conoscono l’esistenza del bagno ebraico di Siracusa e sono ancora meno coloro che sanno come è stato scoperto.

Al tempo del ritrovamento, il quartiere era in stato di completo abbandono, non vi erano luci nelle strade, né negozi. La famiglia della marchesa Daniele, decise di acquistare e ristrutturare un palazzo nel cuore della Giudecca, Palazzo Bianca, una struttura che si trova in via Alagona e attualmente ospita un albergo turistico.Nonostante il palazzo fosse sommerso di spazzatura e vandalizzato, durante il recupero architettonico, si accorsero che contigua ad un cortiletto, c’era una costruzione senza alcun acceso. Sopra questo blocco, vi era una stanzetta e allora intuirono che doveva esserci qualcosa sotto di molto prezioso.

Così, con opera certosina e spinti dalla voglia di riportare alla luce un passato prezioso appartenente alla storia millenaria dell’isola di Ortigia, cominciarono a bucare il muro e trovarono una piccola stanzetta piena di terra, con una volta a crociera. La ripulirono e scoprirono con grande sorpresa l’esistenza di una lunga scala. I lavori di sgombero dei detriti richiesero molto tempo e un grande impegno economico. Alla fine dei lavori di scavo, sgombero e restauro, vennero alla luce 58 gradini che formavano tre rampe di scale alla fine delle quali si aprì alla vista una grande sala, sommersa dalla fanghiglia, ma di grande magnificenza.

La sala aveva forma quadrata, con quattro colonne che sostenevano una volta a crociera perfetta e, attorno a queste, vi era un ambulacro che le includeva tutte, con volte a botte. Tutto intorno alla sala correva un sedile, scolpito nella pietra viva, a diciotto metri di profondità. Nel pavimento c'erano tre vasche poste a trifoglio con all’interno dei gradini.

Durante la ripulitura dal fango, nel fondo delle vasche, ritrovarono anche dei cocci di ceramica delicatissima e delle piccolissime lucerne. Con l'aiuto di esperti del restauro, riuscirono a datare la chiusura di quel luogo: la fine del 1400. I nobili Daniele, cominciarono così un'affannosa ricerca fra testi e libri antichi, contattarono esperti e professori e fecero ordine fra le informazioni a loro disposizione: avevano scoperto un antico bagno ebraico, che serviva per la purificazione prima dei rituali.

Architettura e Funzionalità del Miqweh

Il Miqweh: bagno ebraico sede di riti e purificazioniProprio nel cuore di Ortigia, fra le viuzze chiamate “rua” o “ruga”, è possibile ancora oggi visitare uno dei più antichi bagni ebraici d’Europa. Il miqweh si trova esattamente nell’antico quartiere ebraico, la Giudecca, dove sono evidenti le tracce dell’antica comunità ebraica di Siracusa.

Il bagno della Giudecca non solo presenta tutte queste caratteristiche ed altre, ma la sua struttura e la tecnica di costruzione ne fanno un esemplare antichissimo - simile a quelli descritti nel Talmud - poiché è scritto: "Se uno è sceso a fare il bagno d'immersione " questo significa che il mikvè scavato in profondità, come è quello della Giudecca, è uno degli esempi più antichi, una preziosa testimonianza delle remote origini della comunità ebraica siracusana, le cui tecniche di costruzione, alla data di realizzazione del bagno, erano ancora quelle utilizzate in Palestina fino al V sec. d. C. e singolarmente condivise con la struttura di alcune fonti greche del 1200 a. C., ma questo è ben altro discorso.

Il miqweh, situato a 18 metri sotto il livello stradale, circa metri 12 metri, scendendo da una ripida scala scavata nella roccia. È alimentato alimentato da acqua pura sorgiva con diverse lvasche, grandi e piccole e pilastri in conci sovrapposti e ben squadrati di calcare per sostenere le antiche volte di epoca greca cavate nella roccia ed è fra gli unici bagni rituali meglio conservati integralmente in Europa.

Le vasche erano alimentate da pura acqua sorgiva, che sgorgava dal sottosuolo. Tutto intorno corre un sedile scolpito nella pietra. La falda era già conosciuta nell’antichità per l’esistenza nella zona di due pozzi greci. La stanza è fresca e addolcita da luci tenui e soffuse che creano un’atmosfera suggestiva, capace di suscitare il ricordo di questo luogo quando era ancora al colmo della sua attività.

Anticamente, infatti, ed in particolare a Roma, non era difficile incontrare Ebrei praticanti battezzati secondo la simbolica del Galileo e si deve pensare che costoro venissero "battezzati" in quegli stessi bagni che servivano per la regolare purificazione rituale ebraica. Che il bagno citato sia un bagno rituale ebraico è da ritenersi certo sia per la struttura sia per alcuni parametri cui risponde appieno: il Berakhot (Trattato delle Benedizioni) del Talmud Babli, ultimato nel 501 d.C.

Secondo le Scritture, l’immersione in acqua era necessaria per riacquistare la purità rituale e dunque poter accedere al luogo di culto. Tale sito, centro della vita spirituale giudaica, testimonia l’esistenza di una comunità ebraica siracusana tra le più antiche di tutto il Mediterraneo. Il miqwé, bagno di purificazione rituale, situato a 18 metri sotto il livello pedonale ed alimentato da acqua pura sorgiva, è fra gli unici bagni rituali in Europa che conservi a tutt’oggi la sua integrità e il suo fascino.

La Funzione Purificatoria del Miqweh

Nella comunità ebraica i rituali di purificazione assumevano un ruolo fondamentale. Nella memoria collettiva dei siracusani era rimasto il ricordo dell’esistenza di una sinagoga che oggi si può con sicurezza far coincidere con la chiesa comunemente detta di San Giovannello, alla quale si collega il miqweh di Casa Bianca (oggi propietà della signora A. Danieli).

Cadde poi nell’oblio sino alla riscoperta da parte della signora Danieli. Si tratta di un vano ipogeico ricavato nel vivo della roccia a oltre 10 metri di profondità rispetto al suolo di calpestio servita da una scala rettilinea di 52 gradini a 3 rampe con copertura a botte; lungo le pareti del vano scala sono visibili gli incavi ove si collocavano le torce per l’illuminazione. Al termine della scala venne ricavata una vaschetta lavapiedi della misura dell’ultimo gradino di recente messa a nudo: l’acqua che vi affiora proviene dalla stessa falda che alimenta le vasche rituali.

La vaschetta rappresenta il primo atto del complesso rituale di purificazione seguito dai frequentatori del bagno. La sala ipogeica è di forma quadrata (m 5 per lato) con volta a crociera supportata da quattro pilastri risparmiati nella roccia che supportano anche le volte a botte che rappresentano la copertura dei corridoi che corrono lungo il perimetro della stanza. Lungo le pareti sono visibili i sedili.

La volta a crociera sovrasta per un’altezza di m 2,23 tre vasche disposte a trifoglio, ma il progetto originario prevedeva l’escavazione di una quarta vasca, lavoro che non fu mai portato a compimento per motivi al momento sconosciuti. Sul piano di calpestio, rivestito di cocciopesto, le vasche sono state scavate ad una profondità di c.ca m 1,40 - con una capacità di 250 litri - e sono munite di 6 gradini che facilitavano l’immersione.

Altre due vasche precedute da corridoi, furono ricavate forse successivamente in due recessi laterali - ad oriente ed occidente - per garantire un bagno in totale privacy; il lavoro per realizzare un terzo ambiente, venne interrotto perchè fu intercettato un pozzo greco probabilmente ancora in uso. Prossima alla scala una vasca circolare nella quale dall’alto, attraverso un pozzo scavato per la profondità necessaria, gli ebrei potevano calare le stoviglie che, qualora acquistate dai gentili, dovevano essere purificate per immersione.

Condizione imprescindibile per un miqweh è che esso “deve essere costruito nel terreno o costituire parte integrante di esso, non può essere un recipiente mobile, nè può contenere acqua trasportata ma solo acqua che fluisce da una sorgente e si raccoglie o acqua di fiume che è a sua volta alimentata da una sorgente, o acqua piovana che deve raccogliersi naturalmente senza attraversare tubi di metallo o altro materiale come creta o legno che potrebbero rendere l’acqua impura, tranne che la conduttura non sia da considerare parte integrante del terreno” (Scandagliato- Mulè).

Il nostro bagno risponde perfettamente a tutti questi requisiti essendo stato realizzato ove c’erano preesistenze di carattere idraulico del periodo greco che già attingevano ad una delle tante falde freatiche di Ortigia. Data la perfezione tecnica del manufatto è indubbio che esso nasca da un progetto ben definito e la datazione al periodo bizantino, VII secolo, lo pone tra uno dei più antichi d’Europa. Un’indagine attenta sui segni lasciati lungo le pareti dal lavoro dei lapicidi, potrebbe dirci di più non solo sugli strumenti impiegati ma anche sulle maestranze che vi lavorarono.

Ci si auspica un ulteriore indagine archeologica del miqweh che potrebbe portare in luce parti ancora inesplorate; essa dovrebbe rigorosamente essere estesa alla chiesa di San Giovannello che architettonicamente ci riporta alla fase medievale, cosa che, cronologicamente non si accorda con la datazione recenziore del bagno ebraico di sua pertinenza. Avremmo un vuoto cronologico di parecchie centinaia di anni.

“Il bagno di purificazione nella religione ebraica rivestiva una funzione determinante ai fini della procreazione che, intesa come atto “divino”, richiedeva la donna libera dalle impurità derivanti dal ciclo mestruale” ( G. Bongiorno). Esso poteva essere effettuato ogni qualvolta lo si desiderasse e non solo dalle donne. “La donna deve bagnarsi completamente nuda con una immersione verticale, tenendo le braccia lontano dal corpo immergendo per qualche secondo completamente nell’acqua anche i capelli [..] Chi si converte all’ebraismo, se maschio, deve prima essere circonciso e poi immerso nel bagno, se donna deve solo praticare il rituale dell’immersione.

L'Iscrizione della Sinagoga e il Percorso Rituale

Nonostante questa scoperta straordinaria, le ricerche della famiglia Daniele non si fermarono. L’amore e l’attenzione per questi luoghi li attenzionarono circa un’iscrizione su una pietra murata nell’abside della chiesa di San Giovanni, attigua al bagno ebraico. Con l’aiuto e la traduzione di esperti, capirono che l’iscrizione si riferiva alla Sinagoga di Siracusa, che molto probabilmente era presente in quel luogo prima della costruzione della chiesetta cristiana.

L’epigrafe, edita, trascritta e tradotta da Moshe Ben-Simon così recita: “...alla sinagoga di Siracusa /... fondata con giustizia e fede”. Essa è stata integrata da Cesare Colafemmina dal momento che si presenta mutila nella parte iniziale: “[questo è l’ingresso ] alla sinagoga di Siracusa.

Lancia di Brolo ritiene che la sinagoga di Akradina venne distrutta durante le incursioni arabe nel 651-652.Come semplice deduzione logica, stando alle parole dell’Encomio, più che nella chiesa di San Giovanni alle Catacombe, come molti studiosi ritengono (ad esempio Caldarella e Gryman), essa sarebbe forse meglio da ricercarsi nell’ambito della missione spagnola dei Cappuccini dal momento che il complesso di San Giovanni è, sin dalle sue origini, legata esclusivamente al cristianesimo e, in modo specifico al culto di San Marciano, protovescovo siracusano.

che idealmente rivisiti i due percorsi alla sinagoga, si può partire dal n° civico 52 (Casa Bianca) di via Alagona (platea vechia) osservare l’esistenza del ronco Palma (ex vanella porte parve meschite) chiamato così per l’esistenza nel medioevo di una palma, simbolo notoriamente caro agli ebrei, che era stata piantata in quello che doveva essere un cortile antistante l’ingresso dalla porta parva utilizzata, con ogni probabilità, dalle donne per andare in sinagoga; si percorra poi la ex ruga della meschita, oggi via Minniti e, attraversando la via dell’Arco (chiamata così a ricordo di un arco che fu demolito nel XVII secolo, previa autorizzazione del Senato, dal pittore siracusano Mario Minniti il quale aveva ivi acquistato una casa; l’arco era sicuramente uno degli elementi architettonici del quartiere ebraico) si perviene nell’attuale piazzetta del Precursore (platea parva) di fronte al prospetto della chiesa di San Giovanni, già moschea di Siracusa.

In origine l’attuale piazzetta era molto più ridotta perché chiusa nella parte mediana da un alto muro, configurandosi come il cortile antistante l’ingresso principale. Imboccando la via della Giudecca (Platea judaica) si avranno sul lato ad Est l’ex ruga de li bagni, la vanella della porta parva e della porta magna che fiancheggiano i lati lunghi della chiesa di San Filippo l’Apostolo; imboccando la successiva stradetta, l’ex vanella dell’oliva adiacente ai siti del baglio e dell’ospedale ebraico si ritorni sulla via Alagona e, quindi, al punto di partenza per visitare quella stanza ipogeica straordinariamente carica di suggestioni che è il miqwèh.

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