La Storia dei Bagni Paolo detto Lelle e l'Evoluzione degli Stabilimenti Balneari in Italia

La storia degli stabilimenti balneari in Italia è ricca di trasformazioni e aneddoti affascinanti. Dalle prime strutture rudimentali ai moderni stabilimenti attrezzati, il percorso è stato lungo e significativo, influenzando l'economia e il tessuto sociale delle città costiere.

Le Origini degli Stabilimenti Balneari in Italia

Il primo stabilimento balneare italiano fu denominato "Bagni Baretti" e si trovava a Livorno. Conosciuti anche come Bagni dei Cavalleggeri, a causa della loro posizione adiacente al forte presidiato dai cacciatori a cavallo, i Bagni Baretti rappresentavano un'innovazione per l'epoca.

Si trattava di un antico edificio in legno adibito a stabilimento, dotato di cinque camerini separati. All'interno di questi camerini, era possibile fare il bagno in privato, utilizzando acqua di mare pompata attraverso un complesso sistema meccanico.

L'Evoluzione degli Stabilimenti Balneari: L'Esempio di Viareggio

A Viareggio, il 28 giugno 1827, il Duca Carlo Lodovico autorizzò la costruzione dello stabilimento balneare a spese della Comunità, anticipando la somma di duecento scudi. Venne concesso anche il permesso di tagliare cento piante della pineta per ricavare il legname necessario alla costruzione.

Alcuni giorni dopo, il Gonfaloniere Alfonso Cittadella stabilì che sarebbero stati realizzati due bagni di mare separati sulla spiaggia di Ponente, uno per le donne e l’altro per gli uomini. Una deputazione fu incaricata di sovrintendere alla gestione dello stabilimento e all’osservanza di un regolamento speciale che fissava i criteri di sercizio delle bagnature.

I bagni, in funzione da luglio a settembre, aprivano alle 8 di mattina e chiudevano alle 13 per riaprire poi alle “tre pomeridiane e fino ad un quarto d’ora prima dell’Ave Maria”. Era stabilita una tassa per ogni bagnatura, con la possibilità di abbonamenti.

Inizialmente, fu realizzato il bagno per gli uomini, il “Nereo”, seguito poi dal bagno per le donne, il “Dori”. La struttura dello stabilimento fu decorata dal pittore Giacomo Benedetti.

Giuseppe Giannelli, nel "Manuale per i bagni di mare" del 1833, descrive i bagni come "due comode ed eleganti fabbriche di legno, distanti fra loto 65 braccia, l’una per le donne e l’altra per gli uomini". Erano costruzioni su palafitte in mare, raggiungibili tramite un pontile, con scalette laterali che conducevano ai bagnetti privati situati sotto i camerini.

Alla fine della stagione estiva del 1827, i due bagni comunali registrarono 1029 ingressi, per un importo di lire 359.

Dopo alcuni decenni, anche l'attrezzatura di spiaggia fu migliorata esteticamente e le prime capanne di paglia, il Nereo ed il Dori furono sostituiti dai grandi stabilimenti su palafitte in mare, il "Felice Barsella", il "Nettuno", I"'Oceano", il "Balena", il "Quilghini" e tutti gli altri, che subito caratterizzarono Viareggio come uno dei principali centri estivi alla moda.

Il turismo estivo ha rappresentato un motore trainante per l'economia di molte città costiere, determinando significativi cambiamenti nel tessuto urbanistico dei borghi. Strade allargate, piazze abbellite, aumento di locande e alberghi, e la nascita di nuovi ed eleganti negozi sono solo alcune delle trasformazioni avvenute.

I Bagni Paolo detto Lelle: Un Ricordo d'Infanzia

Dopo la fine della guerra, mia nonna Adele tornò ad abitare nella sua casa di via 5 Maggio a Quarto, situata proprio di fronte all'entrata dei «Bagni Paolo detto Lelle».

Durante l'estate, insieme a mia sorella, venivo portato ogni giorno con il tram «42» per fare il bagno al «Lelle», e pranzare dalla nonna.

Il proprietario dei bagni era il Signor Paolo Prato, soprannominato «Lelle» o «Paulin», coadiuvato dal figlio Mario. Ricordo che c'erano delle ragazze bellissime (almeno così mi parevano allora), più grandi di me, che io - adolescente - guardavo incantato.

Bagni in Arno, uno stile di vita

Chi invece non era ricco abbastanza da potersi permettere un viaggio di due giorni per andare al mare non restava altro che cercare un bagno lungo la riva dell’Arno adatto alle sue tasche ed esigenze. Vi erano due tipi di bagni, quello per i più ricchi forniva ai propri ospiti grandi asciugami di lino, di pettini di ossa di cavallo, uno spogliatoio ed un guardaroba dove lasciare i propri abiti.

C’era anche una cancellata di ferro per tenere separati i due sessi, non serviva a molto perché i giovanotti più intraprendenti si divertivano a nuotare sott’acqua ed entrare nella parte delle donne dove, a causa dello scompiglio che si creava per questa “invasione”, occorreva, per riportare la calma, l’intervento della forza pubblica.

Uno di questi era situato alla Vagaloggia in zona del Prato dove c’erano anche dei mulini, che alla fine del '700 ben 14, adesso di fronte a villa Favard.

Nel quartiere di S. Niccolò c'erano altri due bagni, di proprietà di Giovan Battista Bianchi detto il Rosso: uno detto della Buca del Cento, all'ombra del giardino Torrigiani che, con il permesso del Magistrato civico e del Commissario di quartiere, venne chiuso da tende per evitare curiosi. E’ interessante notare che uno dei figli del Bianchi, Gaetano, lavorò nella bottega Pistoj in via Condotta e ne divenne allievo [1]; l'altro bagno situato alle Molina dei Renai, chiamato del Fischiaio, aveva un costo per entrare ed era di un quattrino per fare il bagno e un soldo per avere qualcosa con cui asciugarsi.

Questi ultimi due erano bagni popolari, dove uomini, donne e bambini stavano tutti insieme a prendere il sole, fare il bagno e “spettegolare”. Alle Molina dei Renai, dove oggi inizia il lungarno Serristori, vi era un altro bagno, di proprietà di Luigi Lemmi.

Il Lemmi, essendo un imprenditore venne a Firenze per investire in una tintoria, attività molto remunerativa, si trovò a comprare un bagno pubblico, lavare panni o persone cambia poco.

Quest’ultimo bagno, per opera del Pons nuovo proprietario, cominciò ad essere frequentato solo da signori e aristocratici, il "fior di persone", perché qui ognuno aveva il proprio spogliatoio, c’era il barbiere, il parrucchiere ed usò, per evitare che dal ponte alle Grazie si vedessero i bagnanti "ignudi", dopo che aveva ottenuto il permesso, di usare per coprire lo stabilimento di usare un "incannicciato” considerato un metodo più solido, anche questo però, nei giorni di vento era del tutto inutile.

Il posto acquistò popolarità perché venne costruito delle stanze con all'interno tinozze riempite con l'acqua dell'Arno calda, usando questo metodo attirò a se molte personalità importanti.

Uno dei primi è stato il barone di Poallys, addetto all'ambasciata di Francia ma il secondo è stato il principe Anatolio Demidoff [2]. Questo principe oltre ad essere un grande imprenditore a livello internazionale era anche spericolato e come tale adorava sfidare i mulinelli, particolarmente forti alle Molina.

Risalendo il corso dell'Arno, troviamo un altro bagno quello delle Molina di San Niccolò, frequentato dalla "peggior feccia di Firenze", e dalle genti di Porta a San Miniato e dei Fondacci (zona popolare povera o per stranieri in zona San Niccolò).

Questo bagno era molto pericoloso perché, dopo ogni piena, il letto del fiume si riempiva di spazzatura gettata li stessi dagli abitanti, ma era soprattutto il luogo conosciuto per pettegolezzi che spesso sfociavano in rissa.

Continuando a camminare si trovava quello della Zecca Vecchia in via delle Torricelle, su una piazzetta chiamata "Piazza della Ghiozza" ora Piazza Piave, dove andavano i Lanceri di Firenze a fare gli esercizi, la loro caserma era in Piazza dei Cavalleggeri dove adesso c'è la Biblioteca Nazionale. Questo bagno veniva chiamato "Mattoni Rossi", perché era costruito con mattonelle rosse e per il continuo movimento dell'acqua questi mattoni si mantenevano sempre rossi, ed era frequentato da persone "perbene".

Il bagno era ad uso di nuotatori provetti a causa delle forti correnti e mulinelli, ma anche per la pericolosa profondità; questo posto è rimasto in uso fino agli anni '70 del novecento come bagno pubblico poi divenne un cinema - teatro e si ballava.

Il bagno confinava col giardino dello Scoti, famiglia ricca con case in via Tornabuoni, ed avevano qui in prossimità del fiume, da usare come forza motrice, una filanda della seta.

In prossimità della Zecca Vecchia, prima dell'abbattimento delle mura, si potevano trovare diverse botteghe, la più frequenta era una bettola, dove i bagnanti si fermavano a mangiare, e secondo Giuseppe Poggi, si “mangiava bene e si spendeva poco”. Qui servivano pesci fritti dell'Arno e salumi accompagnati da ottimi vini rossi.

Bisogna ricordare che lo spazio, dove adesso c’è la Caserma Baldissera, era occupato da uno stabilimento Balneare. Verso la Piacentina, passate le Molina vi era un oste che oltre a friggere i pesci medicava clandestinamente certe malattie e veniva chiamato il "Dottore", non è dato sapere quali malattie guariva.

Un altro bagno di nome “Casaccia”, chiamato cosi perché nelle vicinanze c'era una casa semi-distrutta, ed era un posto frequentato da nuotatori molto spericolati e forse un po’ pazzi.

Gli appassionati di nuoto estremo si tuffavano dalla "Porticciuola delle Travi" [3], fra Piazza Mentana che ancora non esisteva, e Ponte alle Grazie, dove la corrente era molto forte. Qui si svolgeva una gara abbastanza rischiosa.

I coraggiosi o solamente pazzi dovevano nuotare sott'acqua fino all'arcata centrale del Ponte Vecchio, con la gente che dalle sponte guardava entusiasta la gara. Qui gli uomini della Confraternita della Misericordia venivano spesso chiamati per portare via dei morti affogati, perciò per evitare questi incidenti vennero istituiti i "bagnini", scelti tra i nuotatori più bravi.

Vicino piazza delle Travi fu salvato nell'agosto del 1783 Giovanni Martini, grazie all'eroico gesto di un certo Piero Nuti, divenne molto famoso, soprannominato "Mondo", adeguatamente ricompensato.

Anche i medici che soccorrevano gli annegati avevano diritto ad un premio: così accadde nell'estate del 1784 al chirurgo Egidio Fabbrichesi, accorso per rianimare il malcapitato Luigi Mesti, tirato a riva più morto che vivo.

Nel 1829 il gonfaloniere propose, per quel punto così pericoloso, un esplicito divieto di balneazione.

Una nota a proposito dei salvataggi: il Governo della città, per ogni salvataggio pagava un sostanzioso premio, 5 zecchini o 10 scudi, cifra molto alta fra il settecento e l’ottocento. Alcune persone organizzarono una frode, la quale consisteva di trovare persone che fingessero di essere in pericolo, cosi i bagnini si tuffavano per fare finti salvataggi, dividendosi il compenso. Le autorità a causa dei troppi salvataggi scoprirono presto l'inganno ed il servizio venne interrotto, causando così molti vittime per affogamento.

A causa dei frequenti annegamenti, l'ingegnere Paolo Veraci fu incaricato nel 1822 di indicare i punti più pericolosi per la balneazione: sotto la pescaia di S. Niccolò; presso i Mattoni Rossi; alla punta della Porticciola; nello spazio lungo la spalletta sinistra del fiume ("dalla casa Mazzinghi fino alla casa Mazzeranghe"[4]); sotto il ponte S. Trinita.

Ma dove non c'era pericolo, le autorità non vietarono "alle classi indigenti il comodo che godevano dopo l'ave Maria delle 24 delle bagnature nell'Arno".

I regolamenti vietavano a chiunque di fare il bagno durante il giorno al di fuori dei luoghi deputati, ma nel luglio del 1819 la Presidenza del Buongoverno segnalò che "uomini e ragazzi in gran numero, e di chiaro giorno continuano a bagnarsi nell'Arno, e dentro la città e fuori lungo il passeggio delle Cascine, con molta meraviglia del pubblico che ne resta scandalizzato". Gli agenti di polizia furono allora autorizzati ad arrestare i trasgressori.

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